Una Chiesa missionaria per superare la contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti

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di Domenico Bonvegna
C’è un brutto clima che si sta creando all’interno del mondo cattolico, lo scrive Paolo Gulisano su LaNuovaBQ.it di ieri.

Da settimane, da mesi circolano dubbi, perplessità, preoccupazioni, nei confronti della Chiesa, e di Papa Francesco in particolare. Da un lato ci sono i tradizionalisti, si preoccupano che la Chiesa sta cambiando la dottrina, dall’altro ci sono i progressisti, che spingono per il cambiamento e addirittura intravedono rivoluzioni ovunque. E’ pur vero che esiste un “pensiero non-cattolico”, di cui a suo tempo parlò papa Paolo VI. Ma nello stesso tempo esistono, soprattutto fuori della Chiesa, quegli adulatori di Papa Francesco che viene visto come un papa rivoluzionario che sta rivoluzionando la Chiesa. E proprio nei giorni scorsi il Papa ha rilasciato una opportuna intervista a TV2000 e Radio InBlu, dove ha puntualizzato:“Sono allergico agli adulatori. Perché adulare un altro è usare una persona per uno scopo, nascosto o che si veda, ma per ottenere qualcosa per se stesso. Noi, a Buenos Aires, gli adulatori li chiamiamo lecca-calze”. Invece, prosegue il papa, “i detrattori parlano male di me, e io me lo merito, perché sono un peccatore”.

E sempre in questo clima di contrapposizione e di incomprensione si rileva il grande fragore a proposito della lettera di chiusura del Giubileo, “Misericordia et misera”, in particolare le assurdità che hanno scritto i giornali sulla questione aborto. Addirittura Il Tempo ha potuto scrivere: “Abortite tanto il Papa vi perdona?”. Puntuale la risposta del Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, mons. Rino Fisichella, definendo idiozie le cose scritte dai giornali.

Naturalmente i giornali volutamente hanno completamente stravolto le parole di Papa Francesco, che peraltro erano abbastanza chiare: l’aborto rimane sempre un delitto, un peccato, e che però come tutti i peccati può essere perdonato. “Non c`entra niente la scomunica che viene tolta”, spiega mons. Fisichella. “Non c`entra nulla dire `abortite perché il Papa vi perdona`, queste sono veramente delle idiozie che rimangono tali sia nei titoli che nei contenuti”. E proseguendo ha precisato a proposito dei giornalisti: “C`è da parte di qualcuno la tentazione di leggere in fretta e quando si legge in fretta non si capisce. C`è la tentazione di trovare subito qualche cosa. E di tanti contenuti l`occhio è caduto solo sull`aborto. C`è poi la volontà di qualcuno di voler denigrare e trovare quello che non c`è”. Il Papa, sottolinea Fisichella, “ha detto chiaramente e lo ha scritto: il peccato di aborto e uno dei peccati più gravi che esistano, perché si pone fine a una vita innocente. Questo peccato rimane tale e nel momento in cui si compie questo peccato, non solo da parte della donna, che porta il peso più grande di tutto questo, ma da parte di tutta una categoria che partecipa al peccato d`aborto, nel momento in cui si compie dunque, c`è la scomunica e si è fuori dalla comunione dalla Chiesa perché il peccato è gravissimo”.

Eppure nonostante queste precisazioni, ci sono ancora quelli che cercano di travisare le parole del Papa. Per la verità, nella bimillenaria storia della Chiesa, è una situazione che si ripete spesso. Per esempio, nell’ultimo secolo è successo con Giovanni XXIII, con Paolo VI, e con lo stesso Giovanni Paolo II. Come d’incanto si riaccende il dibattito tra una chiesa progressista e una chiesa tradizionalista. In particolare, a partire dal Concilio Vaticano II si è sempre dialettizzato in uno scontro quasi calcistico tra fautori di una Chiesa del passato e una del futuro. C’è voluto papa Wojtyla per rilanciare il valore della missione con l’enciclica “Redemptoris Missio” e chiarire a quale Chiesa dobbiamo appartenere.

Ora di fronte a un mondo altamente tecnicizzato e segnato dal relativismo, dal fondamentalismo religioso e da nuove crescenti persecuzioni dei cristiani, serve una Chiesa missionaria, pertanto le parole del suo fondatore sono sempre attuali e impellenti:“andate e insegnate”.

Quindi l’unica alternativa alle diatribe che minano l’unità e l’armonia della Chiesa è essere missionari, intraprendere la strada per conquistare anime come hanno fatto gli apostoli e i missionari della prima evangelizzazione. Potremmo scrivere con George Weigel che serve un“cattolicesimo «evangelico”, che è quello dove la Chiesa non «fa» missione come una delle sue tante attività, ma «è» missione, costante sforzo di andare a parlare a chi non va mai in chiesa. I progressisti e i tradizionalisti – termine, quest’ultimo, con il quale Weigel si riferisce in particolare ai seguaci di mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) – sbagliano entrambi perché sono fermi al modello della Contro-Riforma e ragionano «come se» la Chiesa in Occidente potesse ancora limitarsi a gestire i suoi pochi e declinanti fedeli, irrigidendo oppure diluendo il suo messaggio”. (Massimo Introvigne, Un “cattolicesimo evangelico” per tornare missionari”, 26. 5. 13, LaNuovaBQ. it)

Il professore Introvigne riferendosi al libro dell’intellettuale cattolico americano, George Weigel, amico e biografo del grande Papa san Giovanni Paolo II, “Cattolicesimo evangelico. Una profonda riforma nella Chiesa del XXI secolo”, scrive che “Già Joseph Ratzinger opponeva a «progressista» e a «conservatore» la categoria di una Chiesa «missionaria». E questo per Weigel era anche il vero messaggio del Concilio Ecumenico Vaticano II, a lungo frainteso, ma che trovava un modello di applicazione corretta nell’episcopato del cardinale Wojtyla a Cracovia e nel libro derivato da quell’esperienza, «Alle fonti del rinnovamento». Il programma di riforma proposto da Weigel deriva tutto da questo primato della missione. Scegliendo vescovi, liturgie, seminaristi, preti, modelli della Curia romana la domanda dovrebbe essere sempre se la scelta favorisce non la gestione, ma la missione, non il girare in tondo autoreferenziale in tristi comunità di fedeli che dibattono sempre sulle stesse cose, ma la capacità di «uscire» e andare a cercare le maggioranze che in chiesa non vanno più. Si tratta, come si vede, di temi già ampiamente presenti nelle prime settimane di Magistero di Papa Francesco”.

A questo punto per rafforzare la tesi della missione nella Chiesa, può essere provvidenziale la lettura di un ottimo libro pubblicato l’anno scorso dalla casa editrice Marcianum press di Venezia, “L’azione missionaria della Chiesa ieri e oggi”, scritto da un professore missionario della Pontificia Università Urbaniana, Jean Yawovi Attila, sacerdote della diocesi di Lomè in Togo.

Il testo anche se è scritto per buona parte, forse per esperti e studiosi di Diritto canonico, con un taglio giuridico pastorale, certamente è un manuale completo per l’azione pastorale missionaria dei religiosi, ma anche dei laici. Nella prima parte, c’è un escursus storico delle normative emanate dalla fondazione di “Propaganda fide”, fino a quelle odierne. Poi si evidenzia la natura della missione, il dovere missionario dei christifidelis. Chi sono i protagonisti dell’evangelizzazione missionaria? Per primo c’è il Romano Pontefice e poi tutti gli altri. Il missionario come riferimento si avvale delle qualità dell’apostolo Barnaba, scelto dalla comunità di Gerusalemme per l’annuncio del Vangelo ad Antiochia.

Nel testo si approfondisce e si precisa il significato dell’essere mandato, che significa che bisogna essere ben preparati e formati. Ha un posto rilevante, la preparazione dei missionari sul piano pastorale e umano. “Il maggior numero possibile di religiosi e di suore siano ben istruiti e preparati nell’arte catechistica, onde collaborino sempre più all’apostolato”. Intanto i missionari devono conoscere la storia, le strutture sociali e le consuetudini dei vari popoli, le loro tradizioni, le lingue per poterle usare con speditezza e proprietà. Inoltre i catechisti devono essere debitamente preparati e svolgere bene il loro incarico, “che venga loro offerta una formazione continua e che conoscano in modo appropriato, la dottrina della Chiesa e imparino teoricamente e praticamente i principi delle discipline pedagogiche”. Padre Yawovi Attila ci tiene a precisare che“il missionario, essendo mandato per annunciare la Parola di Dio, non deve insegnare delle ideologie, bensì il deposito della fede. Pertanto, si ribadisce“essi vanno ad annunciare il Vangelo, e non ideologie personali. Per Papa Francesco, è una sfida grande e si interroga sul perchè della scarsità di preparazione dei catechisti:“oggi per esempio, è diventato molto difficile trovare catechisti preparati per le parrocchie e che perseverino nel loro compito per diversi anni”.

Il testo del professore dell’Università Urbaniana, spesso fa riferimento alla Esortazione Apostolica, “Evangelii nuntiandi” di Paolo VI, che a dieci anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, si interrogava in questi termini:“Che ne è della Chiesa?[… ] E’ veramente radicata nel cuore del mondo, e tuttavia abbastanza libera e indipendente per interpellare il mondo? Rende testimonianza della propria solidarietà verso gli uomini, e nello stesso tempo verso l’Assoluto di Dio?”.

Visto che oggi, soprattutto tra i giovani, c’è una sete di autenticità, che c’è orrore del fittizio, del falso, e ricercano sopra ogni cosa la verità e la trasparenza, per padre Yawovi Attila, bisogna approfittare di questi “segni dei tempi”. Questi segnali ci devono rendere subito svegli, e con forza ci domandano: “Credete veramente a quello che annunciate? Vivete quello che credete? Predicate veramente quello che vivete?” Pertanto “è evidente che la testimonianza della vita è divenuta più che mai una condizione essenziale per l’efficacia profonda della predicazione”.

Infatti il testo del professore Yawovi Attila, affrontando il tema della metodologia dei missionari (can. 787), scrive che la prima tappa, c’è la testimonianza della vita, poi quella della parola, e qui è fondamentale imitare San Paolo, nel suo primo annuncio all’Aeropago di Atene. Naturalmente “la Chiesa propone e non impone nulla – come ha scritto san Giovanni Paolo II, nella Redemptoris Missio – “rispetta le persone e le culture, e si ferma davanti al sacrario della coscienza”.

Nella seconda parte il testo affronta le Sfide odierne dell’azione missionaria, a cominciare dal sostentamento finanziario dei seminari e seminaristi nelle giovani chiese. Trattando della perequazione finanziaria, padre Yawovi Attila, auspica che “l’abbondanza delle comunità ricche supplisca all’indigenza di quelle povere”. E’ evidente che l’azione missionaria, per essere adeguatamente implementata, necessita non solo di missionari, ma altresì di soldi.

Comunque sia e concludo, ci sarà un motivo se è stato creato il Pontificio Consiglio per la nuova Evangelizzazione, per l’autore del testo si tratta di “un campanello di allarme, che deve svegliare tutti i ministri sacri nonché i pastori a non accontentarsi di amministrare solamente i sacramenti, ma di rinvigorire la fede di tutti i christifideles con l’istruzione catechetica ininterrotta per tutta la vita cristiana”.
Quinto de Stampi MI, 26 novembre 2016
S. Giacomo Alberione

Domenico Bonvegna
domenico_bonvegna[chiocciola]libero.it

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