È possibile salvare l’Italia attraverso l’arte e la sua bellezza?

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di Domenico Bonvegna
E’ una domanda impegnativa ma nello stesso tempo affascinante. Da tempo ci si interroga sul nostro patrimonio artistico e culturale, molto è stato scritto, libri, articoli, ma la questione non decolla, nonostante gli impegni dei vari ministri della cultura e dei vari governi.

Ma c’è un’altra domanda da fare: è possibile salvare anche tutte quelle persone che unendosi si dedicano, curano, quella chiesa, quella piazza, quel monumento, quella biblioteca, quell’archivio polveroso? Anche questa è una domanda piena di significati. Se la pone il giornalista, saggista, Luca Nannipieri in un breve saggio, L’Italia da salvare. La fraternità attorno all’arte e alle bellezze del paese”, pubblicato dalla San Paolo (2014).
C’è un grosso errore, una grande ingiustizia, che viene perpetrata verso questa gente che lavora nel silenzio, che non appare mai in televisione, talvolta senza percepire nessun compenso economico. “E’ giustizia non considerare tutta questa ricchezza di cure, premure, conoscenze, ideali, anche se vengono dalle mani di un contadino, di un tabaccaio o di un vecchio che non ha studiato?”. Ecco Nannipieri, che è anche direttore del Centro studi umanistici dell’abbazia di San Savino, ha scritto questo libretto provocatorio per rendere giustizia a questa gente, trattata spesso alla stregua di un fervore popolare di poco conto, “come se esistessero culture maggiori e culture spicciole e provinciali, e non esistessero in realtà soltanto le persone, che nascono e muoiono”. E’ anche questa l’Italia da salvare. “Come in ogni Paese, come in ogni terra di questo mondo, ciò che c’è da salvare è soltanto il fatto che una persona possa unirsi a un’altra persona e poi ancora a un’altra e nell’insieme possano dire: noi ci prendiamo cura di questo, noi lo amiamo, noi gli daremo significato, noi gli daremo futuro”.
Per Nannipieri è proprio in questo momento che nasce la comunità, quando si dà senso, consistenza e memoria su una cosa che si cerca a tutti i costi di salvare. “Quante persone, quante comunità, quante libere insorgenze nate in un luogo stanno svolgendo questo lavoro preziosissimo di premura e dedizione!”. Sembrano cose di poco conto, molti irridono e snobbano questo lavoro importante per una piccola comunità, e talvolta questi insorgenti devono pure scontrarsi con le istituzioni che non vogliono capire.
Peraltro la chiave di lettura del libro è unire le bellezze del Paese alla fraternità, c’è anche un messaggio spirituale nel testo. Infatti, la fraternità e il dialogo sembrano le armi a disposizione, capaci di cambiare le cose e Nannipieri sembra crederci davvero e ci fa esempi concreti. Sono tante infatti le comunità, le libere associazioni nate attorno a beni artistici e naturali da valorizzare, chiese, abbazie, grotte e mulattiere, e di per sé non è tanto il valore oggettivo del bene da difendere a fare la differenza, ma l’impegno, l’amore, che gente comune impiega per valorizzare il territorio, la comunità in cui vive.
“Che l’Italia sia uno scrigno d’arte non è un mistero per nessuno, che non si valorizzi il patrimonio, nemmeno e la ricetta, la cura che Nannipieri propone è molto semplice e nello stesso tempo scomoda e rivoluzionaria”.
Nannipieri non è nuovo alle provocazioni, ha rilasciato interviste dove auspica l’abolizione del Ministero dei Beni Culturali, dell’Unesco. Per il giornalista occorre cambiare la prospettiva, si deve partire dal basso, dove si mette l’uomo al centro del discorso, é“l’uomo che tutela, difende e valorizza i beni culturali e si unisce ad altri uomini, in una catena umana dove non servono lauree, sovvenzioni statali, permessi di Enti e Strutture. Il panettiere, la sarta, il geometra, chiunque può rimboccarsi le maniche e difendere ciò che infondo gli appartiene”. Le riflessioni di Nannipieri confermano quello che ho sempre pensato al riguardo di certo impegno di tante persone coinvolte nello studio e nel restauro di alcuni beni artistici presenti nel territorio della riviera Jonica messinese. A volte c’è una eccessiva attenzione al bene in sé, senza fare quell’ulteriore riflessione che fa nel libro Nannipieri. cioè a che serve restaurare un bene, se poi non si rende fruibile, coinvolgendo tutta la comunità. Infatti, scrive Nannipieri, con molta provocazione, “l’importante non è il patrimonio, non sono le opere d’arte, ma chi ad esse dà vita. L’importante non sono le chiese rupestri o gli affreschi di una villa o i borghi presenti dei territori in cui viviamo. L’importante è chi lavora a renderli vivi, ovvero il motore di comunione”.
Nannipieri insiste su questo aspetto, “bisogna dare rilevanza, sostenere e incoraggiare qualunque persona o qualunque comunità faccia un lavoro amorosamente vivo, cioè attento, sulla bellezza e sul patrimonio, a prescindere dalla condizione sociale di appartenenza”. Esistono chiese antichissime in Italia, custodite e amate da gente comune, gente semplice, che magari non hanno competenze disciplinari, eppure sono amate e considerate come cose importanti. Tuttavia secondo Nannipieri, vanno custodite e amate non tanto perché opere d’arte, “ma anzitutto perché opere e luoghi di vita, di azione, di lavoro, di pensiero, di memoria, di manualità, di gioco, di sofferenza, di interrogazione, dove portare i bambini, gli anziani, dove fare la cerimonia di paese, il carnevale, il presepe, la festa di scuola”. Sempre nello stile provocatorio, il saggista rileva che occorre doverosamente ascoltare queste esperienze prodotte dalla gente. Il patrimonio non è solo quello delle “quattro mura”, di un castello, degli affreschi, del santuario: “questo non é patrimonio. Queste sono manifestazioni”. Per Nannipieri, “il patrimonio è il nostro modo di fare centralità di senso e di significato a tale manifestazioni”.
“L’Italia da salvare” è un libro che intende fare un viaggio, attraverso alcune delle esperienze di comunione più fervide intorno a un monumento da salvare che ha conosciuto nei territori italiani. Sono tante esperienze interessanti, come quella del borgo di Castiglione del Terziere, in Lunigiana, un castello restaurato da un signore benestante abbastanza estroso. Ben presto crea un Centro studi umanistici, riempie gli scaffali della biblioteca con volumi e incunaboli del XV secolo, con documenti sulla storia locale, acquista quadri, ritratti, intanto vengono restaurati i caseggiati vicini per avvicinare visitatori e accoglierli. In pratica non si è fermato solo al lavoro di semplice e passiva conservazione e catalogazione che può fare un ufficio di tutela o un funzionario della sovrintendenza. Per attrarre le persone e per rendere vivo e pulsante il borgo, personalmente ha animato le serate dei visitatori, mangiando e parlando con loro, leggendo poesie, aprendo gli scaffali della biblioteca, sfogliando i volumi, furoreggiando con Dante e Petrarca.
Interessante l’esperienza del sito archeologico di Altilia Sepino, dove insieme alle rovine, si dà corso a un recupero etnografico, con una famiglia di pastori con bovini, pecore e capre che producono latticini, ricotte e altri formaggi. E’ un bel vedere le mucche e le pecore pascolare vicino al sito archeologico, del resto, scrive Nannipieri, “perché spezzare questo secolare, millenario dialogo che il paesaggio intesse con i suoi abitanti, siano essi uomini o animali?”. Se qualcuno intendesse fare la musealizzazione del sito, proibendo la presenza dei bovini o degli ovini con i loro pastori e associazioni, “Altilia Sepino scomparirebbe dal novero dei luoghi potenzialmente vivi e andrebbe a infoltire quello, assai folto in Italia, dei luoghi spenti. Queste persone – scrive Nannipieri – queste associazioni sono la sua garanzia di presente e di futuro. Fuori da questa prospettiva, la città di Saepinum è solo una serie di muri crollati, presto abitati soltanto dai rampicanti gialli e dalle tane dei topi”.
Sono veramente tanti gli esempi fecondi di condivisione tra arte e comunità locali. Naturalmente i luoghi religiosi si prestano meglio al rapporto aggregativo, come la chiesa di San Miniato a Firenze. Visitare questi luoghi è solo l’inizio, poi conta l’amore. Occorre dimostrare che “quelle panche, quegli altari, quella cripta, quelle colonne non sono un museo di cose esposte, ma un luogo di comunione, dove è possibile incontrare loro, questi monaci, parlarci, sedersi e pregare, camminare e discutere assieme”. Infatti secondo Nannipieri non ha senso guardare le opere d’arte soltanto come meritorie opere artistiche, da tutelare e da custodire, non ha senso. Se fissiamo lo sguardo solo sui dati tecnici dell’opera, di una chiesa antica: “ ci dimentichiamo del tutto il motivo più profondo della sua presenza e del nostro sguardo su di essa”. In pratica, “ci dimentichiamo uno dei dati più significativi; il suo essere stato oggetto di partecipazione, di comunità, di educazione. Ci dimentichiamo le persone, che sono ciò che rendono vive queste opere”.
Ci sono monumenti così curati e sorvegliati che sono immobili, bloccati, perchè bloccata, impedita, ritenuta irrilevante la partecipazione attiva della gente, come la Certosa di Calci vicino Pisa con centinaia di stanze perennemente chiuse o aperte per un minuto al momento della visita guidata. “Ma perchè queste stanze non si danno alle associazioni del territorio, che le rendono vive, le aprono ai cittadini grazie alle loro attività?”.
Inoltre il Nannipieri auspica una delocalizzazione delle attività delle comunità che si occupano della valorizzazione di un bene artistico. Occorre tessere rapporti e progetti ad ampio raggio, la partecipazione delle persone non potrà più essere solo locale, ma dovrà essere rintracciata in un circuito più grande. E soprattutto Nannipieri auspica un cambiamento radicale delle leggi che regolano il rapporto tra i cittadini e il loro patrimonio. “Bisognerà dire che non è pensabile che esista sostanzialmente solo il lavoro gratuito attorno al patrimonio. Anzi, quanto più questi lavori, questi progetti di comunità e di riqualificazione partecipata sviluppano, oltre la gratuità, anche occupazione, guadagni, profitti, tanto più saranno incentivati e troveranno consenso”. Non bisogna avere paura o scandalizzarsi di usare parole come “guadagno” e “profitto”, quando si parla di patrimonio e di bellezza dei nostri luoghi.
Quinto de Stampi MI, 4 ottobre 2016
Festa di San Francesco

Domenico Bonvegna
domenicobonvegna[chiocciola]alice.it

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