San Murialdo, un grande apostolo civico e sociale di eccezionale attualità

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CLICCA QUI PER LEGGERE L'ARTICOLOdi Domenico Bonvegna
Nella Torino cattolica dell’Ottocento nasce, una eccezionale fioritura di santità, di cultura, di azione civica, nonché di opere caritative sull’esempio illustre di san Giuseppe Cottolengo.

Intorno al Convitto Ecclesiastico di Torino, fondato da Pio Brunone Lanteri e dal teologo Luigi Guala, si sviluppa un’opera di risveglio cattolico, in funzione antigiansenista e antiliberale, di cui dopo diverrà ben presto animatore san Giuseppe Cafasso, che con la sua direzione del Convitto e con i suoi esercizi spirituali educa una intera generazione in cui saranno numerosi i santi. A cominciare dalla famiglia salesiana (san Giovanni Bosco, san Domenico Savio, santa Maria Domenica Mazzarello, il beato Michele Rua).
“Fra le luci di questo quadro magnifico brilla in modo tutto particolare san Leonardo Murialdo, forse il massimo protagonista dell’apostolato civico e sociale dell’Ottocento torinese”
. Nella ricorrenza del 150° anniversario della sua nascita, il professore Massimo Introvigne riteneva opportuno farlo conoscere con un documentato articolo sulla rivista Cristianità, anche perché era ignoto ai più.
Intanto nel libro “Il Pioniere. Leonardo Murialdo tra i giovani e mondo operaio”, che ho letto nelle fredde serate siciliane di fine anno, Pier Giuseppe Accornero, evidenzia il grande impegno dei tre apostoli rivoluzionari (don Cocchi, don Bosco, don Murialdo), nel cogliere i pericoli della vita mondana della città, il luogo del male, che dissipa i valori della cultura contadina. Ma nello stesso tempo però si rendono conto che è una realtà che bisogna affrontare per cercare di renderla più umana e cristiana. Bisogna immergersi nella città per capire i problemi, non limitarsi alla semplice condanna.
I tre in pratica attuano una nuova pastorale giovanile e operaia: sostanzialmente si tratta di “raccogliere quei giovani o offrire loro una casa, un luogo di incontro e di divertimento, la possibilità di un lavoro, una cultura di base, che non lasci indifesi e disarmati davanti ai fenomeni nuovi, agli interrogativi inquietanti a all’ingordigia dei padroni sfruttatori”.
Pertanto “la città diventa luogo privilegiato di attività pastorale”. Questa opera di intensa evangelizzazione vede impegnati una serie di personaggi a cominciare dai soliti, Giuseppe Cafasso, Giuseppe Allamano, Giovanni Battista Bertagna, Giovanni Cagliero, Giuseppe Cottolengo, Domenico Savio e tanti altri, una carrellata di nomi, una nazionale della santità.
In pratica nell’800 è stata la Chiesa a prendersi cura dei giovani e dei loro bisogni, oggi è ancora la Chiesa che alza la voce a favore dei giovani, penso all’ammonimento, alla denuncia di papa Francesco nell’omelia del Te Deum di fine anno, nei confronti della nostra società che ha costretto i nostri giovani ad emigrare a fuggire all’estero in cerca di lavoro. «Abbiamo creato una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna», ha detto il Pontefice, «ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani. Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società».
Poi ha aggiunto: «Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro ma li discriminiamo e li ‘condanniamo’ a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse”. Ha così esortato ad «aiutare i nostri giovani a ritrovare, qui nella loro terra, nella loro patria, orizzonti concreti di un futuro da costruire. Non priviamoci», ha detto ancora, «della forza delle loro mani, delle loro menti, delle loro capacità di profetizzare i sogni dei loro anziani (cfr Gl 3,1).
Se vogliamo puntare a un futuro che sia degno di loro, potremo raggiungerlo solo scommettendo su una vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale».

Ritornando a san Murialdo, Accornero, ricorda che il nostro amava molto una frase: “Aprire un oratorio è chiudere una prigione”. Una frase che si contrappone a quella più celebre ma laica: “aprire una scuola è chiudere una prigione”. Anche perchè la separazione dell’istruzione dall’educazione religiosa, operata dallo Stato liberale non ha prodotto la diminuzione dei delitti, in realtà si sono quadruplicati e per questo è stato necessario aggiungere nuove prigioni.
E’ curioso il particolare riportato da Accornero come San Murialdo cercava i ragazzini, in pratica amava suonare una campanella per attirare la loro curiosità. “Bisogna stanarli dai nascondigli e con infinita pazienza, promettendo qualche regalo, convincerli ad andare a giocare nell’oratorio[…]”. Infatti Murialdo per attirare i ragazzini valorizza tutti i tipi di giochi.
Ma il nostro santo è stato anche come abbiamo sottolineato un apostolo civico e sociale operando a favore degli operai dell’industria e contro il loro sfruttamento da parte della speculazione del primo liberismo e capitalismo pratico. Per questo motivo Murialdo si adopera di organizzare cristianamente il lavoro fondato sulla giustizia e carità evangelica. A questo proposito ha fondato nel 1833 anche un giornale a favore degli operai: “La Voce dell’Operaio”, “la prima pubblicazione politico-religiosa cattolica italiana destinata ai ceti popolari. – Scrive Introvigne –“essa ebbe amplissima diffusione, non solo nel Settentrione ma in tutta Italia, fino in Sicilia e in Puglia[…] Attorno alla ‘Voce’ san Leonardo consolidò le associazioni operaie cattoliche da lui fondate come ‘società cristiane d’operai che si contrappongono alle società settarie aggregate alla Internazionale’, benemerite iniziative lodate da leone XIII e poi da san Pio X e attaccate dalla stampa filomassonica come ‘società operaie gesuitiche’, ‘covi di nemici della Patria, ‘cellule papiste e clericali’” (M. Introvigne, San Leonardo Murialdo (1828-1900), n.44 dicembre 1978, Cristianità).
Quindi organizza, primo in Italia, un Consiglio di collocamento, per l’orientamento al lavoro, un “Comitato di collocamento” per la ricerca del lavoro, infine, un “Comitato di sorveglianza” per la visita ai giovani lavoratori. Murialdo si prefigge che nessun giovane deve uscire dalle sue istituzioni senza un mestiere o una professione, senza la certezza di un posto di lavoro. Non è che dobbiamo riesumare San Murialdo per far trovare lavoro ai nostri giovani?
Nell’ultimo periodo della sua vita Murialdo profeticamente mise in guardia i cattolici dai pericoli costituiti “dalla nuova forza sovversiva e anticristiana che si andava organizzando: il comunismo”. Il santo torinese auspicava una “reazione cattolica contro i progressi dell’Internazionale Comunista e a riproporre la necessità di un apostolato presso gli operai che, scristianizzati dalla propaganda liberal-massonica, divenivano poi facile preda dell’attivismo marxista”. A questo proposito, in un discorso del 1882, Murialdo dichiarava: “se non si contrappone un argine alle idee sovversive ed atee dell’Internazionale. La Rivoluzione con i suoi eccidi e le sue rovine potrebbe prevalere anche nella nostra Patria”.
San Murialdo è convinto che una società senza Dio muore, per questo propone di fare una vita di preghiera e di apostolato sociale tra il proletariato urbano e rurale di Torino. Bisogna ritornare al vangelo, è l’unico rimedio. “In una società dove si dimentica Dio e si disprezza il Vangelo, il povero e l’operaio saranno ridotti in schiavitù, e ritornerà l’oppressione dell’uomo per mezzo dell’uomo, generando miseria, ribellione, odio di classe. Solo il Vangelo, – afferma Murialdo –che predica la dignità, la fratellanza fra gli uomini, il senso della coscienza, e la Chiesa che attua la carità e la giustizia, possono liberare l’uomo e la società dalle nuove schiavitù”. Il santo torinese considerava utopistica una società fondata sull’uguaglianza assoluta degli uomini. Pertanto “ogni economia sociale che voglia risolvere la questione operaia deve riposare sulla religione, sulla morale, sull’educazione, sull’organizzazione del lavoro”. Diversi studi, concordano nel definire Murialdo, l’anima del movimento operaio cristiano a Torino e in Italia. Per Murialdo “è urgente moralizzare le officine e gli ambienti del lavoro mediante opere e iniziative cristiane. Occorre ricondurre il giovane operaio alla Chiesa”. Così alla vigilia della enciclica sociale Rerum Novarum di Leone XIII, promulgata nel 1891, le opere religiose-sociali di san Murialdo diventano una vera fucina di preparazione dell’enciclica stessa. Lo evidenzia bene Introvigne, “se c’è chi ha studiato ‘i tempi e gli uomini che prepararono la Rerum Novarum‘, se la storia del cattolicesimo contro-rivoluzionario dell’Ottocento è la storia dei tempi e degli uomini che prepararono il Sillabo, san Leonardo Murialdo, zelantissimo nel diffondere e nel praticare la dottrina sociale della Chiesa, può essere definito il significativo preparatore del moto proprio di san Pio X”.
Continua.
Quinto de Stampi MI, 15 gennaio 2017
S. Mauro abate

Domenico Bonvegna
domenico_bonvegna[chiocciola]libero.it

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