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Né valori né desiderio, Caffarra preferisce ragione e realtà


Il Vescovo di Bologna al Foglio: il nichilismo, la bioetica, l’autorità, il male, la verità e la libertà

Tratto da Il Foglio del 15 maggio 2004

Bologna. Un teologo, più che un pastore d’anime. E’ un tipo arcigno, di quelli che condannano il mondo dall’alto di una cattedra. Tra il non vastissimo pubblico che lo conosce da anni per il suo lavoro di studioso di etica, consulente del Papa e a lungo collaboratore del cardinale Ratzinger, che lo stima (o lo teme) per la potenza geometrica del suo argomentare attorno ai temi della famiglia, della morale sessuale, della bioetica, l’immagine dell’arcivescovo di Bologna è un po’ questa. Per i filosofi da terza pagina e gli opinionisti laici che hanno cominciato a conoscerlo solo da poco, da quando nel dicembre scorso ha sostituito il cardinale Giacomo Biffi alla guida della diocesi di Bologna, Carlo Caffarra è anche peggio: uno che va dritto all’attacco del pensiero debole e postmoderno e che chiama pure per nome e cognome i “cattivi maestri”. Per rimediare al difetto d’immagine, non resta che interrogare subito Sua Eccellenza su quali siano stati i “buoni maestri” della sua vita, quelli che l’hanno condotto fin qui. E arriva la prima sorpresa, perché monsignore, senza doversi sforzare per atteggiare a bonomia il suo viso disteso e il suo accento morbido da emiliano di Samboseto di Busseto, cita sì “i classici del pensiero cristiano”, Tommaso, Pascal, il cardinale Newman, “ma c’è un altro maestro cui sono molto debitore, ed è Giovannino Guareschi, mio conterraneo, che ho a lungo frequentato quando ero giovane prete”. Poi c’è l’incontro più importante di tutti, quello con Giovanni Paolo II: “Da lui ho imparato a guardare la persona umana come realtà unica e irripetibile. Ho imparato che una persona vale più di tutto il mondo”.

Senza civetteria, ricorda anche il suo cursus honorum di studioso, docente di Etica, direttore dell’Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi sul matrimonio e la famiglia, gli incarichi accademici negli Stati Uniti e in Germania, in Sud America e in Spagna. Accusarlo di aver studiato “sul Bignami” è stato proprio un autogol. E poi – ricorda – le cose che ha detto nell’ormai famoso discorso “L’educazione, una sfida urgente”, tenuto a un convegno del Centro sportivo italiano, monsignor Caffarra le ha dette un’infinità di altre volte, come testimonia anche la sua non breve bibliografia. “Le avevo dette qualche settimana prima, a una platea di milleduecento genitori qui a Bologna, e non si era scatenata questa attenzione”. Ma poiché l’arcivescovo non è nemmeno uno sprovveduto sulle cose del mondo, sorride soddisfatto e ammette che “dirle dalla cattedra di San Petronio ha ovviamente un rilievo maggiore”. E poi basta una rapida digressione dal testo, una stoccatina a Umberto Eco proprio qui nella dotta Bologna e un giornalista attento in sala, e il gioco è fatto.

I suoi giudizi sui limiti, “la deriva”, della cultura contemporanea, sul suo gaio nichilismo (“che è nichilismo proprio perché non sa rispondere, non sa dire nulla all’uomo concreto”), l’arcivescovo li dispensa a volte con il tono bonario del pastore d’anime, a volte con la lucidità tagliente che gli viene naturale quando alza il piano del discorso e va a toccare i temi che gli sono cari, quelli decisivi. E’ forse anche per questo stile deciso, che non lascia scampo alle approssimazioni, che i suoi critici lo accusano di essere un dogmatico negatore del moderno.

Eccellenza, lei è un apocalittico? Ha un giudizio solo negativo della cultura contemporanea? “Sulla modernità, la Chiesa ha prodotto alcuni grandi documenti, penso per esempio alla Gaudium et Spes, elaborando un giudizio complesso, fondante, cui un pastore della Chiesa non può che aderire. Un giudizio attento e non certo superficiale. Né io sono un semplicista che giudica in blocco. Il giudizio espresso in quell’intervento sulla cultura dominante che ha reso impossibile un giudizio di verità sulla realtà, l’ho dato perché io, come persona prima ancora che come teologo e pastore, ho a cuore l’uomo, l’uomo concreto, con le sue domande quando si alza al mattino e va a lavorare, quando muore una persona cara o quando si innamora. Chi è l’uomo? A questa domanda la cultura deve rispondere, per essere degna dell’uomo. Di fronte alla persona umana io mi chiedo: che cosa rende davvero giustizia all’uomo?”.

L’ultimo filosofo, ha scritto il Foglio. E ovviamente era anche un omaggio alla Chiesa. Qualcosa è cambiato, dopo secoli in cui il solo accostare fede e ragione era eresia, o peggio stoltezza per il pensiero laico. La cultura criticata da Caffarra è quella che preclude, si autopreclude, non solo la risposta, ma la stessa necessità delle domande più profonde sul senso dell’essere. Il filosofo Franco Volpi, commentando il suo intervento, ha indicato come un portato positivo della postmodernità proprio il fatto che è caduta “la presunzione che la vicenda umana sia un problema con una soluzione umana”. Che ne pensa? “Ho apprezzato molto le cose scritte da Volpi, ho trovato utilissima proprio questa sottolineatura. Pascal diceva che ‘l’ultimo atto della ragione è ammettere che esistono verità che vanno oltre la ragione’. Questa è ragione. In tale senso, sono state utili anche tante elaborazioni della cultura moderna che hanno insegnato a smascherare la falsità, a non accettare per verità dei falsi assoluti”.

E qui arriva un’altra sorpresa. Il grande apprezzamento di Sua Eccellenza per il pensiero scientifico: “Sempre più spesso è proprio la scienza a porsi le domande radicali sul senso dell’essere, sulla verità ultima delle cose. Esiste una grande razionalità nel pensiero scientifico e proprio dall’interno di questa razionalità emergono sempre più con chiarezza le domande radicali. Lo scienziato oggi è forse la persona più vicina su questi temi. Qui a Bologna, stiamo portando avanti, con l’istituto Veritatis Splendor, un lavoro proprio per documentare come la razionalità scientifica, per essere fedele a se stessa, non possa non porre la domanda metafisica. Ecco, io dico che lo sviluppo che sta assumendo il pensiero scientifico più avanzato mi interessa moltissimo e lo guardo con grande favore”.

Invece sono il pensiero filosofico puro e le scienze sociali a essere rimaste indietro, ancorate a formule e visioni smentite dalla realtà stessa.

Com’è avvenuto questo mutamento? E’ cambiata la Chiesa o sono cambiati i laici? Caffarra risponde con un esempio: “In seguito a quel discorso, ho ricevuto anche molte lettere. La più bella dice: ‘Eccellenza, le chiedo scusa se un vecchio ateo anticlericale si permette di rivolgersi a un principe della Chiesa, quella Chiesa che noi accusavamo di ingannare il popolo con le favole, e che invece oggi ci sta richiamando alla realtà’. Non è un caso che stia succedendo questo”, prosegue Caffarra, “perché la fede implica e richiede la ragione, chiede un riconoscimento di verità da parte della ragione; una fede senza ragione è improponibile, sarebbe puro sentimento o una trasmissione di regole. Per questo la Chiesa è sempre stata tra i più grandi difensori della ragione”. Sta cambiando qualcosa anche nel mondo intorno, però. Caffarra cita un recente discorso del Papa, rivolto proprio ai teologi, in cui Giovanni Paolo II ha sottolineato che se non si riscopre il concetto di legge naturale, non si potrà ricostruire il contesto umano. “Legge naturale, mi spiego? E’ il Papa che richiama alle evidenze non della morale cristiana ma della legge naturale”. C’è un contesto umano guastato, insiste l’arcivescovo. Ma da cosa?

“Prendiamo le difficoltà della democrazia in occidente, della convivenza civile. In buona parte derivano dal fatto che la democrazia si riduce sempre più a essere un mero insieme di regole procedurali. Ma come diceva Leopardi, non c’è nessuna legge che riesca a farmi osservare la legge. Allora da una parte si avverte il limite di questa concezione, ma dall’altra non ci si vuole assumere il peso di una riflessione metafisica ed etica che sappia dare un fondamento alla nostra convivenza civile. Che affermi cioè che esiste qualcosa che non può essere fatto oggetto di contrattazione sociale, perché appartiene all’umano indisponibile. E’ il problema di tutta la legislazione sulla bioetica. Io vedo che tutti i pensatori politici e sociali più attenti si rendono conto di questa impasse; solo che per uscirne bisogna ritornare a un uso della ragione che sia veramente aperta a tutta la realtà, che non si precluda nessuna domanda pregiudizialmente. Per essere più chiaro: che non dia come un dogma scontato che la metafisica è un non senso”.

L’obiezione che molti laici fanno a questo ragionamento è presto detta: così si impone un pensiero dogmatico, si viola la libertà di pensiero e coscienza. “Ma è immediata anche la risposta: questa obiezione è rivelatrice, perché dà già per dimostrato quello che invece non lo è per nulla: che non può esistere nessuna regola di comportamento che non sia il risultato di un consenso e di una contrattazione sociale. Ma è proprio questo che va contestato: esiste una verità sull’uomo e dell’uomo in quanto tale che obbliga la mia libertà, se non voglio usare la mia libertà in senso autodistruttivo. E la ricerca di questa verità non è una contesa tra avversari, ma un dialogo intorno a ciò che abbiamo in comune, e che è proprio il nostro essere persone umane – che non è una connotazione vuota di senso, puramente formale. E’ un incontro tra alleati nella comune ricerca della verità sul bene della persona, che supera ugualmente tutti ed è unica. Ma è proprio questa verità che è negata dal relativismo”. E’ il cuore del dibattito sulla procreazione assistita… “Esatto: una logica di contrattazione su ciò che invece è indisponibile alla contrattazione. In questo senso serve tornare alla considerazione della legge naturale, che in fondo non è neanche una cosa del cristianesimo, è un fondamento della civiltà occidentale che però si sta perdendo. Anzi si è già perso”.

Non sfugge a Caffarra che questa impasse è interna all’occidente, ad esempio nel predominio della tecnologia. Mettere la vita a disposizione della tecnica è una forma di nichilismo. “Facciamo l’esempio bioetico: chi è quel bambino che due adulti desiderano avere? E’ un oggetto del desiderio che si iscrive in un progetto di autorealizzazione, una ‘cosa’ che si può rifiutare o volere a tutti i costi, a seconda che si opponga o serva alla propria autorealizzazione? Ripeto la domanda: il bambino è questo? Posso ridurre la persona umana a un momento del mio processo di autorealizzazione? E’ una domanda sulla verità della persona”.

Per monsignor Caffarra, il vero punto di attacco al nichilismo sta tutto lì. Non ne fa una questione di valori (“anzi, una delle cause dell’allontanamento dell’uomo moderno dalla Chiesa è senz’altro anche nell’insistenza su un moralismo astratto”). Per prudenza, Caffarra preferisce evitare l’argomento del giorno, il nichilismo mortifero del terrorismo. Mentre il nichilismo di altri, più vacuo che gaio, strappa all’arcivescovo non più di un sorriso disinteressato. Ma la sostanza del discorso è ugualmente chiara: il punto d’attacco al nichilismo sta tutto qui: “Non è forse vero che uno dei punti della nobiltà dell’occidente è l’affermazione della dignità della persona? Vuol dire che la persona non è mai qualcosa, perché è sempre qualcuno. La misura del suo valore non è contrattabile, non è a disposizione del computo dei voti o della tecnologia”.

Qui, secondo Caffarra, si arriva al nodo della “tragedia contemporanea”. Ma ci vuole la sorpresa di un altro scarto tematico: “Sui cantieri di Danzica, una delle scritte diceva semplicemente così: ‘Perché la Polonia sia la Polonia, 2 + 2 deve sempre fare 4’. Mi spiego: se io alla domanda di prima, ‘qual è il valore della persona?’, rispondo che è ciò che il consenso sociale ha deciso che sia, sulla base di questa risposta non è più possibile parlare seriamente di prevaricazioni sull’uomo. Basta che si raggiunga il consenso sociale, e ciò che era prevaricazione non lo è più. L’esposizione dell’uomo all’ingiustizia cresce nella misura in cui l’uomo perde la consapevolezza di avere una verità che non è a sua disposizione, ma che la sua libertà è chiamata a rispettare. Se si può decidere che ‘2 + 2 fa 5’, la Polonia non sarà mai libera. Ecco perché ho parlato del nichilismo come di attitudine che nega un rapporto originario con la realtà”. Non è solo Eco o Vattimo, evidentemente. “Mi era chiaro quando studiavo antropologia, e con maggior passione mi è chiaro adesso, come pastore: perché da questo dipende la salvezza dell’uomo, l’uomo concreto. Mi domando: la cultura in cui viviamo è davvero a misura della dignità dell’uomo, rende giustizia piena alle esperienze umane fondamentali?”.

Comincia così a farsi più chiaro anche l’interesse dell’arcivescovo-filosofo per l’educazione, la provocazione da cui era partito: la cultura moderna che ha reso “impensabile” l’educazione.

Gli si potrebbe opporre un’obiezione: basta rimuovere i “cattivi maestri”, basta insomma fare della “buona educazione” per salvare le nuove generazioni e ricondurle, se possibile, alla fede? “No. Non è così”, risponde. “Quando un uomo si rende conto di essere qualcuno di unico e irripetibile, non disponibile alla prevaricazione? Quando me lo spiegano con dei valori? No! E’ quando mi sento amato. In quel momento mi rendo conto che sono davvero fatto per un senso. E’ l’incontro con una persona che mi testimonia un senso, vale a dire mi prospetta la possibilità di un’esistenza che risponde veramente ai desideri del cuore. Questo è il cristianesimo: la proposta della possibilità di un incontro con una Persona che cambia positivamente la tua vita”. Per carità, Monsignore, faccia un esempio concreto. “L’incontro con Zaccheo. Zaccheo è un ladro matricolato. Ma Gesù non inizia l’incontro con la predica sui valori dell’onestà. Gli dice ‘vengo a mangiare a casa tua’. E dentro questo incontro Zaccheo capisce che il suo modo di vivere non è adeguato, a se stesso innanzitutto. E allora dice ‘restituisco quattro volte tanto, e la metà dei miei beni la regalo ai poveri’”.

Torniamo all’educazione. “Una proposta educativa la può fare solo un adulto. Non in senso solo anagrafico, ma di uno che abbia da proporre un’ipotesi interpretativa della realtà della cui verità è certo (altrimenti sarebbe un delinquente!). E ne è certo perché ha provato nella sua vita che i conti tornano. Lo chiamo il principio di autorità: è in questa proposta che l’altro può confrontarsi, crescere in libertà fino al punto di dire perfino ‘grazie, ma io non voglio seguire questa via’. E’ il rischio della libertà di educazione. E non è un fallimento: ho educato una persona a pensare, e dunque a vivere liberamente. Se invece non si fa nessuna proposta, perché si crede che nessuna proposta abbia valore obbiettivo, e al massimo si dice ‘siate tolleranti, tanto non c’è niente che valga la pena’, ecco, questa proposta è devastante per i giovani. Devastante. Per questo ho detto che un certo pensiero rende impensabile l’educazione”. L’arcivescovo si concede un ricordo: “Quando insegnavo catechismo ai bambini, facevo sempre una domanda: ‘E’ più facile fare il bene o il male?’. Rispondevano: ‘Il bene!’”. Per Caffarra non è ingenuità, è la dimostrazione che la disposizione naturale dell’uomo afferma che la realtà abbia “una sua intrinseca intellegibilità, e bontà. E il bambino, il giovane chiede agli adulti di essere introdotto a questo senso, di essere illuminato su questa intellegibilità positiva. Solo in questo modo si può educare. E’ la grandezza dell’umano”.

E’ così convinto, l’arcivescovo di Bologna, della ragionevolezza di questo, che non nasconde neanche il problema, attuale come non mai, di dover introdurre i giovani all’esistenza del male, del male assoluto e radicale.

“La persona va introdotta alla realtà tragica del male. Il problema è come. Perché ci sono due variabili: chi è introdotto, e chi introduce. Può esserci uno che introduce trasmettendo e generando odio. Oppure non deve farlo generando pietà, nel senso cristiano del termine, che non significa mancanza di giudizio? L’altra grande questione riguarda il che cosa si dice, di quel male. Per prima cosa, bisogna dire che il carnefice non è la vittima, non sono sullo stesso piano. Ma, ancora: io posso affermare che non sono sullo stesso piano solo se mi rendo conto che la vera ingiustizia consiste nel negare con la propria libertà quella verità sul bene della persona che ho riconosciuto con la mia ragione. Il male è questa spaccatura che interviene tra la verità sul bene che io ho conosciuto e la scelta della libertà che lo nega. Penso a Manzoni, a come parla del male umano. L’incontro tra il carnefice e la vittima, Renzo e don Rodrigo nel Lazzaretto. Fra’ Cristoforo dice: ‘il sentimento che tu proverai ora per quest’uomo che t’ha offeso, sì; lo stesso sentimento il Dio che tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno’. E’ a questa responsabilità che bisogna introdurre la persona”.

Si concede, per finire, una chiosa erudita: “I greci antichi direbbero che il vero scontro è tra un’antropodoxia, un’opinione sull’uomo, e un’antropologia, un discorso serio sull’uomo. Ecco, questo è il vero scontro di oggi”.




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