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Ru486, l’aborto “facile” che dura settimane e piace molto solo ai medici

Esce oggi un libro di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella, che racconta tutto quello che bisogna sapere sulla pillola abortiva
di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella

Tratto da Il Foglio del 13 giugno 2006

Da oggi è in libreria “La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru486” (Franco Angeli, 171 pagine, 17 euro), di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella. Ne pubblichiamo alcuni brani.

La Francia, come si sa, è stata la patria, più dal punto di vista politico che da quello scientifico, della pillola abortiva Ru486; il governo e la maggioranza dei medici l’hanno promossa, ed oggi circa il 38 per cento delle donne che abortiscono la scelgono. Però sul sito francese dei Centri per l’interruzione della gravidanza si può leggere che “il metodo medico è spesso scelto per il suo aspetto più naturale, per evitare uno degli elementi della tecnica chirurgica (anestesia, manovra strumentale). A priori, sarebbe preferito dall’80 per cento delle donne nella necessità di interrompere una gravidanza. Ma lo svolgimento ed il seguito non sono sempre così semplici da gestire. A distanza dall’interruzione di gravidanza (Ivg), soltanto il 53 per cento delle donne che hanno avuto un aborto medico farebbe nuovamente questa scelta se dovesse ricorrere ad una nuova Ivg: invocano l’aspetto stressante, doloroso o sgradevole del metodo, il desiderio di non vedere il prodotto d’espulsione, il desiderio di evitare il dolore e le perdite di sangue prolungate”.

In Italia, nel caso la Ru486 sia commercializzata, la legge 194 costituirebbe un ostacolo, in quanto prevede che l’aborto sia praticato esclusivamente nelle strutture sanitarie pubbliche; ed è impossibile, con il metodo chimico, garantire che la fase espulsiva si verifichi sempre e comunque in ospedale. Se si dovesse applicare la legge in modo fedele, la durata dei ricoveri per l’interruzione di gravidanza oscillerebbe tra i 3 e i 15 giorni: troppo per qualunque sistema sanitario. La convenienza della Ru486 deriva proprio dalla riduzione delle degenze, e dall’alleggerimento del peso logistico ed economico degli aborti sulle strutture pubbliche. In realtà l’aborto con la pillola è sempre, almeno per una certa percentuale di pazienti, un aborto “casalingo”. In Francia, però, è stato necessario modificare la vecchia legge Veil, quella del 1975, per legittimare l’aborto a domicilio; la modifica legislativa è stata fatta nel 2001 (estendendo anche la possibilità di interrompere la gravidanza da 12 a 14 settimane), e le linee guida della nuova legge sono state emanate nel 2004.

Secondo i nuovi regolamenti francesi, nel caso l’aborto avvenga a casa si deve poter raggiungere un ospedale al massimo in un’ora di macchina, ed è necessario poter contare su un accompagnatore. Ma soprattutto la donna si sottopone a una valutazione psicosociale che include sia un esame delle condizioni ambientali (per esempio disponibilità continua di un telefono e pulizia dell’ambiente in cui avverrà l’aborto) che psicocomportamentali: deve essere in grado di comprendere e seguire attentamente il protocollo, specie in caso di complicazioni, e deve essere pronta ad accettare forti dolori, perdite di sangue prolungate e il rischio di fallimento. In quanto ai criteri per l’esclusione, vanno valutati: “Livello cognitivo insufficiente, analfabetismo, barriere linguistiche; vulnerabilità emozionale o psichica, scarsa resistenza al dolore; problemi o antecedenti psichiatrici, in particolare psicosi, utilizzo di farmaci; mancanza di disciplina, di responsabilizzazione sulla propria salute; mancanza di disponibilità per ragioni professionali, figli piccoli, viaggi”. Deve essere inoltre considerata la situazione in cui vive la donna, se c’è isolamento relazionale oltre che fisico, se la donna è sola con bambini piccoli […] Si raccomanda di far capire l’importanza della visita finale di controllo per la verifica del completo svuotamento dell’utero, e sono sempre prescritti analgesici. Queste chiare regole, a rigor di logica, dovrebbero valere per chiunque assuma la Ru486, se l’aborto non avviene in ospedale in ogni sua fase. E’ evidente che se il medico non è in grado di verificare l’avvenuta espulsione dell’embrione entro le ore di permanenza nella struttura sanitaria pubblica, e si lascia che la donna torni a casa, si tratta nei fatti di un aborto a domicilio.

[…] In Italia, diversamente da altri paesi, sono soprattutto medici coloro che guidano il movimento d’opinione pro Ru486. Non solo: la pillola abortiva sembra avere un merito davvero miracoloso, aver convertito alcuni medici obiettori. I toni con cui la stampa pubblicizza queste conversioni sono trionfalmente acritici. Sulla Repubblica, il dottor Salvatore Garzarelli, dell’Ospedale San Paolo di Savona, dichiara che vuole sperimentare il farmaco, e proclama: “Aiutare le donne è un mio dovere”. Nessuno chiede all’intervistato perché il semplice fatto che l’aborto sia effettuato con una tecnica diversa faccia crollare all’improvviso le sue obiezioni “di coscienza”. Com’è che solo adesso il dottor Garzarelli avverte l’impellente bisogno di “alleviare la tristezza infinita” di una donna che ricorre all’interruzione di gravidanza? La verità è che la classe medica vede, nella Ru486, la propria liberazione (non quella delle donne) dalla “tristezza infinita” degli aborti. Con la nuova tecnica non si compromettono carriere, non si impegna la struttura sanitaria, non si immobilizza la sala operatoria, non si candida il proprio reparto a farsi carico della massa di interventi abortivi. […] Si conferma quello che i movimenti delle donne hanno spesso sospettato, cioè che l’obiezione è stata in molti casi una risposta di comodo, dovuta a scelte di opportunità più che di coscienza.

Il problema etico, con la Ru486, rimane inalterato. Quello che cambia è il coinvolgimento della struttura sanitaria, il grado di impegno dei singoli operatori e dei reparti di ostetricia e ginecologia […]. E’ per questo che una parte della classe medica si affanna a ripeterci che l’aborto chimico è facile, e che bisogna assolutamente introdurlo per il bene delle donne […]. C’è dunque una nuova ripartizione di responsabilità tra le donne e i medici sull’aborto, grazie alla Ru486: ma è una distribuzione che penalizza fortemente le donne, considerando che sono loro a essere già gravate dal peso psicologico e morale della scelta, e dal peso fisico di un intervento sul proprio corpo. E’ giusto che tutti, persino i medici, si lavino completamente le mani dal problema aborto? Soprattutto, è giusto che si mascheri la concreta questione delle responsabilità dietro al mito dell’aborto indolore, facile e sicuro?

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