STORIA
Continua la discussione sui battesimi forzati dei piccoli salvati nelle famiglie cattoliche o nei conventi. Una vicenda ristretta soprattutto alla Francia: ecco cosa accadde in Italia
La studiosa Grazia Loparco: «Nel nostro Paese non risultano casi di non restituzione e il numero dei sacramenti impartiti fu minimo. A Roma solo 6 episodi su oltre 4000 ebrei salvati»
di
Gian Maria Vian
Tratto da

del 30 dicembre 2004
Il brano di una lettera del 19 luglio 1946 del nunzio in Francia Angelo Giuseppe Roncalli (il futuro Giovanni XXIII), un documento del Sant'Uffizio del 20 ottobre successivo pubblicato fuori del necessario contesto, l'ennesima contrapposizione forzata tra Pio XII e Roncalli, beatificato nel 2000) e giudizi aspri sulla possibile beatificazione di Pio XII. Ma anche riflessioni storicamente più fondate e toni più pacati. Oggetto dell'ennesima polemica - avviata martedì da un articolo di Alberto Melloni sul "Corriere della Sera" - l'atteggiamento della Chiesa cattolica durante la persecuzione contro gli ebrei scatenata dalla ferocia nazista. In particolare sulla restituzione ai loro ambienti di bimbi ebrei battezzati e di altri affidati a istituzioni o famiglie cattoliche per salvarli dallo sterminio.
Restituzione di fronte alla quale il Sant'Uffizio suggeriva al nunzio Roncalli di procedere con prudenza esaminando «ogni caso particolare». Ma ribadendo, secondo la dottrina e il diritto canonico vigenti, che i bambini battezzati non dovevano essere affidati a istituti che non ne assicurassero «l'educazione cristiana», mentre per gli orfani non battezzati di cui «la Chiesa s'è fatta carico, non è conveniente che siano abbandonati dalla Chiesa stessa o affidati a persone che non hanno diritto su di loro, a meno che non siano in grado di disporre da sé». Mentre i bimbi non battezzati affidati alla Chiesa dai genitori e da questi reclamati avrebbero potuto essere restituiti. La dolorosa questione è assente nelle agende di Roncalli, che appare favorevole al rientro dei bimbi negli ambienti di origine dal brano della lettera del 19 luglio e che con ogni verosimiglianza si adoperò per la soluzione dei casi controversi secondo le direttive romane.
Il groviglio appare intricato, dal punto di vista storico e da quello dottrinale. Molto probabilmente i battesimi in questione erano infatti stati amministrati senza il rispetto delle norme canoniche, cioè prescindendo dal consenso dei genitori o di altri parenti e al di fuori del pericolo di morte, immediata o prevedibile. E dunque in modo illecito, anche se valido. A questi episodi di battesimi abusivi si aggiungevano i casi di bimbi affidati a persone o istituzioni cattoliche. Vi erano poi le circostanze tragiche in cui tutto questo era avvenuto e il caos del dopoguerra. E tuttavia i casi sottoposti al nunzio e al Sant'Uffizio - probabilmente diverse decine, forse centinaia, solo da poco tempo approfonditi dalla ricerca storica - sembrano ristretti alla Francia, il cui "tradizionale antisemitismo" fu bollato nel 1951 con toni veementi dal cattolico François Mauriac nella prefazione al Bréviaire de la haine. Le IIIe Reich et les Juifs di Léon Poliakov.
Del tutto diversa era invece la situazione italiana (e così probabilmente quella di altri Paesi europei), dove rispetto agli ebrei accolti nei conventi «il numero dei battesimi fu minimo» mentre non vi è «alcun caso di non restituzione di bimbi alle famiglie». A parlare è una giovane storica salesiana, Grazia Loparco, docente alla Pontificia facoltà di scienze dell'educazione Auxilium, che sul primo numero del 2004 della Rivista di Storia della Chiesa in Italia (Vita e Pensiero) ha pubblicato un ampio studio sugli ebrei salvati, per ordine di Pio XII, nei conventi romani (4.329 in un centinaio di istituti religiosi femminili, in una quarantina di istituti maschili e in una decina di parrocchie): Gli ebrei negli istituti religiosi a Roma (1943-1944). Dall'arrivo alla partenza (pp. 107-210). Lo studio è frutto di un'indagine lunga e rigorosa che è stata promossa dal Coordinamento Storici Religiosi (www.storicireligiosi.it) e che si sta estendendo al resto dell'Italia. «Accolti dai salesiani di Torino e di Roma, i bambini degli orfanotrofi ebraici tornarono tutti alle loro comunità», dice la studiosa. E aggiunge che quando alcuni bambini chiedevano il battesimo «venivano dissuasi perché non erano nelle condizioni di libertà per farlo».
Fondato su documenti d'archivio e su testimonianze dirette, lo studio è dolorosamente avvincente, non tace infelici tentativi di conversione né omette il caso di sei battesimi a Roma: di cinque «piccole ebree, accolte, salvate e successivamente battezzate» a Santa Maria delle Grazie in via della Balduina, e quindi quello struggente di una neonata, salvata da una razzia dei nazisti dalle Francescane Missionarie di Maria di via Giusti. Lo ricorda vividamente suor Myriam Capone: «Passò proprio lì davanti un camion carico di ebrei, uomini, donne e bambini, sorvegliati dalle SS. Una donna emise un piccolo grido per attirare l'attenzione. La suora guardò e vide che le porgeva, e quasi le lanciava, la bimba che teneva stretta fra le sue braccia. Il camion sparì. Suor Gesù Eucaristia rientrò commossa, con la creaturina tra le braccia. Doveva avere circa due mesi». Trasferita più al sicuro con altre orfanelle, «nessuno venne a cercarla. Compiuti sette anni, venne battezzata col nome di Mirella, nome di battesimo della superiora. Poi è stata adottata, ma veniva molto spesso a trovarci. Anche dopo essersi sposata, ha chiesto dove mi trovavo, ed è venuta a salutarmi con il marito e la figlia adottiva (indiana), fino a Rovereto, dove mi trovavo allora».
Ai due unici esempi di battesimi - di bambini ormai in età di ragione - si affiancano le "pressioni cattoliche", soprattutto di suore, a cui fanno però riscontro le tenaci resistenze dei piccoli ebrei. Così Silvana Perl Treves restituisce una Bibbia cattolica - dove legge invece di «Osserva il sabato» la frase «Osserva la Domenica e le feste» - commentando secca: «La traduzione di questo libro non è esatta. Non mi interessa». Mentre una piccola Margherita, invitata a farsi cristiana, risponde alla romana: «Non posso, sore'». Alcuni invece si convertiranno liberamente. Ma queste sono proprio altre storie.
HANNO DETTO
Quei bimbi salvati
Lo storico
Alberto Melloni (nella foto) martedì sul «Corriere della Sera» ha pubblicato un articolo dove ha ipotizzato che sulla questione dei bambini ebrei affidati alla Chiesa cattolica per salvarli dalla persecuzione antisemita, vi fosse fra Papa Pio XII e il suo nunzio a Parigi, Angelo Roncalli, un disaccordo riferito a un documento emanato dal Sant'Uffizio il 20 ottobre del 1946 in cui si raccomanda di dare un'educazione cristiana ai bambini ebrei già battezzati e comunque di esaminare con molta cautela le richieste di restituzione da parte delle famiglie. Ma di questo disaccordo non c'è traccia in quanto finora si sa delle «Agende» roncalliane, bisognerà - replicava ieri
Vittorio Messori (nella foto qui sopra) sul «Corriere» - attendere la loro completa pubblicazione. Dura invece la replica - sempre sul «Corriere» - di
Amos Luzzatto (foto sotto), presidente della comunità ebraiche italiane, che definisce «agghiacciante» e «orrendo» l'ordine del Sant'Uffizio approvato da Pio XII. E arriva al punto di minacciare «che vi saranno problemi nei rapporti con gli ebrei» qualora si proceda alla beatificazione di Papa Pacelli. La gravità di quella direttiva supererebbe quella del caso Mortara che infiammò l'Italia di metà Ottocento, poiché venne quando ormai tutti sapevano che cosa era stato fatto agli ebrei con la Shoah. Il caso di Edgardo Mortara, il piccolo ebreo sottratto da Pio IX alla famiglia, non deve far dimenticare - obietta Messori - che «se per una qualunque ragione, il battesimo è validamente amministrato, questo imprime il carattere indelebile di figlio della Chiesa». Dunque, conclude Messori, la Chiesa era legittimata a considerare con cautela le richieste di restituzione di quei bambini che nel frattempo erano diventati suoi figli.
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