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di Stefano Pistolini
Tratto da Il Foglio del 2 settembre 2010
Avrà pure rivisto l’arredamento per questa sua seconda comunicazione dallo Studio Ovale, avrà mandato in soffitta persino il tappeto cucito da Laura Bush – sostituito con uno corredato da frasi celebri, due di presidenti dem, due di presidenti rep, più Martin Luther King, che adesso, come dice uno dei leader dei Tea Party, Glenn Beck, è un valore trasversale – ma quello che è cambiato radicalmente nel discorso sulla fine delle operazioni in Iraq è l’atteggiamento con il quale il capo della Casa Bianca, Barack Obama, si è rivolto agli americani.
Il presidente ha ostentato la stessa partecipazione che ci si attende da una statua di gesso. Dall’uomo che ha rinverdito i fasti dell’oratoria, che ha usato lo stile dei grandi predicatori, che ha fatto dello slogan a effetto, del coinvolgimento emotivo, il trademark della sua ascesa, il messaggio non poteva essere più chiaro: niente celebrazioni, niente effetti speciali, niente rimbombanti annunci di vittoria. Soltanto il puntiglio di sottolineare che la promessa del ritiro è stata mantenuta secondo i tempi prospettati in campagna elettorale. E che adesso, compatibilmente con l’aggravarsi della situazione, sarà seguita dal disimpegno in Afghanistan.
Le parole scelte da Obama sono suonate laconiche, fredde, vicine al confine del minimalismo – non certo una sua specialità. Pochi cenni a ciò che gli americani si lasciano alle spalle, dopo che la lotta contro un regime maligno s’è trasformata nella cura di una terra colpita dall’infezione spirituale chiamata al Qaeda. Un ringraziamento agli sforzi delle truppe, il ricordo del prezzo pagato in vite umane, di trionfalismi neppure l’ombra. Messaggio: ho finito il lavoro che qualcun’altro aveva cominciato e sul quale – lo dimostro con il modo gelido in cui ne parlo – ero in vago disaccordo. Mi ero impegnato a rispettare questa scadenza e ora sono qui a sottolinearlo. Che la situazione interna dell’Iraq sia in deterioramento è una fatalità della quale ho intenzione di occuparmi sempre meno. In sostanza, quello di martedì è stato un discorso elettorale, il primo confezionato con tanta ufficialità in vista delle prossime presidenziali, per cominciare a produrre quel riposizionamento che condurrà Obama lontano da dove l’abbiamo incontrato cinque anni fa.
La frase chiave del discorso è: “Giriamo pagina”. Passiamo ad altro. Prendiamo completamente nelle mani il futuro della nazione, senza più perdere energie e quattrini per foraggiare imprese escogitate da predecessori. Riscriviamo le priorità. E al primo posto, garantisce Obama in odore di populismo, ci sarà l’America, anzi, gli americani. Malconci, impoveriti, disoccupati, spaventati, alla ricerca di motivazioni, opportunità e stimoli. Questa sarà la piattaforma dalla quale Obama lancerà la candidatura al secondo mandato, a dispetto dall’annunciato successo repubblicano nel voto di medio termine. Diciotto minuti teatralizzati, studiati, pensati per comunicare un’estraneità, persino un imbarazzo, e il senso di liberazione nel chiudere una questione scabrosa.
Molti commentatori hanno accolto con perplessità, se non delusione, una tale performance di cinismo politico. David Rothkopf su “Foreign Policy” paragona il discorso di Obama all’artificiosità con cui un guitto ritira il premio ai Golden Globe. Ma tempi e circostanze sono cambiate dal 2007. I momenti di grande passionalità espressi da Obama hanno ottenuto reazioni popolari che definire “contrastate” è puro ottimismo. Obama si accinge a indossare ora i panni dell’invincibile guardiano di ciò che resta del benessere dell’americano qualsiasi, di mister nessuno. Come se, proprio attorno a quel mister nessuno, già non s’assiepasse una ridda di corteggiatori. Obama dovrà badare a non ridursi a volto nella folla. Lui, che un tempo annunciava che anche il mare si sarebbe aperto di fronte alla visionarietà di un vero capo.