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Tra Bagnasco, De Rita e don Sciortino
di Maurizio Crippa
Tratto da Il Foglio dell'1 settembre 2010
Roma. L’ultimo a pronunciare la formula magica è stato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, propiziando l’ancora incerta nascita di “una nuova classe politica, cristiana nei fatti non nelle parole” capace di essere “coerente con la propria fede e presente nelle diverse responsabilità sociali, civili e politiche”. Pochi giorni prima, e con un maggior livore, la questione dell’adeguatezza del ceto politico cattolico era stata posta da Beppe del Colle su Famiglia Cristiana, per il quale “la discesa in campo di Berlusconi ha avuto come risultato quello che nessun politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato: di spaccare in due il voto cattolico”. Tanto che oggi la domanda assassina è tra “quale delle due metà” dovrebbe “fare autocritica” per quello che di Del Colle giudica un fallimento sistemico.
A quasi vent’anni dalla fine dell’unità politica, il marasma nella definizione del ruolo dei cattolici permane. L’appello alla nuova generazione è diventato un mantra delle gerarchie da quando Benedetto XVI indicò in Sardegna la necessità di “una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile”. Era il 7 settembre 2008, data significativa: in quei mesi si stava compiendo l’avvicendamento al vertice della Cei tra Camillo Ruini e Bagnasco, tramontava una lunga stagione di ferreo indirizzo, giocata nel nome dei valori “non negoziabili” e della “non irrilevanza” pubblica della chiesa. Ma erano anche i mesi della repentina apertura della gerarchia sul testamento biologico. Poi venne il caso Boffo e l’impressione di una crescente frattura tra cattolici e politica e di un affievolimento della capacità di dettare l’agenda. Fino all’impressione oggi di un esercito un po’ in ordine sparso, spesso sotto schiaffo mediatico e sulla difensiva nell’arena pubblica.
Se l’impressione è chiara, più complessa è l’interpretazione. Un autorevole e ascoltato decano del mondo cattolico, il presidente del Censis Giuseppe De Rita, è intervenuto ieri sul Corriere della sera e con tipico approccio statistico e sociologico ha illustrato quella che gli appare una disparità tra la vivace e “non scontata” presenza quantitativa e qualitativa nella società dei cattolici e la sua rappresentanza politica, a causa di una mancanza di “corpi intermedi”. Un’interpretazione che sembra indicare quantomeno due cose: la mancanza di una adeguata selezione e cooptazione in politica di esponenti cattolici – oggi di fatto, Cl a parte, nessun movimento possiede nel proprio Dna una vocazione diretta all’impegno politico. E dall’altra parte un auspicio, tra le righe, che dall’attuale fase magmatica possa riemergere una rappresentanza più organica, nei termini forse non di un partito, ma comunque in direzione centrista: suggestione che permane in qualche ambiente ecclesiale ma di cui in verità nessuno nella gerarchia sentono la nostalgia.
Ci sono però anche altri modi di vedere. Il sociologo Luca Diotallevi, vice presidente del comitato organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani, appuntamento che ormai si va configurando come una vera e propria assise generale del laicato, contesta che è “empiricamente falso dire che i cattolici non sono presenti in politica. Hanno una capacità ampiamente dimostrata di condizionare con il loro spostamento l’esito elettorale. E poi, partiti a parte, basta osservare la percentuale dei sindaci che vengono direttamente dal mondo cattolico”. Segno tra l’altro, nota Diotallevi, del fatto che la agognata “nuova generazione” si va formando, non per cooptazione ma per selezione ed esperienza sul campo. Resta però il dubbio, e non solo in De Rita, che dopo gli anni di Ruini e con lo stabilizzarsi di un quadro politico in cui il voto organizzato dei cattolici non è più l’ago della bilancia la capacità della chiesa di dettare l’agenda sia venuta meno. Diotallevi, comunque, propone un’interpretazione benevola di Bagnasco: la sua non è una bocciatura totale, ma un dire, “non basta, sappiamo distinguere tra chi parla e chi fa”. Più interessante la questione dell’agenda politica, per Diotallevi. Una maturazione di strategia: “Non è che contino meno i ‘valori non negoziabili’. Ma è più chiaro che quei valori sono non negoziabili ma spendibili: vanno spesi nella politica. Spesi nel senso della parabola dei talenti: non si hanno dei valori per difenderli aprioristicamente e tenerli sepolti, ma per giocarli, ‘negoziarli’ nella società per farli rendere al massimo, secondo il principio di moderazione e di mediazione così caro a Ratzinger”. Stefano Ceccanti, senatore pd, ha punto di vista ancora diverso: “Mi pare che ci sia troppo ottimismo quando De Rita parla del peso sociale dei cattolici. Gli ultimi rilevamenti parlano invece di un arretramento sensibile. E’ vero che la chiesa ha tuttora una sua centralità, ma mi pare che da questo non derivi nessuna nostalgia del centrismo. E anche quella di Bagnasco è un richiamo alla coerenza personale, non una bocciatura di chi è impegnato in politica”. Quanto alla scarsa rappresentanza, Ceccanti usa gli stessi argomenti di Diotallevi: basta guardare al numero di cattolici tra i sindaci e nelle amministrazioni. E rimanda alle Settimane sociali: dove si parlerà di fatti concreti, non solo di valori.