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di Gianluca Perricone
Tratto da Giustizia Giusta il 26 agosto 2010
Le pagine di cronaca di alcuni quotidiani (pochi per la verità) si sono occupate, durante l’estate, della vicenda di Enrico Gallo, per tutti “Enrichetto”.
L’uomo viveva solo, con il suo fedele cagnolino, in un piccolo centro del Piemonte. Ha il vizio del bere, Enrichetto, ma in paese lo sanno tutti e lui, del resto, non da fastidio a nessuno.
Un giorno, dopo aver alzato un po’ troppo il gomito, il Nostro provoca un incidente stradale: si scontra con un’auto e finisce ai domiciliari per guida in stato di ebbrezza. Una costrizione che ad Enrichetto pesa più di quanto possa incidere su qualsiasi altro soggetto perché lui, Enrico Gallo, non ha nessuno che possa fargli almeno un po’ di spesa. Delle due una: o esce a prendere qualcosa da mangiare per sé ed il proprio cane, o entrambi muoiono di fame. Lui decide di optare per la prima soluzione e va a comprarsi un panino e poco altro. E’ a questo punto che entra in scena la solita vicina di casa – zelante ma anche, evidentemente, poco incline a farsi gli affari propri – che assiste all’abbandono momentaneo delle mura domestiche da parte di Enrichetto e decide di chiamare i Carabinieri: per l’uomo scatta l’accusa di evasione dai domiciliari e viene condannato a due mesi di reclusione.
E’ a questo punto che Gallo inizia in carcere uno sciopero della fame con un solo intendimento: che qualcuno si occupi di Pumin, il suo amato amico a quattro zampe. Il suo appello, però, cade inascoltato e, quando Enrichetto finisce di scontare la detenzione, trova ad attenderlo un’altra, bruttissima sorpresa: Pumin non c’è più. Forse alla ricerca del padrone, o forse spinto dal bisogno di mangiare qualche cosa, l’amico a quattro zampe di Enrichetto, girovagando per le strade, è stato investito ed ucciso da un’automobile.
Così, in questa vicenda in terra piemontese, sono due le vittime di una giustizia che troppo spesso – oltre ad essere riverente con i potenti e severa con i più fragili – si dimostra sempre più intollerante nei confronti della razionale flessibilità della sua applicazione. Enrichetto e Pumin: vittime (oltre che della impietosa insipienza della vicina di casa) dell’ennesimo episodio di giustizia grottescamente inflessibile.