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2003-2010 Che cosa è cambiato davvero in sette anni di battaglie combattute tra le ferraglie dell’Iraq

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Occhiaie di riguardo di Toni Capuozzo
Tratto da Il Foglio del 25 agosto 2010

Almeno, che l’ultimo non spenga la luce. Ho letto con puntiglio le paginate, i quadri sinottici, le cronologie, i pochi commenti sul ritiro dell’ultima unità combattente americana dall’Iraq.

E non voglio qui aggiungere il mio, i dubbi sulla missione compiuta, le scelte di Obama così influenzate dalle scadenze elettorali interne, dalle urgenze afghane (in una sorta di contrappasso, una delle ragioni delle difficoltà afghane fu la distrazione di uomini e intelligenze richiesta dall’impegno iracheno), il futuro non così certo dello stesso Iraq. Voglio solo guardarmi indietro, e non tanto per vedere quello che ci siamo lasciati dietro, ma quello che l’Iraq ci ha lasciato addosso. Ci ha lasciato cicatrici e numeri e nomi forse indelebili, nella coscienza collettiva: i morti di Nassiriya, Fabrizio Quattrocchi, Enzo Baldoni, i sequestri delle due Simona e di Giuliana Sgrena. Ci ha lasciato immagini, che sono piccole icone discutibili: l’anziano Kenneth Bigley ai ceppi, noi – l’occidente – come non avremmo mai voluto essere, noi come non ci vediamo, sorpresi eppure in posa, tronfi sopra gruppi di carne viva e umiliata, tenendo uomini a carponi al guinzaglio, un americano che declina le sue generalità, senza sapere che sono il suo testamento, e un giudice che si fa boia ed esibisce la testa di Nicholas Berg, che non ebbe il tempo di dire sono vivo, sono un americano o sono un ebreo, adesso vi mostro io come so morire. Ci rimane l’immagine del soldato che uccide un prigioniero, a Falluja, e le parole del giornalista embedded che documenterà l’orrore. E prima di tutte, la statua di Saddam che viene abbattuta (me lo sono chiesto spesso: cosa vorrà dire la scultura – un coacervo di ferri ormai bruniti dalla polvere di Baghdad – che ha preso il posto di Saddam, nella piazza del Paradiso? Tanto era realista la statua del dittatore, col braccio levato a indicare il futuro, o solo la direzione del centro cittadino, tanto è opinabile il significato dell’opera che ne ha preso il posto. Io ho creduto di distinguere un sole, e l’idea sofferta di un’alba nuova, e allora potrebbe essere un monumento confuso e profetico all’Iraq di queste ore).

E’ cambiato velocemente, l’Iraq di questi sette anni, come una giostra impazzita. I privilegiati di prima sono ai margini, gli esclusi, curdi e sciiti, sono al governo, o si battono per darsi un governo. E’ cambiata la vita quotidiana degli iracheni: si sono abituati a votare, i veicoli della capitale sono triplicati, tutti guadagnano di più, e in alcuni casi vertiginosamente di più: i telefonini, i dvd, le antenne paraboliche, tutti i segni della modernità sono calati come una valanga di bip sul paese che per dieci anni è stato isolato dal mondo. I canali televisivi sono decine, le testate giornalistiche centinaia. Ma la vita a lungo è stata più incerta, per anni quasi un inferno, la sicurezza un miraggio: i treni non arrivano in orario, il dopoguerra, in un certo senso è stato peggiore della guerra. Le idee proibite sono diventate un vortice turbinoso, nel quale ognuno si è scavato un’identità frettolosa, o antica: fedi tribali, bandiere religiose, nostalgie irriducibili e sogni precoci: la democrazia importata assomiglia a un caos, ed è spesso insanguinata. Era giusto? Valeva la pena, è stato un tragico errore? Davanti a questa scultorea domanda, non so dare una risposta. Lo so che in Italia tutti hanno risposte, inchiodati alle nostre passioni politiche, ansiosi che la realtà ci dia ragione, piuttosto che curiosi di capire cosa insegni la realtà, e in che cosa possa modificare le nostre idee. Quel che conta, adesso, è se quella guerra ha cambiato tutti noi, e cosa ci lascia. Io so cosa ha lasciato a me, ed è qualcosa in più delle immagini che ho detto. Ma per il resto, mi pare non lasci granché. Siamo tornati a rintanarci nel nostro cortile, l’Iraq non offre più appigli a destra o a sinistra, e il giornalismo che alzava il sopracciglio sull’occupazione americana, dopo aver chiuso gli occhi sugli orrori di Saddam, si occupa d’altro. Allora, avevamo ragione o torto, sette anni fa? Non conta saperlo, tutto è rientrato nel copione, l’Iraq ha cessato di essere il banco di prova della spiegazione del mondo a suon di petrolio, di impero americano, di ecumenismo religioso e correttezza politica, non è più il pretesto per dividerci e combatterci. Così, mi tengo solo il ricordo dei miei amici iracheni, le loro telefonate, e una sola notizia dimenticata: la morte di un italiano di serie inferiore, un iracheno che si era rifatto una vita tra noi, senza manifestare contro i centri d’accoglienza, senza tendere la mano, senza figurare sui registri Caritas o nelle battute dei sindaci di Treviso, e dunque doppiamente sospetto e fuori posto. E di tutto quello che ho letto adesso, una cosa mi è rimasta impressa: il nome dell’ultimo caduto. Una donna, Faith Hinkley, ventitre anni, ex girl scout in Colorado, uccisa a sud di Baghdad il 7 agosto.




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