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Motori • Filippo Preziosi, mente della Ducati Corse, ha vinto già una scommessa: battere i colossi giapponesi. Ora la “rossa” ha strappato alla Yamaha anche il “Dottore”
di Tonia Mastrobuoni
Tratto da Il Riformista del 17 agosto 2010
Adesso la «scorbutica», la «pazza» Desmosedici come la chiama Filippo Preziosi, avrà il suo degno cavaliere. Il direttore generale della Ducati Corse, il demiurgo dell’irresistibile ascesa della “rossa” da cenerentola a regina del motomondiale, ce lo aveva confessato un po' di tempo fa. In un’intervista finita poi in un libro (“Gioventù sprecata”, Laterza), Preziosi aveva detto che considerava Valentino Rossi «uno dei piloti più grandi della storia del motociclismo».
Ora che la notizia è ufficiale, che Ducati ha strappato per due anni il “Dottore” alla Yamaha, vengono in mente anche le parole con cui Preziosi commentò nell'intervista la vittoria del motomondiale nel 2007. L'ingegnere perugino reputava il fatto di aver progettato il motore che ha proiettato la due ruote di Borgo Panigale sul podio più alto l’«aver contribuito ad una cosa, seppur piccola, che ha fatto sventolare la nostra bandiera». Una circostanza che lo aveva «riempito di orgoglio».
L'accordo con Valentino Rossi è un traguardo che coniuga dunque la conquista di un fuoriclasse italiano con un marchio-simbolo del riscatto del tricolore nei piuttosto mesti, fuori dallo sport, anni Duemila. Un connubio che ha fatto pensare subito gli appassionati a quello leggendario tra Giacomo Agostini e MV Agusta degli anni Settanta.
Un miracolo che deve molto a questo ingegnere umbro adottato dall'Emilia operosa. Pensare che quando Preziosi arrivò a Borgo Panigale, nel 1994, la “rossa” si stava riprendendo dal periodo più buio: i fratelli Castiglioni l'avevano rilevata otto anni prima risollevandola dal baratro nel quale l'aveva precipitata il carrozzone statale. A Candidò Cannavò, in una bellissima intervista del 2007 alla Gazzetta dello Sport, Preziosi raccontò che la sua passione era anche una questione di orecchi: «La Ducati è diversa - osservò - ha una musica inconfondibile, senti che è fatta per te, tu sei come lei, è una moto senza compromessi». E il grande giornalista commentò che «alle visioni non si comanda».
Perugino, quando si laureò a Bologna in Ingegneria meccanica, un professore gli chiese di rimanere a lavorare con lui. Preziosi rispose che i motori preferiva progettarli piuttosto che studiarli. Il professore sospirò, «ecco un altro che vuole andare a lavorare in Ferrari», ma l'appassionato ducatista gli rispose che preferiva le due alle quattro ruote e che la sua meta di pellegrinaggio post lauream sarebbe stata Borgo Panigale e non Maranello.
Negli anni successivi, responsabile in azienda del “calcolo strutturale”, si buttò a capofitto nella progettazione di motori da corsa e nel 1999, quando fu creata la “Ducati corse”, lui fu promosso a capo dell'ufficio tecnico per le progettazioni. Il resto è storia. È la favola di Davide contro Golia, di una realtà da 40mila moto all'anno che sfida le dominatrici incontrastate del mercato, le nipponiche da 12 milioni di pezzi prodotti in un anno. E vince. Strappando, è notizia di domenica scorsa, al Sol Levante anche il suo fiore all'occhiello.
Sempre nell'intervista contenuta nel libro “Gioventù sprecata. Perché in Italia si fatica a diventare grandi”, Preziosi ci spiegò che gli svantaggi competitivi del gruppo con le giapponesi sono sempre stati due. Il primo, il più palese, la dimensione. «Non possiamo contare su una struttura analoga a quella dei nostri concorrenti: gli altri hanno dei dipartimenti che sono interfunzionali e il livello di tecnologia del gruppo al quale chi progetta una moto può attingere è immenso», osservò.
Il secondo svantaggio competitivo, neanche a dirlo, è il “sistema paese”, secondo il capo della Ducati Corse. «I nostri avversari, in Giappone, hanno a che fare con un'attenzione, da parte del sistema, e una serietà nell'approccio a qualsiasi tematica decisamente più elevata rispetto all'Italia».
Il tentativo, dunque, sottolineò, fu quello «unire le caratteristiche migliori dei nostri concorrenti, ovvero il rigore la pianificazione nell'approcciare ogni tema con le qualità tipicamente italiane che si possono riassumere in fantasia e flessibilità».
Una caratteristica poco italiana che è stata uno degli ingredienti vincenti della sfida “rossa” ai giganti del Sole Levante, è l'enorme investimento in ricerca e sviluppo: «Tolti gli ingaggi dei piloti, spendiamo tutti i guadagni derivanti dagli sponsor, dai diritti televisivi e dai contributi che Ducati Motor Holding dà alle corse, esclusivamente per la ricerca e lo sviluppo», per Preziosi.
Un dettaglio non secondario di cui ti dimentichi facilmente, quando il capo dei motori da corsa di Borgo Panigale ti subissa di dettagli tecnici o ti elenca i trionfi degli ultimi anni, è che «l'amica moto» gli ha mostrato nel 2000 «la faccia brutta della vita», disarcionandolo durante una gara motociclistica in Algeria e costringendolo da allora alla sedia a rotelle. È da tetraplegico che Preziosi ha portato avanti il suo piccolo grande miracolo italiano, in questi dieci anni. E come scrisse Cannavò, la sua sedia a rotelle, questo «trabiccolo», è «testimone della sua vicenda personale» e «romba più dell'imbattibile Desmosedici: è civilità che avanza, è lotta contro il pregiudizio, è musica che dà coraggio a tanta gente colpita da un agguato della sorte».