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Pochi fondi per «deficit di immagine». I ribelli: no ai soldi degli infedeli
di Lucia Capuzzi
Tratto da Avvenire del 17 agosto 2010
L’ultimo appello, in ordine di tempo, o meglio supplica, alla comunità internazionale è arrivato domenica. Dopo aver sorvolato le aree sepolta dall’acqua, il leader dell’Onu Ban Ki-moon ha implorato il mondo di aiutare il Pakistan. Eppure i risultati scarseggiano. Le Nazioni Unite hanno chiesto un contributo di 460 milioni di dollari. Sono passati sei giorni. Ma appena un quinto – 140 milioni –, è stato promesso. L’Ue ha offerto 40 milioni. In cima alla classifica dei donatori c’è Washington, che si è impegnata a versare 55 milioni. Un anno fa, per la lotta al terrorismo, il Congresso aveva dato un miliardo a Islamabad.
Stavolta, sembra che il mondo sia restio ad aprire i cordoni della borsa, anche se si spera che la seduta speciale dell’Assemblea Onu di domani sblocchi la situazione. Colpa della crisi. Ma solo in minima parte. Il vero motivo – secondo le agenzie di soccorso – è un altro. Il Paese, ha dichiarato Elisabeth Byrs, dell’ufficio coordinamento Affari Umanitari, soffre di un «deficit d’immagine» nei confronti dell’opinione pubblica occidentale. Per questo si fa fatica a raccogliere fondi, come nel caso dello Yemen. Le organizzazioni umanitarie cercano di rassicurare: «I soldi non finiranno nelle mani dei talaban. Le vittime sono madri, agricoltori, bimbi», ha detto Melanie Brooks di “Care International”. I gruppi estremisti, dal canto loro, approfittano della situazione per conquistare consenso tra la popolazione esasperata. I taleban accusano il governo di voler asservire il Paese all’Occidente in cambio di aiuti. Al telefono, da una località ignota, il leader del partito integralista “Tahrik-e-Taleban Pakistan”, Azam Tariq ha fatto arrivare il suo messaggio: «L’esecutivo e le vittime devono rifiutare i soccorsi internazionali. L’assistenza viene da cristiani e ebrei che sono nemici dell’Islam». A favorire, involontariamente, il loro gioco, ha contribuito la latitanza del premier Zardari che, nel pieno della catastrofe, è rimasto in Europa. Ufficialmente, «per cercare fondi». La gente, però, si è sentita abbandonata. Un sentimento che cresce per ritardi nei soccorsi, che arrivano col contagocce. Cinque bambini sono morti di fame, ieri, nel distretto di Kohistan, isolato dalle macerie. Poche ore prima, nei dintorni di Sukkur, centinaia di persone hanno bloccato con massi un’autostrada per chiedere al governo più impegno.