- Home
- Miradouro.it
- Ambiti
- Sezioni
- Argomenti
- Serie di articoli
- Contenuti speciali
- Links

Anche le associazioni umanitarie criticano la fuga dei segreti di guerra
Tratto da Il Foglio dell'11 agosto 2010
E’ ovvio che il Pentagono sia imbufalito con il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, per la diffusione di 76 mila documenti sulla guerra in Afghanistan; è ovvio che gli uomini dell’intelligence vogliano incriminare lo spifferaio magico per impedirgli di pubblicare gli altri 15 mila documenti che ha in mano, pieni di nomi di collaboratori afghani che i talebani bramano di conoscere; è ovvio che Marc Thiessen, uomo di Bush e ora columnist del Washington Post, accusi Assange di essere una spia.
E’ meno ovvio che cinque associazioni per i diritti umani siano d’accordo con loro. Amnesty International, la Campaign for Innocent Victims in Conflict, l’Open Society Institute di George Soros, l’Afghanistan Independent Human Rights Commission e il Kabul Office of International Crisis Group hanno scritto a Wikileaks per chiedere di non pubblicare altri nomi di persone coinvolte nel lavoro d’intelligence, per evitare loro la fine che i terroristi fanno fare a chi collabora con l’America. Sembra strano che di fronte alle rivelazioni di Assange anche i campioni del pacifismo più petulante ammettano che le esigenze imposte dalla realtà sono più importanti dei proclami di un attivista guardone. I segreti di Wikileaks non fanno bene né ai giornali né agli afghani né alla sicurezza dell’occidente. Là fuori c’è una cosa delicata e complessa che si chiama guerra; criticarne le ragioni è lecito ma desiderare che vada peggio rivela una falsa coscienza della realtà.