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*Nell’inferno afghano sotto il fuoco dei talebani

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Civiltà )( BarbarieIl reportage
di Davide Frattini
Tratto da Il Corriere della Sera dell'11 agosto 2010

Senjaray (Afghanistan) — I primi spari inceppano i movimenti, come se i proiettili pigiassero sul tasto rallentatore della mattina.

I soldati sembrano non crederci ancora. I muli continuano a brucare l’erba, alla guerra sono abituati. La raffica di mitragliatrice fa schizzare gli automatismi. Franklin, la guardia personale del comandante, lancia due granate tra gli alberi di melograno. I tiri arrivano da lì, dalla giungla nutrita a canali d’acqua, da quello che i sovietici hanno finito con il chiamare l’inferno verde.

Sei bambini corrono lungo il fosso, il rifugio più vicino è un piccolo ponte che salta sulla melma. Si nascondono là sotto, stavano portando le pecore al pascolo. Gli RPG rimbombano, gli Ak-47 dei talebani e gli M-4 degli americani fanno da sottofondo. I soldati afghani rispondono con i lanciarazzi e i calibri pesanti, i 50 mm montati sui fuoristrada. Sono passati pochi minuti, il capitano Lorne Grier coordina gli uomini per rispondere all’attacco. Che martella da tre lati: sud, est e ovest. A nord, alle spalle, c’è il deserto ed «è improbabile che vogliano accerchiarci da lì, si troverebbero in campo aperto e potremmo centrarli con i missili dagli elicotteri», commenta il sergente maggiore Bobadilla.

Un gruppo di soldati corre accovacciato lungo il muro di fango. Per coprirli, Gibson (il gunner) piazza il fucile mitragliatore alla base di un albero. Adesso bisogna avvertire i militari afghani: gli americani si stanno muovendo, i locali sparano senza intervalli, al pericolo dei talebani si aggiunge il rischio del fuoco amico. «State attenti alle mine e alle trappole — urla Gibson a quelli che stanno entrando nel villaggio —, ci stavano aspettando, hanno piazzato l’esplosivo».

Gli insorti sparano anche da un tetto, gli RPG volano alti, finiscono su un campo dall’altra parte della strada sterrata. I blindati sono spiaggiati lì, immobili da quando tutti sono scesi per muoversi a piedi e l’assalto è cominciato. «Colpi inaccurati», dice Bobadilla. Le pallottole sibilano vicine e suonano come un taglierino sulla carta. Il sergente e il capitano stanno dietro a un tubo di cemento che attraversa il canale, possono vedere tutti i lati dello scontro. Il ronzio di un drone, l’aereo telecomandato, segnala che ora hanno un altro punto di osservazione, dal cielo. Gli elicotteri Apache sorvolano i campi e quei cubi marroni che sono le case nella valle del fiume Arghandab, distretto di Zhari, terra dei talebani.

I ragazzi afghani si tappano le orecchie, il più piccolo tiene in mano la falce che stava usando nei campi, una vanga galleggia nel fango. Qualcuno si infila in bocca le foglie di tabacco mischiate all’hashish, serve a calmarli. Hanno paura che gli elicotteri bombardino il fossato e il ponte di cemento crolli su di loro. Provano a uscire, una raffica li rimette sotto.

La battaglia va avanti 35 minuti. «Troppi», giudica il capitano Grier, che porta sulla spalla sinistra la mostrina dei Ranger, sulla destra ha cucita l’aquila urlante della 101a Divisione. La compagnia Delta si è mossa con due plotoni, venti uomini, affiancati da tredici soldati dell’Ana, l’esercito nazionale afghano. Un altro plotone è stato spedito in appoggio dall’avamposto Senjaray. Gli insorti erano tra i dieci e i quindici, sparpagliati in mezzo alle coltivazioni e dietro le case. Un americano esulta, dice di averne ammazzati due («confirmed killed», ripete), gli ufficiali lo raffreddano, sull’erba non sono rimasti corpi, neppure macchie di sangue. C’è solo il cadavere di un mulo: legato con la corda a un albero, non è riuscito a scappare.

«Immagino che la visita al canale sia rinviata», commenta ironico il capitano. Il progetto sarebbe stato quello. Un convoglio verso la periferia est di Senjaray per controllare come procedono i lavori a un sistema di irrigazione, pagato con gli aiuti occidentali. La mattina va invece avanti com’è cominciata: guerra. I soldati perquisiscono il villaggio, il primo cortile, a pochi metri dalla base dell’attacco, è sprangato da un cancello di metallo. Un militare locale propone di tirarlo giù con un lanciagranate, meglio saltare il muro e aprire da dentro. Un bazooka conficcato nel fango fa da canale di scolo, i vecchi obici sovietici sono usati come sgabelli. Trent’anni di conflitto come arredamento.

Lungo il canale, materassi e coperte abbandonati all’ombra degli alberi. «Erano qui — dice Bobadilla —. Non credo ci stessero aspettando, ci hanno visto scendere dai blindati e hanno colto l’occasione. È la loro tattica: tirano fuori i kalashnikov da sotto l’erba, attaccano, rinascondono le armi e si incamminano per le vie del villaggio». I maschi vengono fermati e raggruppati vicino ai blindati. Le macchine biometriche cercano somiglianze negli archivi dell’intelligence americana. Un contadino non riesce a tenere il dito fermo sullo scanner per le impronte, gli trema troppo la mano. Un militare afghano mangia l’uva raccolta nell’elmetto, un altro prende a sberle chi parla troppo tra i prigionieri.

I sospetti vengono sottoposti al test Expray, una cartina che rileva sulle mani tracce di polvere da sparo, esplosivo, C-4. Un uomo risulta positivo: quel reticolato marrone che appare dopo aver spruzzato il reagente significa tritolo. I controlli procedono lenti, trenta minuti per ogni persona, ne hanno raggruppati una ventina, servono altri «poliziotti». «Soldato, sai usare la macchina biometrica?», chiede Bobadilla. «No». «Sai usare l’Expray?». «No». «Che cosa c... o sai fare?». «Sparare con il mio M-4, sergente».

Arriva Burhanuddin Haidari, il comandante del kandak afghano, è la prima volta che gli uomini del suo battaglione partecipano a uno scontro a fuoco assieme agli americani, vuole sapere come si sono comportati. «Coraggiosi — gli racconta Grier —, devono imparare a manovrare, ad aggirare il nemico sul fianco, oggi sono rimasti bloccati». Disegna un semicerchio nella sabbia con l’indice.

Il soldato semplice Davis, 19 anni, dondola oltre il muro di fango, butta fuori la colazione e la paura. «Dov’è il tuo fucile?» gli urla il tenente Donovan. «Non lasciarlo mai. Anche quando vomiti».




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