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*Fidel, per concludere, augura a tutti una guerra atomica

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Civiltà )( BarbarieInocentes y culpable, iranianos y yanki, tutti, per Castro, debbono perire nel fuoco • Mentre lo scrittore Alvaro Vargas Llosa lo definisce «perfetto idiota latinoamericano»
di Diego Gabutti
Tratto da Italia Oggi il 10 agosto 2010

Fidel Castro non vuole andarsene da solo. Dai banchi del parlamento_ pardon, del «parlamento» cubano, dov'è stato portato a cavalluccio da badanti che avevano tutta l'aria d'appartenere alla sua amabile Gestapo carioca, il vecchio avanzo di guerriglia augura al mondo (con l'aria di volerlo scongiurare) un bel conflitto atomico. Siamo sull'orlo dell'abisso, dice, e presto toglieremo il disturbo a milioni, a miliardi (il líder máximo per raggiunti limiti d'età, tutti gli altri per tenergli compagnia). Mi dispiace molto, anzi moltissimo, eh sì, è una gran sciagura, sospira Fidel mentre le piccole e le grandi Antille toccano ferro, subito imitate dalle vicine coste della Florida. Spiacentissimo, già, dice l'eminente rivoluzionario, ma purtroppo è inevitabile che l'Iran del compañero Mahmud Ahmadinejad e los imperialistas yanki s'affrontino (se non oggi domani, ma più prima che poi) con le armi nucleari e bum, che il mondo vada a fuoco come uno di quei libelli controrivoluzionari (tipo i fumetti di Topolino) che un tempo bruciavamo in piazza, beata gioventù, insieme ai dischi di rock and roll, musicaccia tra le più borghesi e decadenti. Be', su, calmatevi adesso, niente panico, dice ancora Fidel, convinto che il mondo intero, a questo punto, si stia riparando la testa con le mani. Forse un modo ci sarebbe per evitare l'olocausto nucleare: consegnate a me, Fidel, il trono planetario e ogni rischio nucleare si dissolverà per incanto. Vedrete che, grazie al bibidi bobidi bu pronunciato da me e dalle altre fatine in divisa verde oliva dell'Avana, si dissolverà per incanto anche ogni ingiustizia sociale. (Ma attenzione: Nichi Vendola, il guerrigliero pugliese in divisa verde cim de rap, ha recentemente cambiato nome all'ingiustizia sociale. Sul Fatto quotidiano di sabato scorso, l'ha «ridenominata», direbbe lui, «funzione neo-servile chiusa in una dimensione di solitudine totale», e intanto «il lavoro regredisce», chi l'avrebbe mai detto, «agli standard d'una modernità ottocentesca»). Eppure nessuno (chiusa la parentesi) dà retta al tiranno cubano, niente, il mondo è cieco e sordo ai suoi moniti alle sue profezie, al punto che tutti si girano dall'altra parte e addirittura ridacchiano, sì, ridacchiano, quando lui, portato a cavalluccio da badanti armati fino ai denti, prende la parola in parlamento_ pardon, in «parlamento». Si dice che anche Raúl Modesto Castro Ruiz, il suo stesso fratello, esattamente come tutti i cubani fuori e dentro l'isola, non veda l'ora che se lo porti il diavolo. C'è persino chi esprime a voce alta questo desiderio, per esempio Mario Vargas Llosa, romanziere e intellettuale illustre, castrista (come tutti, chi più chi meno) in giovinezza, che qualche anno fa dichiarò alla stampa, stanco e spazientito, che «il bastardo deve decidersi a crepare». Gran tabagista, ormai quasi novantenne, ma attaccato alla vita come una cozza allo scoglio, anzi come il sedere d'un politico alla poltrona, il compagno d'armi di Che Guevara già in un'altra occasione memorabile (nel 1962, al tempo della «crisi dei missili») augurò al mondo un bel conflitto atomico e per poco non ce lo tirò addosso davvero. Adesso questo caudillo rosso, un assassino e gran torturatore di nemici del popolo molto apprezzato dai pacifisti di tutto il pianeta, vorrebbe soltanto campare in eterno per non dare soddisfazione ai suoi nemici. Oppure portarsi dietro l'umanità intera, vedova del suo berretto da giocatore di baseball e del suo mitra a tracolla, come in un immane funerale indù. Tempo fa il medico che lo ha in cura proclamò che l'avrebbe fatto vivere fino ai centoquarant'anni (il Cavaliere, da noi, s'accontenterebbe d'arrivare ai centoventi). Ma se anche Lui dovesse morire, ebbene, dice Fidel di se stesso, che nessuno Gli sopravviva! Inocentes y culpable, iranianos y yanki, tutti a fuoco, tutti sulla pira! Stenta a trattenere le risate persino il tipo umano che Alvaro Vargas Llosa, il figlio liberale e liberista di Mario, ha battezzato in via definitiva «perfetto idiota latinoamericano».




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