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Esce la biografia della cubana odiata dal regime. Dalla scuola di partito alla rivolta via internet. La sua laurea era uno studio sull’arte nei regimi dittatoriali latinoamericani
di Bruno Giurato
Tratto da Il Giornale del 18 maggio 2010
È una lunga piazza festaiola il Malecon, il lungomare dell’Avana, dopo le sei di sera. Mulinelli di ragazze e ragazzi, benvestiti e profumati nonostante le finanze quasi nulle. Risate, chiacchiere, chitarre, anche perché di televisione non ce n’è granché e internet è una specie di miraggio: si può accedere da qualche hall di grande albergo, ma è costoso, ed è terribilmente lento. Parecchi girano lo sguardo verso Miami a pochi chilometri di distanza, dall’altra parte del mare.
Chi scrive è stato all’Avana di recente e confessa tranquillamente di non averci capito molto. C’è stato il periodo in cui Cuba era un mito, l’ombelico del mondo, almeno per i fricchettoni occidentali con la maglietta del Che. Poi Cuba è diventata il male (quasi) assoluto, il regime liberticida che affossa il dissenso: la vicenda di Orlando Zapata, l’operaio morto in cella in seguito a tre mesi di digiuno anti regime, è l’ultimo fresco esempio. Di sicuro c'è una cosa. Tra i ragazzi cubani, trentenni, ventenni o giù di lì c’è una grande voglia di fare e inventare, e le difficoltà materiali e politiche non fermano, semmai esasperano, questa vitalità. Yoani Sánchez è un notevole esempio in questo senso. La Sánchez, nata nel 1975, con il suo blog Generacion Y è diventata il simbolo del dissenso al regime castrista. È conosciuta in tutta Europa, ha vinto il premio Ortega y Gasset nel 2008, tiene una rubrica su Internazionale in cui racconta di tutto, dalle difficoltà della vita quotidiana al risveglio religioso cubano, e infine offre una buona raccolta di materiale a chi voglia farsi un’idea della vita nell’isola. In questi giorni è in uscita un libro che racconta la vicenda della Sánchez: Gordiano Lupi, Per conoscere Yoani Sánchez (edizioni Il Foglio, pagg. 194, euro 15), Lupi è un innamorato di Cuba e un sostenitore della Sánchez sin dall’inizio. Traduceva il blog della Sánchez da quando nessuno la conosceva ancora, ed è tra le persone che hanno sostenuto la pubblicazione dei suoi scritti in Italia (il libro della Sánchez, Cuba libre. Vivere e scrivere all’Avana, è stato pubblicato da Rizzoli l’anno scorso).
Il libro di Lupi, fatto di una parte biografica sulla Sánchez, di alcune sue interviste, di polemiche e altri materiali, è anche uno straordinario manuale sull’arte di arrangiarsi. La Sánchez, nata nella Cuba filosovietica, ha passato stazione per stazione l’intera trafila della giovane comunista: scuola di partito, campo scuola preuniversitario nelle piantagioni di banane, eccetera: prima dei quindici anni sapeva già come usare un AK 47 Kalashnikov. È diventata adulta in mezzo alle ristrettezze del «Periodo speciale», gli anni Novanta in cui, venuto meno l’appoggio sovietico, Cuba soffriva una crisi economica spaventosa il cui simbolo erano gli arpagones, i black out che a volte proseguivano per giornate intere. In quel periodo tra l’altro fu fondamentale l’apporto di valuta pregiata proveniente dalle jineteras, le prostitute locali, al punto che qualcuno di recente ha suggerito, senza ironia, che a loro fosse dedicato un monumento in una piazza della città. Laureata in filologia ispanica con una tesi provocatoria intitolata Parole sotto pressione, uno studio sulla letteratura nei regimi dittatoriali latinoamericani, la Sánchez si è procurata il primo computer portatile da un fuggiasco bisognoso di soldi per comprare un motore Chevrolet da montare sulla zattera. Yoani è legata dalla metà degli anni Novanta con il giornalista Reinaldo Escobar, e i due hanno un figlio, Teo. L’unione non è mai stata ufficializzata: «Non si tratta soltanto di un’irriverente moda postmoderna, quanto del fatto che non ha più senso contrarre matrimonio» dice la Sánchez, e spiega: «Quale differenza ci può essere tra un figlio che abbia genitori legalmente uniti oppure no, se questi ultimi non possiedono beni da trasmettere in eredità e possedimenti bisognosi di nullaosta legale?». Nel 2002 la Sánchez emigrò in Svizzera, a Zurigo per problemi economici, ma nel 2004, dato che il marito non poteva lasciare l’isola e Yoani voleva mantenere la famiglia unita, decise per il ritorno.
La storia di come Yoani Sánchez sia riuscita a mettere su un blog e a fare giornalismo on line raccontando la sua terra, il dissenso verso il governo castrista, ma anche la quotidianità e le opinioni contro l’embargo, anzi il bloqueo, a Cuba (che ad oggi non può ricevere praticamente niente dall’esterno), insomma le fette di vita e di cronaca da un posto poco conosciuto causa sovraesposizione ed eccesso di stereotipi, valgono da sole il prezzo del libro. Se la caratteristica della cosiddetta Generazione X italiana è stata il disimpegno, quella della loro Generazione Y (il blog della Sánchez si chiama così perché molte ragazze cubane nate negli anni Settanta hanno un nome che contiene la lettera Y) sembra essere quella di riuscire a superare gli steccati ideologici e politici attraverso una gran voglia di fare. E questo, atterrando all’Avana, si vede già con una passeggiata sul Malecon.
Ecco una scelta da «Generación Y», il blog di Yoani Sánchez, e da recenti interviste: il materiale è tratto da Per conoscere Yoani Sánchez di Gordiano Lupi (Edizioni Il Foglio)
di Yoani Sanchez
Domani stesso potrei essere in prigione. Io credo che nascosto da qualche parte, in qualche oscuro ufficio, si stia raccogliendo un ampio dossier per portarmi un giorno davanti a un tribunale.
Come isolare un’isola
Questa è l’isola dei non connessi perché anche se molti giovani vorrebbero navigare su Internet esistono molte limitazioni. Per esempio non possiamo avere una connessione casalinga. I prezzi per collegarsi a Internet dai locali pubblici sono troppo alti per un’ora di navigazione.
Censura totale
Avere un blog e non vederlo è come gettare in mare una bottiglia. È più di un anno e mezzo che il mio blog è censurato e oscurato all’interno del Paese. Io scrivo e invio i miei testi per e-mail, ma non posso vedere quel che faccio sul mio blog. È una sensazione molto strana, come essere una blogger cieca. Tuttavia mi arrivano le mail dei lettori che mi permettono di restare in contatto con loro. Generación Y esiste, vive, è uno spazio vitale e dinamico.
Computer fatti in casa
Per molti anni ho posseduto un computer modello Frankenstein che avevo assemblato da sola. Nel 2007 un uomo che voleva emigrare con una zattera fatta in casa per attraversare lo stretto della Florida, mi vendette un vecchio portatile in cambio di una somma di denaro che gli permettesse di comprare un motore di una Chevrolet da montare sulla sua imbarcazione. Per fortuna adesso possiedo un portatile un po’ più sofisticato che ho vinto l’anno scorso al Premio The Bobs, l’oscar della blogosfera.
Finire sulla lista nera
Cuba è compresa nell’elenco dei paesi che soffrono un maggior grado di censura, insieme a Cina, Iran e Tunisia. Credo che la nostra realtà quotidiana continua a penalizzare la libera opinione, visto che le persone che esprimono un pensiero anticonformista rischiano di essere punite. Sono stata punita con il divieto di uscire dal Paese, il mio blog non si può leggere all’interno dell’Isola e sono continuamente controllata dalla polizia. Sì, quella lista nera è corretta.
Avere paura tutti i giorni
Tutti i giorni temo per la mia libertà, ma nel mio caso il timore, il panico e le ginocchia che tremano non mi fanno restare paralizzata, ma mi spingono ad andare avanti.
Salvata dai lettori
I premi ricevuti (Ortega y Gasset e University of Columbia) sono stati una grande gratificazione, ma soprattutto rappresentano uno scudo protettivo. Per merito di certi riconoscimenti internazionali e dei lettori che mi leggono in ogni parte del mondo ho potuto continuare a pubblicare. Sono come un ombrello che non mi garantisce l’immunità totale, ma mi consente di andare avanti ancora per un po’ di tempo con il mio blog.
Una nazione al naufragio
La situazione politica e sociale a Cuba la potrei definire con una parola: frustrazione. Potrei aggiungerne un’altra più forte: naufragio. Ma anche disillusione, cambiamenti che non arrivano, prosperità economica che non tocca mai la nostra Isola e promesse non mantenute da parte del potere. E soprattutto un’inerzia, una specie di sensazione che non succede niente, che risulta davvero insostenibile per i più giovani.