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Come incontrai sant'Ambrogio in Segreteria di Stato

Il cardinale Giovanni Coppa ha ricevuto il titolo di Accademico di Studi Santambrosiani dell'Accademia Ambrosiana. Nell'occasione ha pronunciato una prolusione che ha inaugurato l'anno accademico e della quale pubblichiamo alcuni stralci.
di Giovanni Coppa
Tratto da L'Osservatore Romano del 28 aprile 2010

La mia avventura con Ambrogio è cominciata con la preparazione del volume per la Utet di Torino, nella sezione "Religione Cattolica", diretta dall'indimenticabile amico e maestro, che fu per me monsignor Pietro Rossano, già mio compagno nel seminario di Alba. Nell'Università Cattolica del Sacro Cuore mi ero fatto, senza volerlo anzi a contraggenio, la fama di "latinista" avendo superato già nel secondo anno il tremendo esame di latino scritto. Il reggente, monsignor Amleto Tondini, che cercava un "latinista" per la Cancelleria Apostolica, si rivolse al suo amico, monsignor Angelo Paredi, prefetto dell'Ambrosiana, che a sua volta interessò monsignor Agostino Saba, il quale ebbe il mio nome da alcuni suoi alunni; il mio vescovo non fece obiezioni, e io mi trovai nella Curia Romana senza averla mai vista prima. Dopo cinque anni mi chiamarono in Segreteria di Stato, per la redazione di documenti, latini e italiani, coperti ovviamente dall'anonimato; e pensavo: "Scrivo tanto per il Papa e per la Santa Sede, ma niente di mio personale. Potrei pure provarmi a farlo".

Avevo già pubblicato un libricino con le mie conferenze alla Guardia Palatina sul Vaticano ii, come mi avevano chiesto in diocesi, un fricciuolo che andò poi a finire in tutte le pesche di beneficenza dell'albese: praticamente un fiasco, nonostante le buone recensioni preparatemi dagli amici. Perciò chiesi a Rossano di collaborare alla sua collana; lui mi domandò a bruciapelo se avessi qualche autore preferito, e, lì per lì, gli nominai sant'Ambrogio. Non avevo fatto studio alcuno su di lui: era una sfida che facevo a me stesso; e Ambrogio mi piaceva tanto, quando trovavo suoi brani nel breviario. Rossano accettò. Mi misi al lavoro, non immaginando quale sforzo di aggiornameno culturale esso mi avrebbe richiesto, oltre alla traduzione. L'opera uscì nel 1969, e andò bene. La sorpresa più bella mi venne da Paolo vi, che mi mandò una lettera, che è un brano da antologia. Non l'ho mai fatta conoscere se non a pochi intimi.

Le sorprese non erano finite. Qualche anno dopo, mi fu annunciato che il cardinale Giovanni Colombo era in Segreteria di Stato, e voleva parlarmi. Non l'avevo mai incontrato, né capivo il perché della sua richiesta. Con grande amabilità, mi parlò del suo progetto di pubblicare l'Opera omnia del santo in edizione bilingue, al termine del XVI centenario dell'elezione di Ambrogio a vescovo di Milano, e mi chiese di inaugurare la serie con un'edizione del De officiis. Ne fui certamente onorato, ma posi le mie obiezioni: anzitutto, come assessore, avrei dovuto parlarne ai superiori, poi non mi sentivo all'altezza di quell'opera, che proprio per questo non avevo tradotto nell'edizione torinese; dissi che preferivo l'Expositio evangelii secundum Lucam, ma, trattandosi di un'opera estesa, non avrei potuto certo finirla nei termini prospettati. Rimanemmo in sospeso. Il sostituto monsignor Benelli mi sconsigliò energicamente di accettare. Ma bisognava informare della richiesta il Santo Padre, che fu molto favorevole. Mi trovai davanti a un lavoro impegnativo, fino all'ultimo, quando col compianto don Enzo Bellini rivedemmo l'introduzione, la traduzione e le note. Il primo volume uscì nel maggio del 1978, e fu ancora visto dal Papa, che, ormai alla fine della vita, mi ringraziò con un breve cartoncino; il secondo apparve nel settembre successivo.

Sant'Ambrogio mi ha sempre incantato: ammiravo l'alto respiro con cui parlava di Cristo, della Chiesa, della Madonna; mi affascinava il suo buon senso romano, la grande tensione contenutistica e di alto livello poetico, con le sue immagini geniali, i suoi chiasmi un po' artificiosi ma ricchi di un variegato polisenso, il suo latino di sapore virgiliano. Dovendo tradurne alcune opere, e approfondirne la figura di grandissimo spicco in tutti i campi - dalla storia ecclesiastica a quella civile, dalla letteratura alla teologia, dalla liturgia alla spiritualità e alla poesia - si instaurò in me un rapporto veramente personale col santo. Cominciai con la frequentazione delle sue opere, nell'edizione del Ballerini, che ebbi in prestito dalla Biblioteca Privata di Paolo vi; fu necessario affrontare Origene, Filone di Alessandria, le Enneadi di Plotino; né potevo tralasciare la Vita Ambrosii di Paolino. E poi vi erano i lavori moderni.

Nelle sue avventure, il barone di Münchausen narra la caccia al leone, quando gli andò incontro armato di un tozzo e robusto bastone, e, quando la belva gli si avventò contro a fauci spalancate, glielo cacciò dentro, gli ficcò la mano in gola spingendola fino alla coda, la trasse a sé rovesciandolo completamente. È un paragone insolente, ma espressivo, del lavoro di un traduttore. In effetti è necessario sviscerare totalmente il testo, per portarne alla luce i contenuti semantici, e renderli in italiano, fedelmente ma non pedissequamente. Per questo, quando traducevo, cercavo di immedesimarmi nella persona di Ambrogio, inquadrarlo nell'atmosfera pastorale, serena, talvolta drammatica delle circostanze in cui parlava; era necessario cioè farlo parlare in un italiano di oggi, lungi da untuosità o moralismi. Per Ambrogio bisogna pure mettere in evidenza le non rare assonanze, i contrasti concettuali e verbali, le citazioni classiche e, nel limite del possibile, i chiasmi, le regole della retorica, oggi molto rivalutate.

Dalle esperienze e dagli incontri con persone di varia estrazione culturale e di età diversissima, ho sempre avvertito l'intensa partecipazione alla figura e al pensiero del santo: nella recente riunione in Moravia sul sacerdozio in sant'Ambrogio e in san Carlo, qualcuno mi disse che era stato per lui come fare gli esercizi spirituali. Sant'Ambrogio è vivo, moderno, con un insegnamento tuttora fresco e attuale, che ha molto da dire ai contemporanei.

Ambrogio è vivo per il suo senso della bellezza. Franz Kafka nel lasciare la terra boema, ha detto: "Chi mantiene la capacità di vedere la bellezza, non invecchia mai". Anche per questo Ambrogio è vivo. Egli vibra e ci fa vibrare per il gusto connaturato dell'armonia di tutte le cose, che portano in loro l'impronta di Dio. Le sue omelie, raccolte dagli stenografi, e da lui elaborate nelle sue veglie notturne per la composizione delle opere, portano lo stigma di un'ispirazione vigile e alta, che spesso raggiunge vertici di autentica poesia, ed è caratterizzata da un senso sempre controllato della misura, dell'armonia, dell'equilibrio, che gli provengono dalla consuetudine con i classici. Ambrogio è un alunno di Virgilio e di Origene. Non scade mai nell'ovvio, nel ripetitivo, nel banale. È sempre attento e oculato, sempre dedito a cesellare le sue pagine con uno stile ineguagliabile e inimitabile, che non è letteratura, ma è vita.

Ambrogio è vivo come teologo della Chiesa, la regale protagonista delle sue pagine, che continuamente la illustrano con irresistibile forza di fede e di fantasia nei suoi aspetti storico-sacramentali-tipologici. Ambrogio ama profondamente la Chiesa, madre e vergine: "Vergine per il suo casto amore, madre per la sua prole. Ci partorisce verginalmente, e la rende feconda non un uomo, ma lo Spirito. Essa ci partorisce verginalmente non tra lo spasimo della natura, ma tra l'esultanza degli angeli (...) Quale sposa possiede più figli di quelli che ha la Chiesa? Essa è vergine nei sacramenti, madre alle genti" (De Virginibus, i, 6, 31). La vita della Chiesa è fonte continua di ispirazione per la predicazione ambrosiana: sia nelle vicende terrene della Chiesa stessa, di cui egli è stato protagonista, sia nella ricchezza dei doni, di cui ricolma le anime dei fedeli mediante la grazia: ricordiamo le opere ambrosiane dedicate ai sacramenti dell'iniziazione cristiana, il De sacramentis e il De mysteriis; il De paenitentia; e quei capolavori di spiritualità e di vita morale che sono i libri sui doveri dei ministri della Chiesa, sulle vergini con ben quattro opere, e sulle vedove.




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