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*Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io

di Martino Mora

"Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io". E' quanto deve aver pensato padre Raniero Cantalamessa, il popolare frate cappuccino, predicatore della Casa pontificia, dopo le stizzite dichiarazioni che i "fratelli maggiori" ebrei hanno rilasciato dopo la sua predica del Giovedì Santo in San Giovanni in Laterano. Ma cosa ha detto di così terribile il mite Cantalamessa?

Ecco il passo incriminato del suo sermone: "Per una rara coincidenza, quest'anno la nostra Pasqua cade nelle stessa settimana della Pasqua ebraica che ne è l'antenata e la matrice dentro cui si è formata. Questo ci spinge a rivolgere un pensiero ai fratelli ebrei. Essi sanno per esperienza cosa significa essere vittime della violenza collettiva e anche per questo sono pronti a riconoscerne i sintomi ricorrenti". Il predicatore ha quindi letto una parte di una lettera ricevuta da un amico ebreo, che scrive: "Sto seguendo con disgusto l'attacco violento e concentrico contro la Chiesa, il Papa e tutti i fedeli da parte del mondo intero. L'uso dello stereotipo, il passaggio dalla responsabilità e colpa personale a quella collettiva mi ricordano gli aspetti più vergognosi dell'antisemitismo. Desidero pertanto esprimere a lei personalmente, al Papa e a tutta la Chiesa la mia solidarietà di ebreo del dialogo e di tutti coloro che nel mondo ebraico (e sono molti) condividono questi sentimenti di fratellanza".

Questo concetto, espresso dall'amico ebreo del frate cappuccino, era stato del resto più volte prefigurato da illustri commentatori, nella loro critica al laicismo feroce delle élite intellettuali dell'Occidente. "L'anticattolicesimo è l'antisemitismo degli intellettuali", sosteneva già nel 1950 il grande storico americano Peter Viereck. Concetto ripreso, in un'intervista di pochissimi anni orsono da Philip Jenkins, illustre studioso americano delle religioni :"I demagoghi ce l'hanno con gli ebrei, gli uomini di cultura con i cattolici". Dello stesso Jenkins è la definizione dell'anticattolicesimo come de "l'ultimo pregiudizio accettabile". Bene, di fronte a questa innocua affermazione di padre Cantalamessa, i rappresentanti delle comunità ebraiche si sono scatenati:

Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha dichiarato il giorno dopo : "Con un minimo di ironia potrei dire che, visto che oggi è il Venerdì Santo, quando la Chiesa prega il Signore che illumini i nostri cuori perché riconosciamo Gesù, anche noi preghiamo il Signore perché illumini i loro cuori. " E Amos Luzzatto, presidente delle comunità ebraiche italiane: "Siccome l'antisemitismo è considerato una ideologia e un'azione incivile ed esecrabile, si cerca di trovare analogie con esso in qualsiasi polemica scomoda. Ma questo "gioco" va rifiutato. Perché scorretto. Sbagliato. Ingiusto. Esecrabile". Il Consiglio Ebraico della Germania è stato ancora più duro: "Il sermone di Cantalamessa è stato insolente, osceno e offensivo nei riguardi delle vittime degli abusi e delle vittime dell'Olocausto. " E il centro Simon Wiesenthal: "Queste affermazioni ingiuriose sono state fatte in presenza del papa e il papa stesso deve chiedere scusa". Ed Elian Steimberg, vice-presidente dell'associazione "Superstiti dell'Olocausto e loro discendenti": "Padre Cantalamessa si dovrebbe vergognare".

Ecco, io credo che a doversi vergognare sono proprio coloro che hanno rilasciato queste dichiarazioni piene di superbia stizzita. Del resto cosa saranno mai gli attacchi alla Chiesa, che al di là della giusta indignazione per la pedofilia di alcuni esponenti del clero, cercano di strumentalizzare queste vergognose vicende per colpire il papa, come fa "Der Spiegel", che ne chiede le dimissioni, o il "New York Times", che per colpire il pontefice non si preoccupa di dare ascolto alle presunte rivelazioni dell'ex arcivescovo di Milwaukee, che rubava i soldi della sua diocesi per pagare il silenzio del suo ex amante? Cosa saranno mai di così importante, visto che Tullia Zevi, ex presidente delle Comunità ebraiche, le definisce, in un'intervista al "Corriere", "libertà di parola, libertà di critica, democrazia". Ovviamente, la libertà di parola vale per tutti, ma non per padre Cantalamessa, e tanto meno per quegli storici che si azzardano a ritoccare una sola cifra del genocido ebraico. Morale: per chi tocca gli ebrei o la loro memoria, linciaggio morale e leggi liberticide, per chi getta calunnie sul pontefice, elogio della libertà di critica.

Ma per quale motivo gli ebrei sono così suscettibili e sempre pronti a dare addosso ai cattolici? E' inutile che la gerarchia continui a insistere con i "fratelli maggiori" e altre menate retoriche. Finchè ci sarà di mezzo quell'uomo morto in croce duemila anni fa, di cui pochi giorni orsono abbiamo festeggiato la Resurrezione, i cattolici si troveranno di fronte alla nemmeno tanto nascosta ostilità ebraica, come del resto a quella dei musulmani. La croce continua ad essere "scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani", come diceva l'apostolo Paolo.

Quello che io intendo criticare - lo si sarà capito - è proprio l'atteggiamento postconciliare arrendevole e masochista nei confronti di musulmani ed ebrei, atteggiamento che ha raggiunto il suo culmine nel ventisettennio wojtiliano. Ma se riguardo al rapporto con i musulmani qualcuno comincia a mettere in discussione questa arrendevolezza, sugli ebrei - anche a causa della "religione civile della Shoah" - questa presa di coscienza sembra ancora più ardua.

Sia chiaro, a scanso di equivoci, che non auspico alcuna guerra di religione o alcuna crociata. Vorrei solo che le gerarchie non fossero così arrendevoli (anche nel caso di Cantalamessa sono corse subito a scusarsi con i "fratelli maggiori") e così poco propense a sottolineare le differenze tra le grandi religioni monoteiste. La principale di queste differenze si chiama Gesù Cristo, su cui si fonda la fede cristiana, e che ebrei musulmani non riconoscono (il Talmud, tra l'altro, è pieno di parole di disprezzo e di storie diffamatorie su Gesù e la Madonna). Occultare le differenze, come è stato fatto negli ultimi decenni in nome di un dialogo troppo spinto (e, lo vediamo, poco produttivo), non solo rischia di diffondere il relativismo religioso tra i fedeli (come in parte è accaduto), ma ci rende anche disarmati di fronte a sentimenti ostili che da parte islamica, ebraica e protestante continuano ad essere manifesti.


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