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*Pessimo formalismo giudiziario

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I giudici del Tar sdegnano anche il buon senso istituzionale di Napolitano
Tratto da Il Foglio del 9 marzo 2010

La decisione dei giudici del Tar del Lazio, che hanno respinto il ricorso del Popolo della libertà per la riammissione della lista a Roma, ha un significato puramente politico: quello di contrapporre il formalismo giudiziario al buon senso e al diritto democratico degli elettori, uno schiaffo non soltanto al governo, il cui decreto debitamente controfirmato dal capo dello stato è stato ignorato, ma a tutto il sistema istituzionale. Quei magistrati, in sostanza, spingono il loro diritto a interpretare le leggi fino al limite di capovolgerle e non osservarle. I cavilli procedurali ai quali si sono appellati, il gioco di sponda formalistico con la Corte costituzionale, il derisorio rinvio della decisione definitiva a dopo lo svolgimento delle elezioni, sono lampanti esempi di una arrogante volontà di far prevalere le formalità sulla sostanza, il giurisdizionalismo sulla democrazia.

L’intervento autorevole e sofferto di Giorgio Napolitano, che puntava a superare una contrapposizione lacerante con un preciso e coraggioso senso istituzionale, non solo non è stato accolto ma è stato frettolosamente archiviato. Il problema dunque non è più quello dei pasticci combinati da qualcuno, dei tentativi di porvi rimedio, della validità delle scelte compiute dal governo, è invece quello di una sostanziale dissidenza giudiziaria, di un ordine che vuole prevalere sulle istituzioni elettive, dal Parlamento, al governo, al Quirinale. Il formalismo è l’aspetto esteriore di questa dissidenza, che può provocare conseguenze devastanti sul sistema istituzionale e sull’equilibrio tra i poteri. Rifiutare di attenersi alla legge e contrastare la volontà di equilibrio espressa dal presidente della Repubblica (che è anche capo del Csm) è una lesione grave dei poteri e dei diritti sanciti dalla Costituzione oltre che una beffa per i diritti democratici di tanti cittadini. Insomma, si tratta di una provocazione, tanto più pericolosa perché messa in atto in un clima già teso e alla vigilia di un rilevante confronto elettorale.




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