Per sparigliare le carte e dimostrare così che il Pd dovrebbe ringraziare Napolitano • La Bonino e Penati sarebbero poi implosi con le loro amministrazioni regionali fasulle
di Massimo Tosti
Tratto da Italia Oggi il 9 marzo 2010
È stato Giorgio Napolitano (l'uomo che in questa circostanza ha dato la prova maggiore di ragionevolezza e buonsenso) a definire «un pasticcio» la vicenda delle liste elettorali. E, forse, questa volta, più che in altre occasioni (a dispetto delle accuse, più o meno esplicite, più o meno velenose, che gli sono piovute addosso dalla sinistra) la maggioranza dei cittadini ha apprezzato il suo intervento, ritenendo che il capo dello Stato abbia indicato la via d'uscita, interpretando i sentimenti più diffusi nel Paese.
Perché la gente comune è meno faziosa (e meno pasticciona) dei politici. La gente comune (a parte le frange estreme dei girotondini o dei viola, quattro gatti giacobini che si ritengono titolari della Verità) non è composta di «pirla», né si ritiene tale, come insinua Marco Travaglio, proponendo un messaggio apocrifo alla Nazione del presidente della Repubblica, che si rivolge agli italiani chiamandoli proprio così. Chiamandoli «pirla», perché soggetti quotidianamente alle leggi e ai regolamenti che il potere può invece cancellare a proprio comodo.
Casomai è vero il contrario: che gli italiani si sentono troppo spesso vittime dei formalismi eccessivi delle leggi e dei regolamenti, che rendono ingiusta la giustizia con i loro cavilli eccessivi.
Chi si vede rifiutare una domanda per un concorso, perché i termini sono scaduti da pochi minuti, pensa che quella norma sia troppo rigorosa; chi incappa nel «solve et repete», prima paga e solo poi ricorri, ritiene che quella clausola sia giugulatoria.
E chi valuta serenamente (senza faziosità, e senza essere accecato da un odio di parte) quel che è accaduto a Roma e a Milano nei giorni scorsi, pensa che sia meglio sorvolare su un vizio di forma piuttosto che privare metà della popolazione del proprio diritto di voto.
I «pirla» (che non vanno alle crociate) assistono con imbarazzo alle giravolte dei politici, che esprimono giudizi che poggiano soltanto sul loro tornaconto del momento, e che spesso dimenticano che cosa convenga loro davvero.
I radicali che riducono il concetto di legalità a un bollo mancante sono la caricatura di sè stessi, di quando combattevano le loro battaglie civili proprio sul versante opposto. I Bersani che non hanno mai pensato, neppure per un istante, di offrire una moratoria ai loro avversari (non nemici: non era questo lo slogan sul quale è nato il Partito democratico?) si sono dimostrati miopi: un atto di generosità li avrebbe nobilitati agli occhi degli indecisi, e forse avrebbe permesso loro di catturare anche molti elettori del centrodestra, disgustati dalla goffaggine degli incaricati di presentare le liste.
E i leader del Popolo delle libertà (dilaniati dalle risse interne) non hanno pensato neppure un attimo alla possibilità di non ribellarsi al destino cinico e baro, rinunciando a qualunque iniziativa di parte per rientrare nell'agone. Non hanno neppure preso in considerazione l'ipotesi di tenersi da parte per assistere all'inevitabile implosione di una regione amministrata da una Bonino o da un Penati privi di opposizione, e costretti fatalmente a dimettersi entro breve tempo per non protrarre oltre i limiti della vergogna una farsa inaccettabile e grottesca per un Paese che voglia definirsi democratico.
Ce ne fosse uno (a destra o a sinistra, indifferentemente) che abbia dimostrato, in una situazione eccezionale come questa, lungimiranza, garbo, senso delle istituzioni, capacità di guardare oltre il proprio naso (e la propria poltrona). Ce ne fosse uno che abbia dimostrato rispetto per le ragioni dell'altro, e che si sia preoccupato del bene comune.
Si sono preoccupati, piuttosto, di metter mano alle carte bollate, di affidarsi agli azzeccagarbugli, come un Tramaglino qualsiasi, con i polli in mano, povere bestie «legate e tenute per le zampe, a capo all'ingiù», che «intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.»