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Dialettica e pallottole a Baghdad

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di Mario Arpino
Tratto da cronache di Liberal del 9 marzo 2010

C'è ancora chi confonde le elezioni - ovvero i numeri - con la democrazia. Ma i numeri, se non accompagnati da vera coscienza democratica in termini di cultura, di prassi e di pensiero, altro non rappresentano se non una suggestione di democrazia.

Così, quando noi occidentali esultiamo perché nel tal paese si sono tenute elezioni "libere e democratiche", tendiamo a dimenticarci che prodotti come Ahmadinejad o Hamas sono scaturiti proprio da elezioni; come attraverso delle elezioni la Turchia stia scivolando lontano e che l'Assemblea dell'Onu, con i numeri, potrebbe creare paradossi quali Libia, Iran, Sudan, Mugabe e Cina tra la maggioranza nella commissione per i diritti umani. In questi giorni, a "colpi di democrazia" rischiamo anche questo. Nonostante queste perplessità, le elezioni, se non sono proprio la democrazia, ne sono uno dei principali ingredienti, ed è per questo che attorno all'attesa dei risultati in Iraq c'è una atmosfera di suspense. Sono molti ad incrociare le dita. Il laboratorio Iraq è infatti considerato la cartina di tornasole per verificare se davvero in una "repubblica islamica" sia possibile veder attecchire una qualche forma di democrazia. Tutto sommato, è il Paese arabo dove, nel tempo, si è votato di più e meglio. A parte, ovviamente, le percentuali bulgare ottenute da Saddam Hussein. I primi tentativi risalgono agli inglesi, dopo il collasso dell'impero ottomano. Scorrendo i diari dell'avventurosa Gertrude Bell, inglese di passaporto ma innamorata della "terra tra i due fiumi", si scopre che nel 1919 i maggiorenti arabi di Baghdad, stanchi del disordine, auspicavano un mandato per gli inglesi da parte della Società delle Nazioni, con «... Sir Cox quale Alto Commissario presso l'Emiro Feisal, in un comitato consultivo misto arabo-inglese, ma con i ministri arabi. Da scartarsi, a questo livello, l'idea di istituzioni rappresentative, non essendo il Paese ancora pronto a questo passo. Ma nelle province, dove avrebbe operato un prefetto arabo con un consigliere britannico, questo, per l'esercizio dei poteri locali, sarebbe stato assistito da Consigli elettivi. Questi Consigli avrebbero dimostrato al popolo l'uso della rappresentatività e, con il tempo, consentito l'estensione di questo metodo a tutto il Paese».

Il sistema, messo a punto nel 1920, aveva funzionato a lungo. Dopo la parentesi di Saddam, il processo democratico iracheno è ripartito proprio dal punto in cui si era fermato, con le elezioni provinciali del gennaio 2005 e la prima Costituente. Eventi boicottati dalle minoranze sunnite, come il referendum costituzionale dell'ottobre 2005. Salto di qualità, invece, in occasione delle prime elezioni parlamentari - dicembre 2005 - con un forte incremento dell'affluenza alle urne anche nelle province sunnite e la previsione, in ciascuna lista, di almeno un terzo di candidati donna. Buoni risultati anche nelle elezioni provinciali del gennaio 2009 - le prime dopo la "cura" Petraeus - con affluenze alle urne non inferiori alle democrazie occidentali. Come si è visto anche domenica, gli iracheni ci stanno prendendo gusto e non torneranno indietro. Venendo a queste ultime elezioni parlamentari, nonostante i molti attentati che hanno colpito sopra tutto le comunità sciite - opera di ciò che resta in Iraq di al Qaeda piuttosto che dei sunniti locali - questo trend positivo non sembra affatto smentito. Se è presto per trarre conclusioni, le incognite non stanno tanto nelle volontà di partecipazione, quanto nella "qualità" del voto. La "quantità" da sola non basta a creare un sistema di democrazia funzionante, ma è sopratutto necessario che, dopo questo voto, sia possibile superare la visione etnico-confessionale della spartizione del potere. Invece al-Maliki, vincente negli ultimissimi sondaggi con circa il 30 per cento, per ingraziarsi un maggior numero di sciiti - sono questi che fanno i grandi numeri - è stato costretto a alterare quel processo di de-baathificazione all'origine dell'ammorbidimento della minoranza sunnita. Gli stessi partiti curdi sono divisi e la maggioranza sciita oscilla tra i sostenitori dell'intransigenza confessionale e quelli della pacificazione.

Tutto questo, lo si sa, in Iraq non significa solo dialettica, ma anche pallottole. C'è però, dalle due parti, chi ha ben capito quale sia il superamento necessario. Il sunnita Salah al-Mutlak, leader del fronte iracheno per il dialogo (Ifnd), che dopo i retromarcia di al-Maliki aveva annunciato il boicottaggio, è ritornato sui suoi passi e, ragionevolmente, ha deciso di appoggiare Iraqiya, il movimento trasversale laico interconfessionale capeggiato dall'ex primo ministro Iyad Allawi, di padre sciita e madre sunnita, che fino a sabato scorso veniva dato nei sondaggi come diretto concorrente - al 22 per cento - della coalizione del premier. Però l'agenzia che ha condotto i sondaggi, il National Media Center, fa capo ad al-Maliki, per cui - ma è necessario attendere i dati ufficiali - il risultato delle elezioni di domenica potrebbe addirittura presentarsi invertito. Lo vedremo. Se però Iraqiya davvero risultasse vincente, sulla tomba di Gertrude Bell potrebbe forse sbocciare un pallido fiore. Quello della democrazia.




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