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Il presidente anti-sistema

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di Errico Novi
Tratto da cronache di Liberal del 9 marzo 2010

Si provi a immaginare Napolitano nel giorno in cui sarà al suo seggio, per votare alle Regionali del Lazio.

Si provi a immaginare l'animo con cui lascerà andare la scheda nell'urna. In quell'istante il presidente della Repubblica avrà ancora intatta la sua fede nella nostra democrazia? È probabile di sì, ma solo per un motivo: perché Giorgio Napolitano ha un superiore senso delle istituzioni, temprato dal dolore per gli errori commessi e riconosciuti, dal rispetto della propria missione, da una cultura politica profonda. Se non fosse per tutto questo d'altronde il Capo dello Stato avrebbe già seguito l'invito dei dipietristi e si sarebbe dimesso. Non ora, ma già dopo le offese ricevute in precedenza, per il lodo Alfano e di fronte ad altri passaggi critici della legislatura.

Se non fosse corazzato dal senso delle istituzioni e dalla sua personale saggezza, oggi il presidente della Repubblica non potrebbe governare questa nave impazzita che è la politica italiana. A lui infatti viene rivolta una domanda anche superiore alle prerogative attribuitegli dalla Costituzione. Gli viene chiesto di ergersi a unico baluardo di ragionevolezza e responsabilità in una scena dominata da spinte antagoniste. E magari si trattasse solo di questo: l'antagonismo infatti si esaspera per la schizofrenia dei comportamenti. Si prenda stavolta il presidente del Consiglio: giovedì sera era al Quirinale, a minacciare clamorosi appelli alla piazza nel caso in cui Napolitano si fosse rifiutato di firmare il decreto. Nei due giorni successivi ecco invece Silvio Berlusconi rivolgersi in tono elegiaco al Colle più alto.

Ma si consideri pure il comportamento dell'opposizione, del Pd in particolare. C'è il Pier Luigi Bersani responsabile e realista, quello che invoca giustamente «una soluzione politica» per le liste del Pdl. C'è però anche il Bersani numero due, quello che convoca la piazza per sabato prossimo, e che dunque implicitamente marcia contro la stessa firma di Napolitano. Senza dirlo, lasciando magari all'alleato Di Pietro il compito di esplicitare il rancore verso il Colle, ma finendo per catalizzare quel rancore in una forma tanto più sottile quanto più pericolosa. E dire che dallo stesso partito di Bersani viene anche il Capo dello Stato. In cosa poteva mai consistere la "soluzione politica" se non in un intervento legislativo, per quanto rabberciato e tardivo? Bersani non dà risposte soddisfacenti, non ne ha date né a Napolitano né all'opinione pubblica. Cosicché spetta all'uomo del Quirinale intervenire dove gli altri omettono o modulare dove altri ancora - la maggioranza, in questo caso - vorrebbero stravolgere.

È facile interpretare il senso delle parole pronunciate ieri dal Capo dello Stato, dunque. Alla celebrazione svolta al Quirinale per l'8 marzo, il presidente della Repubblica ricorda: «Una democrazia rispettabile è proprio il luogo nel quale per essere buoni cittadini non si deve esercitare nessun atto di coraggio». Si riferisce al contesto degradato in cui spesso «essere ragazze e ragazzi perbene richiede sacrifici», si appella alle donne affinché esigano «sempre il rispetto della dignità». Ma è difficile non credere che con quelle affermazioni il Capo dello Stato abbia voluto anche rappresentare se stesso, il ruolo di custode attivo della democrazia che in cui è costretto a oltrepassare forse le prerogative costituzionali, ma che in questo momento è costretto ad assumere. Visto che anche la politica, come il quotidiano con cui ragazzi e ragazze «perbene» sono costretti a confrontarsi, è contrassegnata dal «degrado».

Il coraggio di cui parla Napolitano «è bello che ci sia», come lui stesso dice: ma appunto in una repubblica rispettabile un buon presidente non dovrebbe esercitare atti di coraggio per tenere in piedi il gioco democratico. E invece il presidente è costretto a farlo, per supplire alle afasie del Pd, per esempio, che invoca soluzioni senza indicarle con chiarezza. O per arginare la furia populista del Pdl «pronto a tutto» dopo essere rimasto fuori per propria insipienza. Con amara consapevolezza, il Capo dello Stato deve assistere allo sferragliare d'armi tra i due partiti maggiori. E alle loro contraddizioni, ai contorcimenti che in certi casi appunto rischiano di soffocare pure lui. Se c'è un bipolarismo oggi in Italia è nella patologia dei comportamenti davvero "bipolari", in senso psichiatrico, delle formazioni maggiori e dei loro leader. Oscillazioni continue tra imperizia e arroganza, mediazione e rivolta, in un vortice continuo che il Quirinale è impropriamente costretto a fermare con le sue mediazioni, con gli ammonimenti e gli appelli, a volte con eloquente silenzio, altre con la cooperazione attiva dei suoi consiglieri giuridici.

E dov'è che trova le energie necessarie per adempiere a questo super-lavoro istituzionale, il Capo dello Stato? Sicuramente nella fiducia che il Paese sia superiore rispetto alla classe politica. Lo si evince da un altro passaggio del discorso rivolto ieri alle donne: «Al di là di ogni differenza di modi di pensare e di posizioni politiche, è profonda tra le italiane e gli italiani la condivisione del patrimonio di valori e principi che si racchiude nella Costituzione». Tra i cittadini dunque lo spirito di unità e di rispetto è diffuso. E se una simile realtà non viene riportata con sufficiente chiarezza sul piano del confronto politico, dove può essere l'ingranaggio mancante, se non nella patologica "bipolarità" dei comportamenti?

Nonostante il veleno iniettato da Antonio Di Pietro (che ieri ha tardivamente ripiegato su un registro meno irriguardoso) in molti riconoscono il ruolo super partes svolto dal presidente della Repubblica anche nella vicenda delle liste. Dall'Udc, il cui leader Pier Ferdinando Casini ricorda che oltretutto gli attacchi al Colle «sono un favore a Berlusconi», al Pd che con evidente doppiezza continua a chiedere di tenerlo fuori, alla Cisl di Raffaele Bonanni: «Napolitano non è equilibrato, ha dimostrato ancora una volta di essere super-equilibrato, di rappresentare la miglior espressione popolare della politica e di interpretare i bisogni della società». Fino all'Osservatore romano, che nell'edizione di ieri pomeriggio interviene a sua volta in difesa del Capo dello Stato: «È in relazione al ruolo che la stessa Costituzione gli attribuisce che ha firmato il decreto», scrive il quotidiano della Santa Sede, «Napolitano ha verificato che il provvedimento rispondesse ai requisiti di costituzionalità non entrando nel merito». In un deserto di autorevolezza è impossibile non rivolgersi all'unica figura in grado di esprimerla.




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