Convegno “Giuseppe Fanin. L'attualità delle sue virtù morali e sociali”, San Giovanni in Persiceto, 3 Novembre 2003.
Ecco l'intervento del Presidente nazionale delle
Acli Luigi Bobba
A 55 anni da quel lontano 1948, non è senza emozione che siamo qui riuniti in memoria di Giuseppe Fanin, un giovane lavoratore, cattolico, aclista, sindacalista e democratico, un uomo di speranza.
Fanin è una figura di testimonianza cristiana che merita di essere conosciuta perché incarna valori importanti che non possono essere oscurati o indeboliti, e che, soprattutto in questo tempo, sentiamo la responsabilità di riproporre alle nuove generazioni che spesso sembrano guardarsi intorno disorientate e smarrite.
Rievocare oggi il suo martirio avvenuto per mano di sicari il 4 novembre del 1948, non ha alcuna intenzione di rinfocolare vecchi rancori o polemiche ideologiche di una stagione storica passata ma unicamente di valorizzare la sua vita, il suo impegno e il suo sacrificio, che rappresentano per tutti noi un esempio a cui guardare con spirito di riconoscenza ed ammirazione.
Giuseppe Fanin, dopo essere stato più volte minacciato e deriso dai nemici come “servo sciocco degli agrari”, fu ammazzato da un gruppo di militanti comunisti della locale sezione di S. Giovanni in Persiceto, quando aveva solo ventiquattro anni e si era da poco laureato in Agraria all’Università di Bologna. Come dimostra anche l’attentato a Togliatti del 14 luglio del 1948, il clima politico si era fatto conflittuale e la nebbia dell’odio e dell’intolleranza era di nuovo calata a rabbuiare gli animi dopo gli anni delle grandi speranze del dopoguerra e della ritrovata libertà. La lotta politica restava dunque ancora prigioniera di un passato che non passava e permaneva quella reciproca delegittimazione fatta di calunnie, rancore, ideologia del nemico che impedisce di vedere la realtà con occhi trasparenti e che tende a rinchiudersi in uno sterile settarismo.
Giuseppe Fanin è stato un esempio di come si realizza nella quotidianità
la via ordinaria alla santità, basata sulla coerenza di vita e sulla radicalità evangelica.
Ritroviamo in questo giovane sindacalista e dirigente delle Acli - era infatti segretario provinciale delle AcliTerra - esattamente l’anticipazione delle
tre fedeltà che alcuni anni più tardi, nel discorso del 1° maggio del 1955, Dino Penazzato, Presidente delle Acli, pronuncerà nella grande manifestazione di Piazza del Popolo a Roma e che poi entreranno a far parte dell’immaginario collettivo di ogni aclista: la fedeltà alla Chiesa, alla classe operaia e alla democrazia. Possiamo dunque affermare che Giuseppe Fanin è un giovane dirigente aclista il cui martirio è legato a questa triplice fedeltà e non alla spettacolarizzazione di scelte estreme.
Anzitutto
la fedeltà alla Chiesa, perché era un cristiano nelle idee e nelle azioni. Apparteneva all’Azione Cattolica, alla FUCI, alle Acli, e si ispirava alla Dottrina sociale nella sua integralità, quindi non solo per la concezione della proprietà privata ma anche per la cultura della pace e della nonviolenza.
E già qui cogliamo in Giuseppe Fanin quella tensione verso l’unità e la sintesi nella testimonianza dei valori che, in seguito, si dissolverà all’interno del mondo politico cattolico, come possiamo costatare ancora oggi.
Fedeltà alla Chiesa dunque, in quanto Fanin era animato da una fede limpida e forte; tanto da anteporla con naturalezza alla sua stessa vita. Infatti dopo essere stato aggredito una prima volta, mentre era a lavorare nel suo campo, fu invitato da diversi amici a munirsi di un’arma per difendersi, ma egli rispose sempre che preferiva presentarsi davanti a Dio senza la responsabilità di aver provocato sofferenze e lutto in una famiglia.
E poi
fedeltà al movimento dei lavoratori, per i quali auspicava migliori e più giuste condizioni di vita. E’ illuminante a questo proposito ciò che disse, poco prima di essere vigliaccamente assassinato, a chi manifestava preoccupazione per la sua sorte: se i comunisti lo avessero ucciso lo avrebbero comunque fatto perseguendo una speranza di giustizia, perché nessuno aveva saputo o voluto presentare loro efficacemente un’altra via d’uscita.
Ecco, Fanin lavorò per preparare questa via d’uscita alternativa, nel totale rifiuto della violenza come strumento di lotta e seguendo strade diverse da quelle che i poteri ideologici e politici contrapposti intendevano imporre alle “masse” che poi diventavano proletarie o meno a seconda del colore. Egli pagò infatti il suo tentativo di costituire un sindacato libero fra i braccianti e i contadini della sua terra, ovvero di dare alla scissione sindacale del ’48 un seguito pratico in quella Emilia rossa, in cui il Pci del tempo non immaginava neppure di poter vedere scalfita la sua egemonia. Soprattutto agli occhi degli avversari doveva apparire intollerabile la “pretesa” di costruire una convivenza civile più equa al di fuori degli schemi ideologici e al di là degli schieramenti ma applicando nel mondo dell’economia e del lavoro i principi della dottrina sociale cristiana. Pensiamo a questo proposito al tentativo di Fanin di giungere ad una riforma agraria basata sulla
compartecipazione piuttosto che sulla collettivizzazione o sull’esproprio delle terre, che rappresentava allora il motivo di scontro più sentito e più duro in una Italia ancora prevalentemente rurale.
E ancora
fedeltà alla democrazia, intesa certamente come ordinamento statale e sociale rispettoso della dignità umana, capace di assicurare la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e di garantire la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico quando e ove il voto popolare lo ritenesse opportuno.
Una concezione della democrazia che nel nostro tempo appare ancora più ricca, esigente e profonda, dopo che Giovanni Paolo II l’ha rilanciata con forza attraverso l’enciclica
Centesimus annus, dove si legge:
«Oggi si tende ad affermare (…) che quanti sono convinti di conoscere la verità ed aderiscono con fermezza ad essa, non sono affidabili dal punto di vista democratico perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici. A questo proposto, bisogna invece osservare che, se non esiste alcuna verità ultima che guidi ed orienti l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo come dimostra la storia». (C.A. n. 46)
Per evitare il rischio di una retorica insidiosa e fuorviante vorrei qui servirmi delle stesse parole che nel 1968 furono usate da Livio Labor, allora Presidente delle Acli, a 20 anni dal martirio di Giuseppe Fanin:
“
Riconosciamo che noi stessi non siamo stati all’altezza del suo esempio e del suo sacrificio;
riconosciamo che sono mancate spesso quella tensione morale, quella carica interiore che segnarono la sua breve esistenza tra di noi;
riconosciamo che forse per molti tra noi è smarrito il contatto con i valori stessi di cui egli era animato e per i quali ha pagato con la vita”. E Labor concludeva, «per tutte queste considerazioni
non possiamo disonorare Fanin commemorandolo con toni trionfalistici».
Per questo insieme alle Acli ritengo che tutto il mondo cattolico senta il dovere di riscoprire e offrire alle nuove generazioni questa splendida figura di santità laica e feriale, coerentemente impegnata nella vita di ogni giorno. Spesso rimproveriamo infatti ai più giovani di essere troppo “disimpegnati”, ripiegati su sé stessi e di inseguire modelli effimeri di comportamento. Ebbene, forse noi adulti abbiamo una qualche responsabilità, per non aver saputo indicare loro come modelli di riferimento, storie reali di persone concrete e non eroi di plastica da imitare.
Ecco perché Giuseppe Fanin, ucciso appena ventiquattrenne a causa della sua fede, dei suoi ideali e del suo impegno sociale e politico, può diventare un testimone di speranza e di nonviolenza. E’ l’esempio di un giovane democratico, che ha svolto con dignità tutto ciò che a lui era richiesto dallo studio al lavoro, dalla sua relazione con la fidanzata ai doveri di famiglia; dall’impegno associativo alla sua vita di fede all’interno della Chiesa.
In questo senso riteniamo che l’avvio della causa di beatificazione del servo di Dio Giuseppe Fanin rappresenti una scelta quanto mai opportuna per richiamare l’attenzione dei credenti sulla “normalità” della sua “eroicità”, una normalità che rende la sua beatificazione ancora più
dirompente, perché non mediatica, non spettacolare ma proprio per questo più efficace ed eloquente.
Viviamo in una società in cui riuscire ad essere normali, cioè coerenti e fedeli ai principi in cui si crede, appare già come qualcosa di straordinario e di speciale. Con la beatificazione, la testimonianza e la figura di Giuseppe Fanin, che ha già avuto ampia risonanza - come stanno a dimostrare tutti quei centri, gruppi, circoli e sezioni che portano il suo nome – diventerà certamente ancora più luminosa, conosciuta e valorizzata come segno di quella pace che, come abbiamo più volte ripetuto in questo anno della
Pacem in terris, trova i suoi quattro pilastri nella giustizia, nella libertà, nell’amore e nella solidarietà. Tutti valori pei i quali Giuseppe Fanin il 4 novembre 1948 ha pagato con la sua vita.
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