Cosa c'entra con il 25 aprile?
Avete perfettamente ragione a farvi una simile domanda.
Purtroppo, però, nessuno commemorerà don Enrico Donati, parroco della stessa parrocchia, assassinato da comunisti sedicenti partigiani il 13 maggio 1945. Reo di stigmatizzare dal pulpito le ripetute rapine ai danni degli agricoltori della zona.
Intanto ringraziamo Alberto e Carlotta Guareschi per averci concesso l'autorizzazione di proporvi un racconto di Giovannino Guareschi.
Alle Ghiaie tutto funzionava bene fino a quando c'era abbondanza d'acqua: appena arrivava l'asciutto, ogni cosa intristiva rapidamente e, se il Bacchi non riusciva a comprare l'acqua, il guaio diveniva irreparabile.
Il Bacchi possedeva altra terra, disponeva di quattrini ed era stato, nella zona, il primo a pensare di scavare un pozzo per l'irrigazione: ma, per quanto avesse seppellito soldi e tubi di ferro nella terra delle Ghiaie, d'acqua non se n'era vista un goccio.
Alle Ghiaie non c'era acqua: lo sapevano anche i gatti. E il pozzo che serviva per gli uomini e per le bestie, nel pieno dell'estate si asciugava.
Il Bacchi, però, non aveva mollato: il pozzo d'irrigazione era diventato il suo pallino, e alle Ghiaie era un continuo viavai di tecnici e di praticoni. Appena il Bacchi sentiva parlare di qualche rabdomante, lo mandava a chiamare subito, e, oramai, si poteva dire che le Ghiaie fossero state saggiate centimetro per centimetro. Il Bacchi non badava a spese ed era disposto a tutto.
«Se mi dicessero che l'acqua è sotto il pavimento della cucina o della stalla» affermava «ci sto a buttar giù la casa e a rifarla da un'altra parte!»
Ma alle Ghiaie d'acqua non ce n'era; i rabdomanti più famosi, quelli che a colpo sicuro dicevano: «L'acqua è qui sotto a tanti metri di profondità», dopo aver girato in su e in giù le Ghiaie, concludevano tutti che, all'infuori della vena del pozzo di casa — una vena superficiale da quattro soldi -, alle Ghiaie non avevano sentito niente di niente. Mai capitato un caso simile.
Quell'anno il secco fu tremendo e alle Ghiaie la roba bruciò tutta nei campi: il Bacchi era fuori dalla grazia di Dio e così, quando qualcuno gli mostrò un giornale illustrato nel quale si parlava di un rabdomante straordinario che abitava nei pressi di Roma e che aveva trovato l'acqua dove nessuno era mai riuscito a trovarla, non ci pensò sopra neanche un minuto e si mise in viaggio.
Trovò un signore sui cinquant'anni molto serio e molto occupato nei suoi studi e nei suoi affari, e si sentì rispondere garbatamente ma recisamente di no. Troppo lontano, troppo tempo da Perdere.
Il Bacchi offrì quattrini, ma non si trattava d'una questione di quattrini: il rabdomante non aveva bisogno di quattrini e non aveva mai accettato quattrini per le sue ricerche.
«Quando cerco l'acqua» spiegò «io non faccio un lavoro. Io non ci metto niente di mio. Dio mi ha fornito di un sesto senso non perché io ne faccia una speculazione, ma perché lo usi a favore degli uomini che questo sesto senso non posseggono. Sarebbe come se io capitassi in un paese di ciechi e volessi approfittare del fatto che ho gli occhi buoni per cavare quattrini da chi ha la disgrazia di non potere usare degli occhi suoi.»
Il Bacchi raccontò la sua storia e concluse con le lagrime agli occhi:
«Sono vecchio, oramai: fatemi vedere l'acqua alle Ghiaie, prima di morire. Ve lo chiedo come una grazia. Non è una questione di quattrini neanche la mia: le Ghiaie le ho create io, e, a vederle così, è come se avessi tirato su faticosamente un figlio e poi mi diventasse paralitico nelle gambe».
Il professore sospirò e rispose:
«Non si può negare una consolazione a un vecchio che ha lavorato tutta la vita. Verrò».
Il professore arrivò la settimana dopo e il Bacchi, quando lo vide, quasi lo abbracciava.
Il professore andò a tagliare da un salice il rametto che faceva al caso suo e si mise subito al lavoro.
Aveva un metodo di ricerca più organico degli altri rabdomanti, lo si capiva facilmente. E si capiva pure che era un uomo molto istruito, un vero signore il quale, pur senza darsi arie, incuteva soggezione.
Volle che gli indicassero i confini precisi del podere, poi fece un lungo interrogatorio a Peppone.
Peppone era lì perché alle Ghiaie gli assaggi dei pozzi li aveva fatti tutti lui e perché, nella zona, era l'unico che avesse l'attrezzatura e la competenza necessarie per impiantare un pozzo d'irrigazione.
Peppone riferì i risultati di tutte le esperienze alle Ghiaie e nei poderi della plaga concludendo:
«Alle Ghiaie l'acqua non c'è: sono pronto a giocarmi il collo».
Il professore guardò il collo taurino di Peppone e scosse il capo:
«Se lei mette a repentaglio un collo così, significa proprio che e sicuro. Comunque, nella vita non si può mai essere troppo sicuri».
In verità i fatti diedero ragione a Peppone perché, dopo ore e ore di ricerche, il professore si arrese.
«Escludo, per quel tanto che può valere il mio giudizio, che esistano vene d'acqua di qualche importanza in questo podere.»
Il Bacchi aveva una faccia così triste che metteva nel cuore la malinconia; il professore lo guardò, poi disse:
«Adesso sono stanco e non posso più continuare. Riprenderemo le ricerche domattina».
Peppone fu il primo ad arrivare: c'era in ballo, sia pur soltanto simbolicamente, il suo collo, e la cosa lo appassionava. E poi il professore, quell'uomo di poche parole, lo affascinava perché aveva negli occhi qualcosa di speciale.
Le ricerche ripresero metodiche, quasi ossessionanti tanto erano pignole. Ma, quando al campanile stava per suonare il mezzogiorno, il professore non aveva trovato niente di più del giorno prima.
Il sole picchiava come un maledetto e, prima di tornare alla fattoria, il professore sentì il bisogno di riposarsi un po' all'ombra.
Erano arrivati al limite ovest delle Ghiaie, dove il podere aveva, come linea di confine, un canalaccio sassoso, più una pietraia che un canale, e, proprio sulla riva del canalaccio, lì a far la sentinella, levava le sue antiche fronde un olmo secolare. Il Bacchi e Peppone si avviarono verso l'ombra precedendo il professore. Ma il professore non li raggiunse perché, arrivato al limite dell'ombra, si fermò come se gli avessero inchiodato d'improvviso i piedi per terra. Pareva in preda a una sofferenza acuta che gli faceva serrare la mascella e tendere tutti i muscoli. Il rametto di salice, di cui teneva strette fra le mani le estremità, pareva diventato vivo e s'era messo a girare.
Il professore si allontanò, ritornò indietro e, arrivato di nuovo al punto di prima, si fermò di scatto coi piedi incollati per terra.
Ripetè la prova cinque, sei volte, partendo sempre da luoghi diversi, e sempre, arrivato al punto famoso, rimaneva coi freni bloccati.
Allora segnò il punto con un sasso e vi fece tutt'attorno dei giri sempre più stretti: ma il bastoncello non dava più segno di vita.
Riprese a muoversi quando il professore tornò sul punto segnato col sasso.
«Qui l'acqua c'è» disse il professore. «C'è e non molto profonda.»
Peppone scosse il capo:
«Non è possibile: qui saranno passati trenta rabdomanti e non hanno mai sentito niente di niente!» esclamò.
«Proprio qui in questo punto?» si informò il professore indicando il sasso.
«Proprio in questo punto non lo posso dire» rispose Peppone. «Però vicini ci sono passati di sicuro. E, se ci fosse stata la vena, l'avrebbero sentita di sicuro. Era gente in gamba: li ho visti io trovare l'acqua anche nei posti più difficili.»
Il professore guardò il sasso:
«Il fatto è che qui non c'è nessuna vena: ho girato tutt'attorno Però lì, in quel punto, l'acqua c'è!».
Peppone allargò le braccia:
«Allora significa che l'acqua non proviene dalla terra ma dallo Spirito Santo. Perché, se venisse dalla terra, da qualche vena dovrebbe pure arrivare».
«Qui, in questo punto, l'acqua c'è» affermò il professore. «Può darsi che io non senta la vena perché passa profondissima. Può darsi che si tratti di una vena d'acqua saliente che qui, in questo punto, ha trovato terreno poroso ed è filtrata verso l'alto. Fate conto che una tubatura dell'acquedotto passi a tre o quattrocento metri sottoterra e qui, in questo punto, abbiano innestato un tubetto che porta l'acqua in su, fino a pochi metri dalla superfìcie. Comunque, sia quel che sia, io dico che qui sotto, a pochi metri, l'acqua c'è.»
Il Bacchi, che fino a quel momento s'era limitato a guardare a bocca spalancata ora il professore ora Peppone, si levò e incominciò a gridare:
«L'acqua! L'acqua! Presto! Presto!».
Peppone lo calmò:
«Se c'è, nessuno ve la porta via, quindi possiamo fare le cose con grande calma. Tanto più che non è proprio il caso di gridare che l'acqua c'è prima d'averla vista. Oggi, verso le quattro, io vengo con gli arnesi e si incomincia. Poi continuiamo anche tutta notte. Per il momento state zitto: se incominciate a urlare che l'acqua c'è e poi non la si trova, sarà peggio delle altre volte perché vi prenderanno anche in giro».
Il Bacchi si allontanò malvolentieri: e prima di andarsene voleva piantare un fittone al posto del sasso per essere più sicuro, ma il professore non glielo permise. Anzi, buttò via pure il sasso.
«Oggi, tornando, ritroverò il punto. Se non lo ritrovo, significa che adesso ho sbagliato.»
Alle quattro si trovarono in parecchi attorno all'olmo. Il Bacchi coi figli, Peppone coi suoi tre aiutanti, gli spesati del podere, gli affittuari dei poderi confinanti. Quando il professore apparve si ritirarono al margine del canalaccio per non impicciare.
Il professore si avvicinò, camminando rapidamente, all'olmo e a un tratto eccolo inchiodato.
«E proprio qui» disse. «Potete incominciare.»
Il terreno era sassoso: grossi ciottoli affioravano e, prima di far lavorare il mazzapicchio, fu necessario togliere lo strato di sassi. Gli uomini si misero all'opera e, per un buon metro e mezzo di profondità, continuarono sempre a cavar ciottoli. Poi si incominciò a trovare terra ghiaiosa. Ma qui il lavoro venne subito interrotto.
«Nessuno si muova e nessuno tocchi niente fin che non è arrivato il maresciallo» ordinò con voce tonante Peppone. E la gente si ritrasse.
Arrivò il maresciallo con due carabinieri e il medico. Un secondo dopo arrivò pure don Camillo assieme al resto del paese. Il maresciallo e il medico discesero nella buca.
«Un mucchietto d'ossa con un po' di stracci grigioverdi» spiegò il maresciallo a Peppone e a don Camillo, ritornando su dalla buca.
«Foro alla nuca» aggiunse il medico sopraggiungendo. «Roba del 1945, probabilmente.» «Politica!» commentò don Camillo.
«Guerra!» replico a denti stretti Peppone.
Ci fu qualche istante di silenzio. Poi il Bacchi scosse il capo e disse:
«Chi sa chi è, poveretto!».
«Gli abbiamo trovato addosso soltanto questo» rispose il maresciallo mostrando una sottile catenella d'oro con medaglia.
Sfregò la medaglietta fra l'indice e il pollice per ripulirla dal terriccio.
«Pare ci sia inciso qualcosa» disse il maresciallo: «8 febbraio 1929».
«Sedici anni!» esclamò don Camillo. «Maresciallo, mi pare ci sia inciso anche un nome.»
Il maresciallo trasse di tasca una piccola lente e considerò la medaglietta:
«Cesare Deppi» spiegò. «Chi sa mai di dov'è!».
«Borgodeste» disse la voce del professore. E tutti volsero gli occhi verso di lui.
«Scusi, come fa a saperlo?» balbettò il maresciallo.
Il professore allargò le braccia e scosse malinconicamente il capo.
«Non ho dimenticato le generalità di mio figlio» rispose. «Tanto più che era figlio unico. Io stavo in guerra e al principio del 1945 il ragazzo scappò di casa per arruolarsi. Non se n'è più saputo niente. L'avevano mandato al Nord e non è più tornato. Sua madre lo aspetta ancora.»
«Dovrà poi passare da me per l'inchiesta» disse il maresciallo al professore.
«Inchiesta?» sospirò il professore. «È morto. Ecco tutto. Ora Potrà riposare in terra benedetta e sua madre saprà dove inginocchiarsi per piangere.»
Il professore rimase al paese due giorni e, prima di andarsene volle rivedere la buca vicino all'olmo.
Peppone e il Bacchi lo accompagnarono e stettero a guardare in silenzio.
«Tutti i rabdomanti son passati di qui e nessuno ha sentito niente» disse a un tratto il professore. «Ma io ho sentito qualcosa perché questa terra era bagnata del sangue di mio figlio.»
Scosse il capo mestamente, poi aggiunse:
«Il sangue non è acqua».
La parola gli ricordò il Bacchi: il professore si volse verso il vecchio.
«Non ha importanza, non ha importanza» balbettò il Bacchi.
«Invece ha importanza» replicò il professore. E, strappato un rametto di salice, lo impugnò e discese nella buca.
«Non sento più quello che sentivo prima» spiegò. «Non era l'acqua, era lui che io sentivo...»
Peppone non ebbe neppure il coraggio di pensare: "Avevo o no ragione io?".
Il professore continuò:
«Era lui che sentivo così violentemente. Però l'acqua c'è. Non a pochi metri come dicevo. A pochi metri c'era lui... L'acqua c'è verso i duecento metri... Chi ha fede la trova».
Il Bacchi aveva fede: tutti gli dissero che era un pazzo scatenato quando incominciò a far conficcare tubi nella terra, vicino all'olmo.
Aveva fede e poi capiva che era necessario trovare l'acqua: non per l'irrigazione, ma per qualcosa d'altro che egli non riusciva a spiegarsi ma che era molto importante.
L'acqua fu trovata a centonovanta metri e, quando il Bacchi vide uscire quel torrente tumultuoso dal tubo da venti centimetri di diametro, gli venne la febbre e dovette mettersi a letto.
Gli operai lavorarono giorno e notte ma, dieci giorni dopo, il pozzo era pronto con tutta la sua casetta dei comandi elettrici. Una casetta in mattoni a faccia vista, che pareva un piccolo fortino. E un cannone pareva il grosso tubo che sbucava fuori dal muro ai piedi del quale incominciava il canale di cemento che avrebbe portata l'acqua al fosso grande del sistema d'irrigazione.
Il Bacchi volle che alla inaugurazione del pozzo ci fossero tutti e, prima di tutti, il professore.
Il professore venne accompagnato dalla moglie, e fu la moglie del professore ad abbassare il coltello del motore.
L'acqua uscì con violenza. Un torrente di acqua limpida e fresca e, appena la vide, il Bacchi capì qual era la cosa importante e fece il discorso inaugurale:
«Ecco l'acqua che purifica tutto e lava la terra dalle macchie di sangue e, assieme alle macchie di sangue della terra, va via l'odio dagli animi. Amen».
Si fece avanti don Camillo che benedisse l'acqua. Allora la moglie del professore bagnò la punta delle dita della mano destra nell'acqua che sgorgava dal tubo e si segnò. Anche il professore toccò l'acqua e si segnò.
La gente - e c'era tutto il paese - stava lì a guardare trattenendo il fiato, e si udiva soltanto lo scrosciare dell'acqua, ma pareva una musica.
Don Camillo andava spesso a guardare lo spettacolo dell'acqua che sgorgava dal pozzo del Bacchi. E ogni volta, tornandosene, si portava una borraccia d'acqua fresca e, prima di rincasare, andava al cimitero a innaffiare con quell'acqua i fiori dell'aiuola sotto la quale riposava in pace il ragazzo assassinato dalla guerra civile.
«È la tua acqua» mormorava don Camillo. «Acqua benedetta.»
E un pomeriggio d'agosto, arrivato al pozzo, trovò un uomo che, seduto su una sponda del canale di cemento, stava immobile a guardare l'acqua.
Don Camillo lo riconobbe: era uno della banda di Peppone, un giovanotto di venticinque o ventisei anni. Guardava l'acqua e, quando don Camillo gli apparve davanti dall'altra parte del condotto di cemento, levò per un momento lo sguardo e subito lo riabbassò.
Ma bastò quell'istante perché don Camillo si accorgesse che quegli occhi non erano i soliti occhi della solita gente. Don Camillo si sedette sulla sponda del condotto e stette ad aspettare.
Voi non conoscete i pomeriggi d'agosto della Bassa. Là, in mezzo ai campi deserti, pieni di sole, ogni cosa sa di favola e, se il Demonio apparisse scarlatto e ghignante in mezzo a una piana di stoppia bruciata, sembrerebbe la cosa più naturale del mondo.
Don Camillo aspettava e, a un tratto, il giovanotto disse come parlando a se stesso:
«Sangue! Questa non è acqua ma sangue».
«Acqua» replicò sottovoce don Camillo.
«Sangue!» ripetè il giovanotto sempre a occhi bassi. «Sangue. Lo so ben io perché è il suo sangue...»
«Acqua» sussurrò mite don Camillo.
«Sangue!» ansimò il giovanotto guardando con orrore il canale gonfio d'acqua. «Il suo sangue. Lo so ben io che l'ho toccato quando quel sangue era ancora caldo... Ho eseguito un ordine... Credevan che fosse una spia... Io sono a posto perché ho eseguito un ordine... Io ho sentito quello che ha detto suo padre... Ho visto quel che ha fatto sua madre qui... Sangue. Questa non è acqua, è sangue.»
«Acqua» insistè dolcemente don Camillo. «Prova a toccarla »
Il giovane ritrasse inorridito la mano. Ma don Camillo ancora insistè con voce suadente. E il giovane, lentamente, esitando, appressò la mano all'acqua.
«Immergila tutta la mano» sussurrò don Camillo. «Il Bacchi aveva ragione: l'acqua purifica, lava le macchie di sangue, cancella l'odio.»
Il giovane immerse la mano nell'acqua gelata. E aveva tutti i nervi tesi da spezzarsi. A un tratto gli occhi gli si riempirono di pianto e due lagrime gli scivolarono sulle guance e andarono a cadere nell'acqua.
Il giovane ritrasse la mano e la guardò gocciolare.
Poi, d'un tratto, si riscosse come se si fosse svegliato da un sogno e guardò con gli occhi sbalorditi don Camillo.
«Stai tranquillo» lo rassicurò don Camillo. «Dio soltanto sa quel che è successo. Se pure è successo qualcosa.»
Il giovane si alzò e se ne andò. Fatti pochi passi si volse a guardare il tubo del pozzo.
«Acqua» gli disse don Camillo. «Non sangue. Acqua benedetta.»
Il giovane riprese il cammino, passò fra i ciottoli roventi del canalaccio, scomparve fra le gaggìe. Don Camillo riempì d'acqua fresca la solita borraccia per innaffiare l'aiuola fiorita sotto la quale riposava in pace il ragazzo assassinato dalla guerra civile. E, mentre riempiva la borraccia, mormorava:
«Chi sa mai dove sono andate a finire quelle due lagrime che io poco fa ho visto scivolare nell'acqua!».
Ma Dio lo sapeva e fece entrare le due lagrime nella boraccia, assieme all'acqua.