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A 80 anni dalla nascita di Fanin

Il dovere di purificare la memoria
di Giovanni Salizzoni

Tratto da Governare Bologna n.1 del 2004

Un fremito di commozione e di gratitudine ha percorso la città martedì 4 novembre scorso, quando nella cattedrale di San Pietro è stato aperto il processo canonico che forse un giorno porterà ad annoverare tra i santi Giuseppe Fanin. È stato come un improvviso rinverdire della memoria civica, chiamata dalla circostanza a ricordare una delle figure tra le più esemplari della nostra terra; un giovane barbaramente trucidato a sprangate dai comunisti proprio il 4 novembre di 55 anni fa, in odio a quegli ideali di riscatto delle più misere ed oppresse condizioni umane e sociali che egli professava e che tenacemente praticava.

Ma chi era Giuseppe Fanin? Nato l’8 gennaio del 1924, con una giovinezza attraversata e segnata (come tutti, allora) dalla seconda Guerra mondiale, aveva studiato Agraria all’Università per poter essere utile ai contadini della sua ‘bassa’ bolognese, dividendo il tempo con una grande attività nelle ACLI. Viveva intensamente la sua fede, al punto di "desiderare e scegliere la povertà di Cristo anziché le ricchezze, e le ingiurie da Lui ricevute anziché gli onori". Divenuto segretario provinciale delle ACLI-terra, elaborò un progetto di ‘compartecipazione’ che avrebbe dovuto portare a risolvere i roventi conflitti del mondo bracciantile privilegiando il dialogo fra le classi. Fu un apostolo della diffusione del messaggio aclista e convinto della necessità di sindacati liberi. La sera del 4 novembre 1948 fu aggredito da tre esecutori di un ordine impartito dal segretario della sezione PCI di S.Giovanni in Persiceto e morì poche ore dopo.

La vicenda giudiziaria dell’assassinio Fanin è chiusa da un pezzo, con la confessione e la condanna di esecutori e mandante (anche se è rimasta l’impressione di qualche reticenza, comandata forse allora dalla fedeltà cieca a una ideologia, ritenuta il sole dell’avvenire, e ai capi del partito che la propagandava, ma che ora, dopo decenni di sedimentazione e chiarificazione della vicenda storica, potrebbe finalmente sciogliersi: chi sa, parli. Non c’è nulla da perdere dalla verità).

Ma è la vicenda politica di quegli anni che è in qualche modo ancora aperta, e lo resterà continuando a pesare sul nostro presente fintantoché gli eredi del comunismo di allora non si decideranno ad affrontare essi stessi il dovere di un esame e un giudizio libero e critico sulla loro storia. Lo hanno fatto ormai tutti, anche gli epigoni del fascismo; ora manca solo il loro contributo a un processo di libertà e onestà intellettuale di cui si gioverebbe molto la politica in Italia. Ci saremmo aspettati che quel grande stupefacente esempio di purificazione della memoria dato dalla Chiesa cattolica nel Giubileo del 2000 potesse contagiare qualcuno di più. Fanin era un sindacalista cristiano, che ha dedicato la sua breve vita alla solidarietà operosa con i lavoratori e all’affermazione dei loro inalienabili diritti. È stato massacrato a bastonate da chi diceva di lottare per i diritti dei lavoratori.

Allora qualcosa non torna. Possibile che un candidato sindaco di Bologna, lui stesso sindacalista di lungo corso, non abbia trovato, il 4 novembre scorso, l’occasione giusta per riportare finalmente nel quadro di una verità non solo giudiziaria ma valoriale almeno la vicenda del bolognese Fanin?

Possibile che l’Unità, ‘quotidiano dei lavoratori’ come amava definirsi, non abbia ritenuto di dedicare neppure una riga - neppure nelle pagine di cronaca locale bolognese, questa è davvero grossa! - alla commemorazione di un lavoratore ammazzato per la fedeltà alle sue idee, evento di cui ha parlato ampiamente lo scorso novembre tutta la stampa nazionale? Noi rispettiamo la fedeltà di ciascuno alle proprie idee, e quindi anche quella de l’Unità alle sue, ma allora abbiamo il diritto di chiedere a l’Unità e a quel candidato sindaco: l’atto proditorio che spense la vita di Fanin fu giusto o fu barbarie? E ci accontenteremmo di sentirci rispondere che fu un atto di ‘compagni che sbagliarono’.




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