di
Mons Carlo Caffarra *
* Arcivescovo di Bologna
Tratto da
Avvenire - Bologna 7 di domenica 27 novembre 2005
Anche nella nostra regione si vuole regolare l’importazione della pillola RU 486, su specifica richiesta medica, così che possa essere usata. Non intendo addentrarmi nella discussione medica non avendone la competenza. Le mie sono due brevi riflessioni che sottopongo all’attenta considerazione di chi è preoccupato del destino dell’uomo e del riconoscimento della sua dignità.
Prima riflessione. L’introduzione del suddetto farmaco è motivato dalla «minore traumaticità» che assumerebbe l’atto abortivo. Data e non concessa la consistenza di questa argomentazione, la diffusione della pillola abortiva in realtà rischia di essere un passo ulteriore verso la «banalizzazione» di un gesto che è uccisione di un individuo umano, devastazione spirituale e psichica della persona della donna che lo compie, e progressiva anestesia della sensibilità morale del nostro popolo verso il valore della vita umana. L’uomo è profondamente plasmato dai suoi gesti, carichi di valore simbolico: sopprimere una vita umana non è come «prendere una pillola». Basta poi leggere la letteratura al riguardo per rendersi conto che le cose anche medicalmente non stanno così, ma si preferisce battere sul tasto della «facilità» e minore traumaticità.
Seconda riflessione. Nessuno ha il diritto di giudicare un altro dal punto di vista morale, ma tutta questa faccenda sembra un altro segno di quel collasso di civiltà cui oggi assistiamo. Esso consiste nella progressiva riduzione del valore dell’altro alla misura con cui è desiderato, con cui entra nel progetto della propria felicità individuale. La dittatura del desiderio depreda la realtà della sua consistenza; e in particolare depreda la realtà della persona - di ogni persona - della sua propria ed incomparabile preziosità. Spero solo che una questione di così alta drammaticità non sia trattata introducendovi il discorso dell’occupazione dello Stato laico da parte dei vescovi. È una questione troppo grande per essere censurata dalla superficialità di luoghi comuni.
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