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*Fu vera gloria? Azzardato l’attacco – ignobile la strage

23-24 marzo 2004: sessantesimo Anniversario dell’azione di via Rasella e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine
di Aldo Chiarle

Tratto da L'opinione della domenica on-line del 28 marzo 2004

L’azione contro i nazisti a via Rasella di Roma venne effettuata il 23 marzo 1944 e la rappresaglia, con l’eccidio delle Fosse Ardeatine, ventiquattro ore dopo, il 24 marzo.

Fu vera gloria? Ma prima è necessario fare la cronaca esatta di questi avvenimenti.



* * *


L’azione di via Rasella: bisogna dare atto al prof. Giorgio Giannini di Roma e al suo libro “Lotta per la libertà –Resistenza a Roma (1943-1945) edito nel 2000.

Con grande rigore storico parla di quanto è successo quel giorno, il 23 marzo 1944 – esattamente sessanta anni fa:

“Dopo il successo dell’azione contro i fascisti a via Tomacelli del 10 marzo, i gappisti pensano ad un’altra azione spettacolare per il 23 marzo, ricorrenza del 25° anniversario della fondazione del movimento fascista… Gli obiettivi che i gappisti hanno individuato sono:

- il carcere nazista di via Tasso dove sono rinchiusi alcune centinaia di patrioti… L’azione però viene esclusa, almeno per il momento, per la necessità di un attacco con ingenti forze che i Gap non hanno. In seguito, dopo l’azione di via Rasella, il piano è definitivamente abbandonato;

- la trattoria “Da Massimo”, in via Bocca di Leone, nel centro della città, che ogni sera è affollata da soldati tedeschi;

- un reparto del “SS Polizei Reggiment Bozen” che sfila in armi ogni giorno per il centro della città, in palese violazione dell’accordo firmato dai tedeschi il 10 settembre 1943 e che riconosce lo status di Roma “città aperta”.

Alla fine, dopo varie discussioni, i gappisti decidono di attaccare il reparto tedesco… Si decide di attaccare il reparto quando passa, alle ore 14,15 circa, in via Rasella, parallela di via del Tritone, vicino a piazza Barberini, nel cuore della città, per mettere in evidenza la violazione da parte dei tedeschi degli accordi per Roma città aperta. Si decide di attuare un attacco con una potente mina, a base di tritolo con spezzoni di ghisa, nascosta dentro un carretto per la raccolta della spazzatura e con successivo attacco armato… L’azione per la complessità, è affidata a gappisti di vari Gap centrali. Viene scelto, per la parte centrale dell’attacco, Rosario Bentivegna, vestito da spazzino. Partecipano all’operazione il comandante dei Gap Carlo Salinari, il vice comandante Franco Calamandrei, Carla Capponi, Pasquale Balsamo, Ernesto Borghesi, Silvio Serra, Raul Falcioni, Francesco Curreli, Fernando Vitagliano, Marisa Musu e Guglielmo Blasi.

…Verso le 13 del 23 marzo, Bentivegna, vestito da spazzino, si incammina spingendo il carretto, dal Colosseo verso via Rasella, qui arrivato si ferma davanti al Palazzo Pittoni… Finalmente, dopo due ore di attesa molto stressante, Ernesto Borghesi e Silvio Serra segnalano da via Traforo a Calamandrei l’arrivo del reparto. Allora Calamandrei, appostato all’angolo con via del Boccaccio, si toglie il berretto dalla testa: il segnale convenuto per l’inizio dell’azione… Lo scoppio fa tremare gli edifici della zona ed è udito in tutto il centro della città. Dal carretto si leva una fiammata giallastra, accompagnata da una terribile raffica di spezzoni di ghisa. Subito dopo, da via del Boccaccio, escono quattro gappisti che lanciano delle bombe contro il reparto tedesco…

L’effetto dell’ordigno è micidiale: ci sono per terra 28 soldati morti ed una sessantina di feriti, alcuni di questi molto gravi…

Oltre ai tedeschi muore nell’azione un ragazzo di 13 anni che si trovava a passare in via Rasella. Una dozzina di civili, vengono feriti dal fuoco dei tedeschi…”.



* * *


L’eccidio delle Ardeatine. Il testo è sempre del prof. Giorgio Giannini nel libro indicato:

“La reazione dei tedeschi all’azione di via Rasella è immediata e furiosa. Il gen. Maeltzer, sconvolto alla vista di tanti soldati morti e feriti che giacciono per terra, ordina il rastrellamento degli abitanti della case della strada… Maeltzer minaccia anche di far saltare in aria con l’esplosivo l’intero quartiere con tutti gli occupanti, donne e bambini compresi. Riescono a calmarlo, facendogli notare che l’entità della rappresaglia deve essere stabilita dal Furher e dal comandante militare in Italia… Quando il Furher apprende la notizia, ha una reazione durissima, probabilmente perché non pensava che Roma fosse una città così infida per le truppe tedesche. Anche egli vorrebbe far saltare l’intero quartiere ed attuare una rappresaglia che ‘faccia tremare il mondo’, fucilando da 30 a 50 italiani per ogni tedesco morto… Si decide che il rapporto della rappresaglia sia quello stabilito dalle leggi penali militari di guerra tedesche: dieci italiani per ogni soldato tedesco morto…

Poiché nelle carceri controllate dai tedeschi (terzo e quarto braccio di Regina Coeli e carcere di via Tasso) non ci sono 320 persone ‘degne di morte’, Kappler chiede al Questore di Roma Pietro Caruso di consegnargli 80 detenuti… Poiché è ancora difficile raggiungere il numero di 320 persone da uccidere Kappler chiede consiglio al suo diretto superiore, il gen. Delle SS Harster che consiglia di inserire nella lista tutti gli ebrei disponibili…

La mattina del 24 Kapper dopo aver appreso della morte di un altro soldato, decide di propria iniziativa, di aggiungere altre dieci persone alla lista, portando così il numero di vittime a 330…

Il massacro inizia verso le ore 16,30 con brevi intervalli, fino alle 20 circa… Le vittime vengono fatte scendere a piccoli gruppi di cinque persone per volta, e sono sospinte dentro le case, da altrettanti soldati che li accompagnano… Giunte ad una certa profondità nelle gallerie, le vittime vengono fatte inginocchiare e sono uccise con un colpo alla nuca. Le vittime successive vengono fatte allineare dopo le prime, tanto che ben presto quella parte della galleria è piena. Allora si fanno salire le vittime seguenti sui cadaveri dei loro compagni; altrettanto fanno i loro carnefici per sparargli. 73 uomini di Kappler (12 ufficiali, 60 sottufficiali e graduati ed un soldato semplice) partecipano all’eccidio. Il capitano Erich Priebke è incaricato di spuntare i nomi delle vittime della lista, mano a mano che vengono fatte entrare nelle cave. Per dare l’esempio, Kappler partecipa alle prime uccisioni… Ultimato l’eccidio, i genieri tedeschi fanno saltare con la dinamite gli ingressi delle cave, per occultare i corpi delle vittime”.



* * *


Ma chi volle questa azione che ebbe un seguito così sciagurato e tanto tragico? È sintomatico quanto successe nella riunione della Giunta Militare del Comitato di Liberazione nazionale che si tenne il 26 marzo: Giorgio Amendola rappresentante del Partito Comunista Italiano legge un ordine del giorno e chiede agli altri membri di approvare l’azione di via Rasella; subito dopo Giuseppe Spadaro, rappresentante della Dc, presenta un altro ordine del giorno nel quale si chiedeva la separazione delle responsabilità del Comitato Nazionale di Liberazione dall’attentato e dalle sue nefaste conseguenze.

I due ordini del giorno non furono messi in votazione, ma Giorgio Amendola dichiarò che se gli altri membri del CNL non volevano assumersi le responsabilità dell’azione, i comunisti se la sarebbero assunta da soli.

Dopo la guerra, l’Alta Corte di Giustizia degli Alleati ha condannato tutti gli ufficiali responsabili dell’eccidio alla pena di morte mediante fucilazione: ma nessuno pagò con la vita.

Di tutti i responsabili principali solo il generale Priebke è ancora in vita e, condannato all’ergastolo una decina di anni fa, sconta la condanna praticamente agli arresti domiciliari, all’età di novantun’anni.



* * *


Penso sia necessaria una precisazione su un articolo relativo alle Fosse Ardeatine pubblicato su “Lo Specchio” il settimanale del quotidiano “La Stampa” di sabato 20 marzo 2004.

Scrive Igor Man che esisteva “un forte contrasto in seno al CNL fra ‘attesisti’ e ‘azionisti’: i primi temevano che una guerra partigiana scatenasse rappresaglie terribili senza peraltro attingere risultati validi sul piano militare. I secondi pensavano che solo combattendo avremmo meritato la libertà, la fine del terrore fascista”.

E aggiunge: “In quella primavera senza rondini del 1944, gli ‘azionisti’ anche su pressione degli Alleati, decisero l’attentato in via Rasella alla compagnia ‘Bozen’”.

Messa così la notizia, può prestarsi per un lettore non smaliziato ad una interpretazione sbagliata e cioè che l’azione sia stata voluta dagli Azionisti (quelli del Partito d’Azione) mentre come ho ben dimostrato è stata voluta dal Partito Comunista.

Anche l’affermazione che l’attentato di via Rasella sia stato effettuato su pressione degli Alleati, è tutto da dimostrare.

Trovo su “Il Corriere della Sera” del 23 febbraio 2004 un articolo su via Rasella, nel quale si afferma che Norberto Bobbio intervistato da Giampiero Mughini negli anni Ottanta, qualificò via Rasella come “un atto terroristico, quindi un errore della Resistenza e non necessario”. E non posso non concordare con lui.

Le Fosse Ardeatine è stato un terribile episodio che non può che sconvolgere e gli articolisti lo hanno giustamente paragonato alle vendette feroci naziste effettuate a Cefalonia, a Bove e a Marzabotto.

Ma nessuno più parla di un crimine maggiore perché non aveva nessuna giustificazione, quello effettuato su ordine personale di Stalin (che come criminale non aveva nulla da imparare da Hitler) a Katyn, una foresta russa nei pressi di Smolenk. Nell’aprile del 1943, i tedeschi in ritirata scoprirono i resti di 4321 ufficiali polacchi sepolti in grande fosse comuni. La prima versione “ufficiale” fu quella che erano stati uccisi dai tedeschi, ma solo molto dopo si conobbe la verità: era una parte dei 14300 ufficiali polacchi presi prigionieri dai russi, quando, alleati a Hitler, hanno occupato la Polonia e non aveva altro scopo che decapitare per sempre l’esercito militare polacco.

L’ordine venne dato personalmente da Stalin, con un cinismo che ha dell’inverosimile, come è inverosimile che in Italia negli anni dopo la Liberazione, quando si accennava alle “fosse di Katyn” la responsabilità venisse data ai tedeschi.



* * *


La guerra è terminata da quasi sessanta anni, molti odi sono stati placati e molti almeno assopiti. Recentemente vi è stata una riunione a Roma per invocare la liberazione di Priebke.

Non sono d’accordo. Ho seguito il processo che l’ha condannato e non ho visto in lui un attimo solo, non dico di pentimento, ma di commozione. Era un soldato – ha detto – e doveva eseguire un ordine. E l’ordine è stato un massacro e dinanzi a tale massacro almeno la commozione è doverosa per ogni membro del genere umano.

Una volta su una autostrada ho sentito un secco rumore proveniente dalla parte anteriore della mia macchina. Mi sono fermato: avevo investito un cane. Stava rantolando in attesa della morte. L’ho accarezzato ed ho “sentito” la sua commozione. Non avevo nessuna colpa, nessuna responsabilità perché era piena notte, ma nonostante quello, ho pianto e quando penso ancora a quanto è successo – anche se sono passati moltissimi anni – ancora mi commuovo.

Anche se il “Codice Militare Nazista” lo obbligava ad obbedire, non provare nessuna commozione ed avere uno sguardo freddo come non fosse successo nulla, non è umano. Ed io non gli avrei neppure dato gli arresti domiciliari. Era degno solo di marcire in carcere!



* * *


Alle Fosse Ardeatine morirono decine di ebrei, professionisti ed operai, artisti e giornalisti molti dei quali presi alla rinfusa per colmare e superare il numero di coloro che secondo le leggi militari tedesche “dovevano” pagare.

Quest’anno è il sessantesimo anniversario e si sono ripetute, giustamente, le tristi cerimonie, perché il crimine maggiore sarebbe dimenticare.

Vorrei fare una proposta a giovani studiosi. Partecipo alla celebrazione del martirio delle Fosse Ardeatine da sempre e da testimonianze ho appreso che quando, alla fine delle ostilità, si sono riesumati i corpi delle vittime, queste non erano 335, bensì 338, perché sono stati uccisi anche tre militari tedeschi (fra cui un ufficiale) che si erano rifiutati di sparare. Sono stati uccisi e i loro corpi gettati con quelli delle vittime italiane.

Sentire leggere in silenzio i nomi delle vittime è ancora oggi per me un motivo di straziante ed intensa commozione.

Vorrei che dal prossimo anno oltre ai nomi dei 335 italiani, venissero letti anche i nomi dei tre militari tedeschi che hanno subito la stessa sorte. Su questo fatto vi sono versioni contrastanti: ma quello che è certo è che l’ufficiale che si è rifiutato di sparare, il tenente Wetjen viene personalmente portato al cospetto di Kappler che dopo aver parlato con lui, lo “invita” ad entrare assieme dentro la cava…

Meditiamo su questi 338 morti, vittime innocenti a causa di una “azione di guerra” le cui conseguenze sui civili erano note a tutti.






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