Convegno “Giuseppe Fanin. L'attualità delle sue virtù morali e sociali”, San Giovanni in Persiceto, 3 Novembre 2003.
Ecco l'intervento del Presidente della Camera del Deputati
Pier Ferdinando Casini.
Desidero ringraziare in primo luogo le Acli, la CISL, la Coldiretti di Bologna, la Confcooperative ed il Movimento cristiano lavoratori, oggi qui rappresentati ai loro massimi livelli, per aver assunto l'iniziativa della celebrazione odierna.
Ringrazio il sindaco di San Giovanni in Persiceto, Paola Marani, per l'ospitalità che ha voluto assicurarci in rappresentanza di tutti i suoi concittadini, e rivolgo un saluto particolare al senatore Giovanni Bersani, che onora i nostri lavori con la testimonianza della sua straordinaria storia personale.
Il mio saluto va anche a monsignor Stagni, vicario generale della diocesi di Bologna. La sua presenza in questa occasione ci permette di ricollegarci idealmente al processo diocesano di canonizzazione di Giuseppe Fanin, la cui conclusione sarà solennizzata domani dal cardinale Giacomo Biffi nella cattedrale di San Pietro in Bologna.
Per me, quella odierna è una giornata particolare, che rinnova un'antica commozione: sin dai primi anni della mia militanza politica, l'amicizia con la famiglia Fanin - e in particolare con il fratello di Giuseppe, Giorgio, a cui demmo l'ultimo saluto un anno fa proprio qui, a San Giovanni in Persiceto - è stata sempre un ineludibile punto di riferimento.
Al termine della seconda guerra mondiale, la ricostruzione morale e materiale del nostro Paese fu sorretta dallo sforzo comune delle forze politiche che si riconoscevano nelle grandi tradizioni del pensiero democratico.
In quel fermento di idee e di progetti, emersero la forza, l'originalità e la carica innovativa del contributo dei cattolici, radicato sulla tradizione ed insieme capace di interpretare efficacemente le esigenze di progresso e di sviluppo che si ponevano nel Paese in quel difficile momento.
Fu proprio nel segno di quella tradizione che Giuseppe Fanin scelse di prendere parte - con entusiasmo ed insieme con umiltà - alla rinascita della democrazia italiana.
L'impegno sindacale fu per lui non solo lo strumento per promuovere la condizione dei lavoratori della sua terra, ma anche un modo vivo e diretto per stare tra la gente e per dare così concretezza al messaggio apostolico di cui aveva scelto con coraggio di farsi portatore.
Forte delle proprie idee, dei valori in cui credeva, della solidità dei suoi convincimenti, Giuseppe Fanin scelse la via del dialogo e del confronto in un contesto politico e sociale in cui pure sembrava prevalere la logica dello scontro e della contrapposizione frontale.
Solidarietà, tolleranza, gradualità, rispetto profondo della dignità umana: erano queste le armi delle quali egli aveva deciso di munirsi per affrontare le questioni che agitavano il mondo del lavoro e, più in particolare, il mondo agricolo.
Giuseppe Fanin iniziò il suo cammino in questo difficile cimento affermando risolutamente la sua identità cristiana e professando apertamente la sua scelta di pace. Ricordiamo tutti con grande emozione il suo fermo rifiuto di dotarsi di un'arma per difendere la sua persona, anche in presenza delle gravi intimidazioni che gli erano state rivolte.
Eppure, nel suo stesso tempo e nei suoi stessi luoghi vi fu chi compì una scelta radicalmente diversa. Il cammino di Giuseppe Fanin fu barbaramente interrotto al principio del suo svolgersi, all'età di appena 24 anni, da un'azione insensata, tutta iscritta nella logica della violenza e dell'odio, ideata e maturata dal segretario della sezione del Partito comunista di San Giovanni in Persiceto, come poi riconobbero le sentenze giudiziarie.
Sappiamo oggi che il sacrificio di Giuseppe Fanin non restò purtroppo isolato. Come quella che ci troviamo qui a ricordare, furono scritte altre pagine drammatiche, rimaste a lungo ed ingiustamente nell'ombra, in cui persero la vita tanti uomini innocenti. Un altissimo tributo di sangue pagarono in particolare i cattolici nel triangolo rosso dell'Emilia Romagna.
Oggi, a più di mezzo secolo di distanza, credo vi siano le condizioni per riflettere su quelle vicende con uno spirito diverso: è una responsabilità alla quale non possiamo sottrarci, se vogliamo costruire una nuova e più avanzata fase della nostra vita democratica.
Io sono oggi qui, rappresentante dello Stato, ospite del sindaco di una città da sempre guidata da amministrazioni di sinistra, a prendere parte ad un'iniziativa voluta dalle associazioni più rappresentative dell'impegno cattolico nel mondo dell'economia e del lavoro: insieme siamo qui per un atto di verità e, al tempo stesso, di riconciliazione e di pace.
E' questa la testimonianza più evidente di una maturazione che si è compiuta, di un cammino di democrazia che è diventato patrimonio comune di tutti gli italiani.
L'epoca del giovane Giuseppe Fanin, dopo gli anni bui del fascismo e la tragedia nazista, era invece quella dello scontro tra stalinismo e democrazia, tra dittatura e libertà, connotata da un tasso intollerabile di violenza ideologica.
Era un tempo in cui persone miti, che lavoravano con serietà per affermare le proprie idee con il dialogo ed in nome della libertà, potevano perdere la vita a causa del loro impegno democratico.
I lunghi anni trascorsi dall'uccisione di Giuseppe Fanin non sono passati invano: anche oggi che il dibattito politico tende ad assumere forme e toni sempre più aspri, nessuno degli schieramenti che si contendono il governo del Paese si trova a dover far fronte a metodi che con la politica non hanno nulla a che vedere.
L'uso della violenza come strumento di lotta politica è stato da tempo definitivamente condannato da tutte le forze democratiche del Paese ed è stato confinato senza appello e senza compromessi al di fuori del perimetro del sistema democratico e dei suoi valori.
Il mondo del lavoro è stato uno snodo decisivo per la tenuta della nostra democrazia, soprattutto negli anni in cui il terrorismo vi ha portato il suo attacco più violento.
Il contrasto alla strategia del terrore ha visto nell'impegno del sindacato uno straordinario fattore di coesione, che esso è chiamato oggi a rinnovare, isolando - se possibile con maggiore determinazione di quella da sempre dimostrata - ogni tentativo di infiltrare la logica della violenza nelle organizzazioni libere e democratiche dei lavoratori.
In questo senso auspichiamo, in specie dopo gli ultimi successi nell'azione di contrasto alle rinascenti Brigate Rosse, che si sappia al più presto la verità sull'assassinio del professor Marco Biagi, che ha pagato con la vita il suo impegno di autentico riformista per assicurare ai lavoratori una società più aperta e più giusta.
Vi è dunque oggi lo spazio per svolgere un'opera di riscoperta della memoria, che consenta di leggere nei suoi termini effettivi quella complessa fase della nostra storia e di rendere omaggio ai martiri di quel travagliato periodo.
Così come, intendo solennemente ribadirlo oggi qui, non possiamo porre in discussione i giudizi che da tempo la storia ha dato sul fascismo, sulla Resistenza e sul percorso che ha condotto alla nascita della Repubblica.
Come ho avuto modo di dire all'atto del mio insediamento a Presidente della Camera, la Resistenza è e resta un patrimonio comune di tutti i cittadini e continua ad essere un valore fondante della nostra democrazia e della nostra libertà: essa fa parte a pieno titolo del codice genetico della nostra Repubblica, di cui costituisce uno dei principali fattori unificanti.
Il punto è un altro. La scoperta di azioni esecrabili, compiute negli anni successivi alla Lotta di liberazione da una parte di coloro che pure avevano preso le armi contro la dittatura e l'occupazione, offre oggi ai cittadini un quadro storico più completo ed articolato, che consente di proseguire in quest'opera di verità senza pregiudizi ideologici.
La Camera dei deputati, dopo l'istituzione della Commissione di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi ai crimini nazifascisti in Italia, si appresta a discutere una proposta di legge dell'onorevole Fabio Garagnani, volta ad istituire una Commissione parlamentare di inchiesta sulla violenza politica negli anni 1944-1948 nel territorio dell'Emilia Romagna.
Il mio ruolo istituzionale non mi consente ovviamente di esprimere valutazioni sul merito di quel provvedimento, che spettano esclusivamente alla responsabilità dei gruppi parlamentari.
Tuttavia, sono certo che questo tema delicato sarà affrontato con spirito di serena obiettività ed avendo sempre di mira l'interesse del Paese, piuttosto che di questa o di quella parte.
Se infatti la discussione parlamentare si limitasse a dare nuova voce a contrapposizioni ideologiche che appartengono al passato, nessuno ne trarrebbe giovamento.
La coscienza democratica del nostro Paese potrà essere invece arricchita da una lettura di quegli anni che sappia mettere in luce le responsabilità di ciascuno, ma anche i tratti comuni che - pur nella diversità delle idee e delle opinioni - hanno unito ed uniscono ancora gli italiani nel patto solenne della Costituzione repubblicana.
In questo modo, il sacrificio delle vittime della violenza ideologica non sarà stato reso invano, ma avrà veramente contribuito a rendere più matura la nostra società civile e più solide le istituzioni democratiche.
Oggi, a 55 anni di distanza, nell'inchinarci alla memoria del giovane Giuseppe Fanin ed al suo meraviglioso esempio di cattolico, di sindacalista democratico e di cittadino persicetano, rinnoviamo assieme un patto di fedeltà nella libertà e nella democrazia.
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