di
Paolo Luigi Rodari
Tratto da
IL TEMPO del 19 settembre 2005
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L’arcivescovo di Bologna, Carlo Caffara, è da tempo amico di don Massimo Camisasca, fondatore e superiore generale della Fraternità san Carlo, una Fraternità di preti missionari legata al carisma del movimento di Comunione e Liberazione e che, l’altro ieri, nella basilica romana di Santa Maria Maggiore, ha festeggiato i suoi venti anni di fondazione alla presenza del cardinale Camillo Ruini.
Monsignor Caffara, quale secondo Lei il “segreto” della Fraternità fondata da don Camisasca?
Mi sembra che il suo “segreto” possa essere espresso nel modo seguente. Testimoniare Cristo ovunque perché ogni uomo possa incontrarlo.
L’uomo dà il suo assenso colla ragione alla verità di una proposta e consente colla libertà alla bontà e bellezza di una proposta. Il consenso è motivato quando la proposta di vita è resa visibile nelle carni ed ossa di una persona concreta. In breve: in un testimone. Questi giovani hanno incontrato Cristo. Non hanno solo assentito alla sua dottrina: hanno consentito alla sua proposta così come questa si è fatta visibile nel carisma di monsignor Giussani. Ed ora vanno in mezzo agli uomini per dire loro che “vale proprio la pena” vivere in Cristo e con Cristo.
In questa Fraternità ho visto l’incrocio delle due grandi forze spirituali che costituiscono la testimonianza cristiana: il monachesimo inteso nel senso dei Padri come “lasciarsi perfettamente formare da Cristo”; la missione intesa come porsi in mezzo agli uomini per mostrare in carne ed ossa la “forma di vita” che è Cristo.
È possibile, oggi, che giovani che non fanno parte di movimenti e associazioni cattoliche sentano come affascinante per la propria vita il sacerdozio?
Non vedo che ci siano due possibilità, l’una per i giovani che vengono da movimenti ed associazioni e un’altra per chi non vive questa esperienza. E l’unica possibilità è quella già indicata da lei: il fascino. L’essere affascinati non va inteso in modo superficialmente emotivo. È la risposta della persona allo splendore della verità che è Cristo. Una risposta il cui contenuto è indicato da Dostoevskij nel modo seguente in una lettera del 20 febbraio 1854: «credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più amabile, di più ragionevole e di più perfetto che il Cristo». Questo significa essere affascinati. A quel punto uno semplicemente vuole essere ciò che Cristo gli chiede di essere. Lo verifica e vede che Cristo gli chiede di essere sacerdote. E decide di vivere così la sua vita. Che questo fascino sorga in un movimento o in una parrocchia, alla fine è secondario. Il problema è quando non si è mai sperimentato questo fascino, e magari si accede ugualmente al sacerdozio.
Quale, secondo Lei il consiglio che un vescovo non dovrebbe mai mancare di dire ai sacerdoti della Sua diocesi?
È il consiglio e suggerimento che ho dato anche nella mia Nota pastorale pubblicata alcuni giorni orsono: che Dio ci liberi dalla presentazione di un cristianesimo noioso.
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