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*“…finché non sia formato Cristo in voi” (Gal 4,19)


S.E. Mons. Carlo Caffarra
“…finché non sia formato Cristo in voi” (Gal 4,19)
Nota pastorale

4 Ottobre 2005


Carissimi,
mi caro continuare con voi tutti la riflessione della mia prima Nota pastorale, nella quale ho indicato le linee fondamen- tali del mio servizio pastorale.
In essa ho presentato la missione della Chiesa come missione educativa della persona umana: rigenerare la persona umana in Cristo.
Nella presente Nota desidero porre la mia e richiamare la vostra attenzione sul fatto che la rigenerazione della persona umana in Cristo un processo; un cammino verso la pienezza, "finch non sia formato Cristo" in noi. Dimentichi del passato e protesi verso il futuro, corriamo verso la meta, conquistati da Cristo.1
Questa prospettiva, che non era assente nella Nota pastorale precedente, esigeva per di essere maggiormente esplicitata e pensata, nel senso che spiego subito.


Introduzione
"VOI AVETE L'UNZIONE RICEVUTA DAL SANTO"
(1Gv 2,20)

1. Una programmazione pastorale?

La presente Nota, cos come la Nota precedente, non deve essere presa come un "programma pastorale" nel senso mondano del termine.
La vita cristiana, il processo cio di formazione di Cristo in noi, gi stata "programmata" dal Padre in Cristo, mediante il dono fatto ai credenti dello Spirito Santo. Il battesimo ha come gi programmato geneticamente la nostra esistenza, poich esso ci ha inseriti in Cristo morto e risorto come tralci nella vite, e ha radicato in noi i dinamismi soprannaturali che ci consentono di crescere fino alla "misura perfetta".
Coloro che hanno ricevuto a vario titolo responsabilit dei loro fratelli, in primo luogo noi sacerdoti, non devono mai perdere coscienza che possono piantare o possono essere chiamati a irrigare, ma Dio che fa crescere2 finch Cristo sia formato in noi.
Queste semplici riflessioni devono liberare noi chiamati a essere "collaboratori di Dio"3 da una concezione mondana di questa collaborazione. Chi ha questa responsabilit non deve pensare di essere una sorta di "avanguardia" del popolo cristiano, che elabora programmi che esso poi dovr sforzarsi di realizzare; i teorici di una pratica ritenuta essere quella giusta.
A noi sacerdoti in particolare chiesto qualcosa di molto pi semplice, e di molto pi grande: porci vicino a ogni discepolo del Signore per aiutarlo a crescere fino a quando Cristo sia formato in lui. Questa crescita avviene nella drammatica quotidianit della vita: nel proprio lavoro, dentro al proprio matrimonio, nello scontro con il non-senso che insidia ogni scelta, nella malattia e nella sofferenza. Questa vicinanza all'uomo concreto programmabile?
Ogni discepolo del Signore, ma soprattutto noi pastori, chiamato a porsi vicino a ogni uomo che non ha ancora avuto la gioia di incontrare Cristo. Penso in primo luogo ai giovani. La loro umanit stata cos profondamente devastata da non riuscire pi nemmeno ad articolare la domanda, resi muti da una cultura che li ha spiritualmente uccisi. Solo quando riusciamo a far sentire loro la compagnia di Dio, la sua condivisione del loro destino essi riacquistano la parola. Hanno una via maestra per essere guariti: essere incontrati da uno che gi stato incontrato da Cristo.
Il dialogo fra Ges e Pietro una pagina santa sulla quale noi pastori soprattutto dovremmo meditare continuamente.4 Nel momento in cui Cristo affida a Pietro la sua Chiesa, il suo gregge, gli fa una sola domanda: se lo ama. E gli impone una sola cosa: di seguirlo, cio di vivere con lui e in lui la stessa passione per l'uomo, fino alla morte. E Pietro nella sua lettera scriver le parole pi belle sulla sequela delle "orme di Cristo".5
Questa prospettiva mette nel cuore di noi pastori un'attitudine giusta verso il popolo cristiano e ci libera da una possibile illusione.

L'attitudine giusta una profonda venerazione verso il popolo cristiano, quel popolo fatto di cristiani umili che ogni giorno cercano di vivere la loro fede nella semplicit, dentro un mondo che non pu non odiare i discepoli del Signore.6
L'illusione di pensare che la redenzione di Cristo possa accadere fuori dal rapporto inter-personale; che la vita cristiana fiorisca moltiplicando commissioni, programmazioni pastorali e convegni. L'avvenimento cristiano iniziato quando Simone vide ritornare suo fratello Andrea dall'incontro con Ges con il volto illuminato da una gioia sconosciuta, che gli diceva: "abbiamo trovato il Messia".7 E la cosa si ripete puntualmente l dove la vita umana rigenerata in Cristo. Gli amici chiesero a L. Mondadori, ritornato alla fede, se si era assoggettato a un intervento di chirurgia plastica vista la trasformazione del suo volto!

2. Verso il Convegno ecclesiale di Verona e il Congresso eucaristico diocesano.

La nostra Chiesa vivr nel prossimo anno pastorale la preparazione a due grandi avvenimenti. L'uno con tutta la Chiesa di Dio che in Italia: il Convegno ecclesiale che si terr a Verona dal 16 al 20 ottobre del prossimo anno. L'altro che riguarda esclusivamente la nostra Chiesa: il Congresso eucaristico diocesano che si aprir solennemente il 4 ottobre del prossimo anno. L'anno pastorale dunque che ci accingiamo a iniziare ha il carattere singolare di "anno di preparazione".
Tenendo presente quanto ho detto nel paragrafo precedente, importante che viviamo bene questa condizione spirituale. Al fine di intendere tutto questo non come un ulteriore impegno da aggiungere a quanto, con grande zelo ed edificante dedizione, si va gi facendo nelle comunit parrocchiali, nei movimenti e associazioni ecclesiali, vi propongo alcune riflessioni.
Come andr meglio chiarendo in seguito, il Convegno di Verona vuole aiutare tutti noi a prendere coscienza di una dimensione essenziale di quel processo di rigenerazione della nostra persona, che dura finch Cristo sia formato in noi: la dimensione della speranza e della sua testimonianza. La preparazione al Convegno dunque non va giustapposta e assommata estrinsecamene a quel processo educativo che definisce la missione della Chiesa. Ma essa, prendendo occasione dalla preparazione al Convegno nazionale, porr particolare attenzione dal punto di vista formativo alla dimensione richiamata dal Convegno. Quanto dir in seguito spero toglier la genericit da questa riflessione.
L'altro grande evento, il Congresso eucaristico diocesano, ci coinvolge in maniera pi profonda e la Commissione dottrinale preparatoria predisporr il documento-base di preparazione. Per la preparazione del Congresso eucaristico vale, e anche maggiormente, quanto ho detto appena sopra.
La formazione di Cristo in noi trova nell'Eucaristia la sua sorgente. La qualit della celebrazione eucaristica misura la qualit della nostra vita cristiana.
Riflettere dunque sul mistero eucaristico non un dettaglio opzionale per ogni cristiano e ogni comunit cristiana. L'orientamento fondamentale della nostra Chiesa trover sicuramente nella preparazione al Congresso il contesto pi appropriato per comprendersi in verit e per realizzarsi in fedelt a Cristo. Saremo sicuramente aiutati in tutto questo anche dal Sinodo dei vescovi del 2-23 ottobre prossimo, sul tema dell'Eucaristia.
Concludo questa introduzione. Attraverso questa Nota intendo essere "collaboratore della vostra gioia",8 della vostra gioia di essere discepoli del Signore; di essere saldi nella fede di lui. Non imporvi nuovi impegni da eseguire, ma dirvi qualcosa perch il vostro camino sia pi spedito e sicuro, "finch Cristo sia formato in voi".


Capitolo primo
LA FORMAZIONE DI CRISTO IN NOI: GENESI DEL SOGGETTO CRISTIANO

3. Questo capitolo ha un carattere pi dottrinale degli altri. La collaborazione alla vostra gioia esige anche che vi aiuti a contemplare con occhi pieni di stupore e il cuore di gratitudine la bellezza della vocazione cristiana, lo splendore della nostra dignit.
Dal punto di vista cristiano quale il problema centrale dell'uomo, la questione dalla cui soluzione dipende interamente il destino della persona? Che il rapporto oggettivo fra ogni uomo e Cristo, istituito dall'eterna predestinazione del Padre, diventi soggettivo. Se questa "soggettivazione" avviene, e nella misura in cui avviene, la persona riuscita; se non avviene, e nella misura in cui non avviene, la persona fallita: il resto , alla fine, secondario. Mi spiego.
L'uomo, ogni persona umana, ciascuno di noi in carne e ossa, non entrato privo di senso nell'universo, affidato alla mera progettazione della sua libert, collocato in un'originaria neutralit nei confronti di qualsiasi realizzazione di se stesso. La vita non un teatro nel quale ciascuno sceglie, prima di entrare in scena, di recitare qualsiasi parte. Noi siamo stati pensati dal Padre dentro un rapporto. Siamo stati "confinati dentro una relazione, un rapporto": il rapporto con Cristo. Ho detto che si tratta di un rapporto oggettivo. In due sensi.
Non dipende da me il porlo; io mi trovo gi relazionato a Cristo: dipende da me se rimanervi oppure uscirne, decidendo che altra la verit e quindi il bene della mia persona. Esso posto in essere da Dio stesso ed la ragione per cui egli mi ha creato. Possiamo esprimere la stessa cosa dicendo: la verit della persona umana nella sua relazione con Cristo.
Ma questo non tutto. La persona umana non collocata in Cristo cos come una pianta collocata e un edificio fondato in un terreno. Essa un soggetto libero: la libert la dimensione costitutiva fondamentale dell'esistenza della persona. In che senso? Il rapporto oggettivo, nel senso ora spiegato, diventa soggettivo mediante la libert. la libert che realizza concretamente o concretamente non realizza la verit della persona. Genera la persona in Cristo oppure in un altro modo. Il rapporto oggettivamente istituito dalla decisione divina diventa soggettivo mediante la libert della persona. Questa "soggettivazione" costituisce il processo formativo della personalit umana.
Questo processo in cui l'oggettivo diventa soggettivo investe l'intera persona: una completa trasformazione della persona secondo la forma di Cristo. una trasformazione che investe il modo di pensare, di esercitare la propria libert, di costruire il rapporto cogli altri. In una parola: investe il cuore della persona. una trasformazione che assume la forma della conversione, del rinnegamento totale di quel "se stesso" falso che noi ereditiamo da Adamo e confermiamo colle nostre scelte. Il vocabolario cristiano ha usato una parola di straordinaria forza suggestiva: contrizione del cuore. Il cuore deve come essere macerato. Quello che nella paideia greca era stata la formazione o mrphosis della personalit umana, secondo i padri greci, soprattutto, diventa la meta-morphosis dell'uomo in Cristo.9

una vera e propria generazione della propria umanit secondo un "modello" conformemente al quale ciascuno di noi stato pensato: " l'uomo vero che la sua vita ha conformato all'impronta impressa nella sua natura fin dall'origine".10
La missione della Chiesa consiste precisamente nel rendere possibile questa rigenerazione dell'umanit di ogni uomo, nel realizzarla in ogni uomo. la missione di introdurre ogni uomo in Cristo, perch in lui realizzi pienamente se stesso.
Una consistente tradizione occidentale definiva il processo educativo precisamente come progressiva conduzione della persona verso la piena realizzazione di se stessa. La Chiesa prendendo coscienza della sua missione, l'ha fatta propria, dandovi un contenuto assolutamente nuovo.
La comprensione della proposta cristiana alla luce dell'esperienza educativa ha avuto come prima e necessaria conseguenza la costituzione all'interno della Tradizione ecclesiale di un preciso metodo per educare la persona in Cristo. Detto in altri termini. Definendo la propria missione in termini educativi la Chiesa ha individuato alcuni principi fondamentali circa l'educazione della persona. Ne vorrei ora richiamare alcuni che mi sembrano i pi importanti e che devono essere la base di ogni itinerario pedagogico.
Il primo principio dell'educazione della persona che l'uomo non autodipendenza pura, non ha cio il potere di determinare la verit di se stesso e dunque di definire la sua propria essenza, la sua natura, di disegnare la sua propria immagine. Esiste una misura della propria umanit, che la fede individua nella persona di Cristo: "apposita est nobis forma cui imprimimur", scrive s. Gregorio Magno. E Rosmini afferma: "il Cristianesimo adunque diede l'unit all'educazione primieramente perch pose in mano all'uomo il regolo onde misurare le cose tutte, o sia il fine ultimo a cui indirizzarle".11 Il secondo principio dell'educazione della persona la conseguenza immediata del principio precedente, e mi piace desumerne la formulazione ancora da A. Rosmini: "Si conduca l'uomo ad assimigliare il suo spirito all'ordine delle cose fuori di lui, e non si vogliano conformare le cose fuori di lui alle casuali affezioni dello spirito suo".12 Pi semplicemente: educare significa introdurre l'uomo nella realt. Ho gi avuto modo di parlare lungamente di questo principio, ma mi limito a sottolineare l'attualit dell'affermazione rosminiana.
Il terzo principio dell'educazione della persona la specificazione di quello precedente, e lo potremmo enunciare nel modo seguente: introdurre la persona nella realt significa porla in Cristo, come unica posizione nella quale possibile vedere ogni realt nella sua intera verit, amarla secondo il suo valore, e contemplare l'intero nella sua intima bellezza.

4. Vedete quanto grande la nostra vocazione: essere in Cristo vivendo come lui. vero che "tutto amore", come diceva s. Teresa del Bambin Ges,13 che "tutto grazia", come scrisse G. Bernanos.14 Accettare e realizzare la nostra eterna predestinazione in Cristo, questo la nostra libert.
Ma la mia collaborazione alla vostra gioia non sarebbe completa se non vi aiutassi anche a prendere coscienza della pi grave forma di debolezza di cui oggi soffre il discepolo del Signore nel cammino della sua formazione.

5. Penso che la debolezza di cui non raramente soffre oggi il soggetto cristiano, la fragilit spirituale soprattutto dei giovani, siano dovute in primo luogo a una grave incapacit di giudizio, e quindi di conoscere la realt alla luce della fede.
Vorrei ora sottoporre alla vostra attenzione, all'attenzione soprattutto di chi ha responsabilit educativa, un tentativo di diagnosi di quell'infermit di giudizio di cui parlavo poc'anzi.
L'ipotesi diagnostica che propongo , brevemente, la seguente: la debolezza o (perfino) l'incapacit di giudizio del soggetto cristiano dovuta alla debolezza o (perfino) all'incapacit dello stesso soggetto a rispondere alle sfide culturali fondamentali che gli sono rivolte.
Prima di passare alla breve esposizione del contenuto di questa ipotesi, basta solo premettere che l'aggettivo "culturale", o meglio che il termine "cultura" in questo contesto denota l'assetto che si intende dare alla propria esistenza, il modo con cui la persona si colloca nella realt e in rapporto con essa.
Ci premesso, a me sembra che nel momento in cui il credente cerca di assestarsi alla luce della fede dentro alla realt, appunto di "inculturare" la sua fede, si trova oggi in occidente a dover rispondere a tre fondamentali sfide: la sfida del relativismo, la sfida dell'amoralismo, la sfida dell'individualismo.
La sfida del relativismo la proposta di esistere rinunciando a quella ricerca della verit, che genera tutta la vita dello spirito; la proposta di esistere, meglio la proposta di verificare l'ipotesi della possibilit di vivere "etsi veritas non daretur".
La portata di questa visione la si coglie interamente quando portiamo la nostra attenzione sulla verit circa la quale l'uomo nutre non interessi penultimi, ma un interesse ultimo: la verit circa il bene della sua persona, la verit morale. la seconda sfida con cui oggi il credente confrontato: la sfida dell'amoralit. la sfida di una proposta di vita, costruita da una libert compresa e vissuta come autodipendenza pura, ossia come potere di determinare la verit circa il bene della persona e dunque come potere di costituire la sua [della persona] propria natura. Ho parlato di amoralit in un senso preciso. Nel senso che l'affermazione secondo la quale "esistono atti che, per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti",15 non fondata, dal momento che la condizione sufficiente per determinare tutte le regole dell'agire in un dato gruppo o societ esclusivamente il patto delle parti interessate. il consenso che produce la verit. La seconda sfida cui oggi il credente confrontato la proposta di vivere "tamquam si bonum non daretur".
L'ultima riflessione ci ha condotto dentro la terza sfida fondamentale con cui il credente oggi confrontato, quella che ho chiamato sfida dell'individualismo. possibile, pensabile un sociale umano originario, che preceda cio ogni contrattazione sociale, se non esiste un bene comune e quindi una verit circa il bene comune? Non credo. Ora quale sociale umano praticabile se non esistono relazioni originarie fra le persone umane? Un sociale esclusivamente contrattato e quindi frutto di opposte esigenze, nessuna delle quali ha la possibilit di richiamarsi a una verit circa il bene superiore a ogni individuo coinvolto nella contrattazione e inscritta nella mente di ogni individuo. in questo contesto che si pone oggi il problema pi grave riguardo al diritto: come esso nasce e come deve essere pensato e prodotto perch sia veicolo di giustizia e non privilegio di coloro che hanno il potere di stabilirlo?
Concludo questo punto dicendo che la registrazione pi urgente oggi delle tre suddette sfide, e delle domande che implicano, la registrazione biopolitica. Gli esempi che mostrano questa urgenza non mancano, come il dibattito recente circa la procreazione artificiale.
Ritorniamo all'ipotesi diagnostica da cui sono partito, secondo la quale la debolezza o perfino l'incapacit di giudizio del soggetto cristiano dovuta alla debolezza o perfino all'incapacit di rispondere alle tre sfide culturali che ho cercato sommariamente di descrivere.

6. Vorrei ora proseguire facendomi la domanda pi urgente per un pastore: come aiutare il soggetto cristiano a uscire da questa condizione?
Penso che ci siano delle pseudo-soluzioni a questo problema, che hanno spesso il volto [mascherato!] di vere e proprie fughe dalla realt ardua in cui viviamo. Mi limito solo ad accennarle, poich non questo il luogo in cui parlare di questo argomento, che ha un carattere pi spiccatamente pastorale.
Una prima pseudo-soluzione l'evasione dal confronto vero e serio con queste sfide. Un'evasione che assume genericamente il volto del fideismo, del rifiuto della dimensione veritativa della fede cristiana. una vera e propria indisponibilit, non necessariamente intenzionale, al confronto serio e rigoroso sul piano propriamente culturale. l'evasione in una fede solamente esclamata e non interrogata, solamente affermata e non pensata.
La seconda pseudo-soluzione, specularmente contraria alla precedente, la soluzione prassistica. Essa consiste nel pensare e praticare un (o pseudo-) confronto consistente solo nell'impegno sociale e/o politico. questa una delle insidie pi presenti nelle proposte formative fatte oggi alle giovani generazioni, pensare che la loro formazione consista principalmente ed esclusivamente nell'impegnarli a fare qualche esperienza di volontariato.
Ma indicare le pseudo-soluzioni non la cosa pi importante. Nei capitoli seguenti cercher di indicare una proposta di accompagnamento di chi sta camminando verso la sua piena realizzazione in Cristo, tenendo conto di quella debolezza di cui ho appena parlato.


Capitolo secondo
PRIMO ANNUNCIO DELLA FEDE E INIZIAZIONE CRISTIANA

7. Il cammino della formazione di Cristo in noi un cammino lungo, e non raramente faticoso.16
Esso ha il suo inizio nella libera decisione di "aprire il proprio cuore per aderire alla parola dell'apostolo".17 la decisione pi intensa della libert umana, l'obbedienza della fede all'annuncio della parola di Dio, a cui seguir l'iniziazione cristiana propriamente detta. Senza quell'atto di obbedienza non si cristiani poich semplicemente non si pu essere cristiani senza avere mai deciso di diventarlo. Da ci deriva una conseguenza di importanza capitale: ci che la Chiesa deve in primo luogo a ogni uomo il primo annuncio della fede. la riproposizione del messaggio fondamentale della nostra fede: Ges Cristo, crocifisso e risorto, l'unico salvatore dell'uomo.
Nella Nota pastorale dello scorso anno vi indicavo come uno dei punti di riferimento il documento Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. La prima delle sette proposizioni che a modo di sintesi ne riassumono l'intero contenuto, dice: "Non si pu pi dare per scontato che tra noi e attorno a noi, in un crescente pluralismo culturale e religioso, sia conosciuto il vangelo di Ges. C' bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede. compito della Chiesa in quanto tale, e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo; tocca in modo particolare le parrocchie" [n. 6]. Nell'esortazione apostolica Ecclesia in Europa Giovanni Paolo II richiamava il fatto che oltre a una nuova evangelizzazione si impone una prima evangelizzazione.18
La Commissione episcopale per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi della CEI ha pubblicato in data 15 maggio 2005 una Nota pastorale sul primo annuncio "Questa la nostra fede", alla cui lettura attenta e meditata rimando.
Nel contesto di questa Nota pastorale mi limito a individuare alcuni destinatari privilegiati del nostro primo annuncio della fede, e alcune occasioni particolari nelle quali il primo annuncio pu trovare un terreno particolarmente adatto.

8. Parlando dei destinatari del primo annuncio non possiamo mai dimenticare quanto insegna il concilio Vaticano II, riprendendo un'idea cara ai Padri greci: il Verbo di Dio incarnandosi si in qualche modo unito a ogni uomo. una certezza di fede che ogni uomo stato pensato e voluto dal Padre in Cristo; che pertanto Cristo l'atteso di ogni cuore umano. Quando glielo annunciamo non gli notifichiamo "qualcosa di estraneo" alla sua vicenda umana; gli diciamo la risposta adeguatamente vera e pienamente significativa alla domanda di senso che non pu non dimorare nel cuore umano.
La distinzione fra "vicini" e "lontani" ora in Cristo non ha pi ragione d'essere.19 Solo chi rinuncia alla sua umanit lontano da Cristo.
Tuttavia vorrei richiamare l'attenzione delle comunit parrocchiali, dei movimenti e associazioni ecclesiali, e dei pastori in primo luogo, su alcuni destinatari privilegiati del primo annuncio.
Vi sono persone che, come Nicodemo, come Zaccheo, come i greci che si avvicinarono a Filippo perch volevano vedere Ges, desiderano una risposta vera alla loro domanda di felicit vera. Sono i poveri nel senso pi radicale del termine: poveri perch costretti da una societ cos spietata come la nostra a vivere privi di futuro; poveri perch incapaci di dare una spiegazione convincente alle tragedie che li ha colpiti; poveri perch costretti a vivere in una solitudine priva di ogni riconoscimento da parte dell'altro. Sono i primi destinatari dell'annuncio delle fede.
Vi sono poi persone, oggi sempre pi numerose, che si identificano col cristianesimo senza credere (ancora) in Cristo. una "figura" nuova sulla quale vorrei attirare l'attenzione soprattutto dei pastori. Penso che sia ben difficile negare che una delle radici pi importanti della cultura di cui viviamo sia la fede cristiana. Le principali colonne portanti dell'ethos, della dimora spirituale cio in cui viviamo, sono state erette dalla fede cristiana. Sulla base di questa constatazione, difficilmente contestabile sul piano storico, esistono oggi tante persone pensose del nostro destino che ragionevolmente si riconoscono nella rilevanza culturale dell'annuncio cristiano. Esso sono consapevoli che solo la custodia dell'identit cristiana della nostra cultura pu risparmiarci tragedie indescrivibili.
Sono persone con le quali possibile un dialogo vero e profondo e che sono fra i destinatari privilegiati del primo annuncio di fede.
Ma come destinatari privilegiati penso per in primo luogo ai giovani, come ci ha anche richiamato il s. padre Benedetto XVI nel suo primo discorso ai vescovi italiani.
La condizione spirituale in cui versano molti di loro spesso caratterizzata dal fatto che non sono pi capaci di tradurre in domanda consapevole le proprie esigenze pi profonde. La loro malattia spirituale pi grave consiste nella loro incapacit di domandare. La forma pi grave di violenza esercitata su di loro dalla cultura [si fa per dire] in cui vivono, la proibizione di fare domande: costretti a essere ragionevoli ma "come se la verit non esistesse"; costretti a essere liberi ma "come se il bene non esistesse"; costretti a convivere ma "come se l'amore non fosse possibile". L'elevato numero di suicidi giovanili un fatto che non pu essere ignorato o sottovalutato.
Il primo annuncio della fede fatto a questi giovani richiede che si aiutino a riformulare le grandi domande della vita. una costante nei racconti evangelici: Ges interrogava sempre prima di rispondere.

9. Nella vita delle nostre comunit parrocchiali esistono ancora diverse occasioni privilegiate per incontrare i destinatari di cui sopra, e altri ancora, e fare loro il primo annuncio della fede. La carit pastorale sempre geniale nell'individuarle. Mi limito a indicarne alcune perch mi sembrano particolarmente adeguate.
Penso in primo luogo ai corsi di preparazione al matrimonio ancora frequentati da un elevato numero di giovani; molti dei quali reincontrano la Chiesa dopo anni di distanza. Essi, non raramente inconsapevolmente, sentono che la decisione di sposarsi e l'esperienza dell'amore umano coinvolge profondamente il senso della loro vita. Sono dunque in un'attitudine di attesa, di domanda.
dunque necessario ripensare questi corsi totalmente in chiave di primo annuncio della fede proprio partendo dalla fondamentale esperienza dell'amore. Non esiste quindi un'alternativa fra "corsi di primo annuncio" e "corsi di preparazione al matrimonio". Ma il primo annuncio della fede donato come risposta alla precisa domanda di verit, di bene e di senso, che nasce nel cuore di un uomo e di una donna che si amano e intendono sposarsi.
vero che esistono anche giovani che chiedono il matrimonio cristiano all'interno di un vero cammino di fede, che stanno gi facendo. A questi dovr essere fatta un'altra proposta.
Chiedo alla Commissione diocesana della famiglia di studiare attentamente la cosa, facendo nel corso del presente anno pastorale proposte concrete.
Altra occasione privilegiata la richiesta del battesimo per i propri figli fatta da genitori che hanno abbandonato la loro appartenenza alla Chiesa. So che esiste la catechesi, o alcuni incontri coi genitori, precedente il battesimo: stata una decisione molto sapiente. Siano momenti nei quali si deve fare in maniera chiara il primo annuncio della fede.
L'esperienza della nascita di un figlio, l'esperienza della paternit e della maternit sono esperienze che coinvolgono profondamente la persona umana. Questa dimensione antropologica del sacramento del battesimo la via sulla quale deve camminare l'annuncio primo della fede cristiana.
Ma l'occasione forse pi propizia al primo annuncio della fede offerta dalle situazioni di sofferenza: malattia, perdita di persone care, rottura subita del vincolo coniugale, per fare qualche esempio.
Conosco lo zelo di molte persone che individualmente o unite in benemerite associazioni si prendono cura spirituale degli infermi. Conosco la cura che di essi hanno i nostri sacerdoti. Forse necessario che la Chiesa nostra si interroghi seriamente sulla sua presenza nel mondo della malattia. Il comportamento di Ges non lascia al riguardo alcun dubbio. Egli ha annunciato il vangelo del Regno privilegiando gli infermi.
La sofferenza stessa oggi diventata sempre pi un enigma insolubile. essa oggi la provocazione pi radicale fatta al discepolo del Signore di mostrare la potenza significativa del vangelo: pi precisamente di ci che ne costituisce il suo nucleo essenziale - la morte e risurrezione di Cristo - che viene notificato all'uomo nel primo annuncio della fede. O questo capace di incontrare l'uomo nella sofferenza o Cristo morto invano. Che nessun discepolo del Signore renda vana la Croce di Cristo!

10. Al primo annuncio della fede segue l'iniziazione cristiana. Essa infatti offerta a quanti, udita la parola di salvezza e mossi dallo Spirito che apre loro il cuore, iniziano il loro cammino di fede e di conversione.
In questa Nota pastorale non aggiungo null'altro al riguardo.
necessario e sufficiente riprendere in mano il Rito dell'iniziazione cristiana degli adulti, e la nota pastorale preparata dal
Consiglio permanente della CEI articolata in tre documenti: Orientamenti per il catecumenato degli adulti [30-03-1997: ECEI 6/613-731]; Orientamenti per l'iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni [23-05-1999: ECEI 6/2040-2119]; Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell'iniziazione cristiana in et adulta [08-06-2003].
Il Consiglio presbiterale diocesano poi ha nominato al suo interno una Commissione incaricata di studiare attentamente come porre concretamente nelle nostre comunit veri cammini di iniziazione cristiana. E gli incontri sacerdotali nei vicariati pastorali saranno dedicati a questo tema nella prospettiva di una pastorale integrata, esclusi i due ritiri spirituali di Avvento e Quaresima.
Inoltre il Documento dottrinale-pastorale per la preparazione del VII Congresso eucaristico diocesano, sul quale mediteremo durante il corrente anno pastorale, dedicher ampio spazio al tema dell'iniziazione cristiana, nel contesto del tema congressuale "Se uno in Cristo una nuova creatura".20

11. Mi piace chiudere questo capitolo con una riflessione di capitale importanza.
Tutti i grandi maestri della vita spirituale, anche pagani, hanno richiamato l'attenzione sul fatto che l'assenso alla verit, pur essendo rigorosamente parlando un atto della ragione, coinvolge tutta la persona. E la forza dell'adesione misurata dalla forza dell'affezione con cui la persona aderisce.
Questa "spiritualit dell'assenso", che non posso in questo contesto esporre come meriterebbe, si realizza in grado eminente nell'assenso della fede all'annuncio del vangelo. Non esiste solo un "intellectus fidei", ma anche un "sensus fidei".
Da questo semplice e grezzo richiamo a una fondamentale verit antropologica e teologica deriva una conseguenza pastorale di enorme importanza. L'annuncio della fede o attraente o inefficace; esso deve essere dotato di una sua intrinseca bellezza. Che il Signore ci liberi e ci protegga da un annuncio evangelico noioso e brutto!
Non solo, ma la fede ha bisogno anche di essere annunciata "socializzandosi", come ci ha ricordato recentemente Benedetto XVI, perch l'uomo ha un corpo, un essere sociale: "dobbiamo offrire modi di una socializzazione della fede, affinch la fede formi comunit, offra luoghi di vita e convinca in un insieme di pensiero, di affetto, di amicizia della vita".21
L'annuncio della fede diventa inefficace se non sa far fronte alle due sfide dell'affetto e della comunione.


Capitolo terzo
VERSO IL CONGRESSO EUCARISTICO DIOCESANO

12. La nostra comunit cristiana col presente anno pastorale inizia la sua preparazione immediata al Congresso eucaristico diocesano, preparazione che sar ufficialmente iniziata nella prossima festa di S. Petronio colla consegna del Documento dottrinale-pastorale preparatorio. Documento che, nelle forme giudicate pi opportune dai parroci per le rispettive parrocchie e dai responsabili dei movimenti e associazioni ecclesiali, dovr essere recepito e studiato attentamente, preferibilmente dall'ottobre 2005 al febbraio 2006.
Vi rimando dunque al documento che vi consegner il 4 ottobre prossimo nella basilica di S. Petronio. Voglio solamente in questa Nota pastorale sottoporre alla vostra attenzione e meditazione gli orientamenti fondamentali della preparazione al Congresso eucaristico. Queste pagine dunque dovranno essere come l'indicazione del cammino.

13. In primo luogo desidero richiamare la vostra attenzione sul fatto che, come gi vi dicevo nella mia prima Nota pastorale,22 la scelta pastorale fondamentale che in questi anni intendiamo fare ha un rapporto intrinseco e necessario colla celebrazione eucaristica. Pi precisamente e pi concretamente: la formazione di Cristo in noi ha il suo culmine e la sua sorgente nell'Eucaristia. Come e in che senso tutto questo avvenga, sar spiegato nel gi citato documento teologico-pastorale.
Il tema centrale del Congresso sar: "se uno in Cristo una nuova creatura". Esso indica per cos dire due orientamenti per la nostra riflessione.

14. Il primo denotato dall'espressione "in Cristo". Essa esprime il nuovo modo di essere della persona umana, il suo assetto fondamentale: Cristo diventa fondamento e radice di tutta la nostra vita.
questa una prospettiva sulla quale dobbiamo in preparazione e in occasione del Congresso eucaristico riflettere profondamente e lungamente per almeno due ragioni, l'una di valore permanente e l'altra dettata dalla congiuntura attuale.
La prima che, come ha insegnato Tommaso, in ordine all'intelletto divino ogni realt, dunque anche l'uomo, " detta vera nella misura in cui realizza ci cui ordinata dall'intelletto divino".23 Ora ciascuno di noi ordinato a essere in Cristo. questa la verit della nostra persona. Fuori da questo ordinamento, viviamo una vita falsa; non realizziamo veramente la nostra umanit.
La seconda che oggi molti hanno veramente perduto la misura della propria umanit, incapaci quindi di comprendere il senso della propria vita. l'Eucaristia la chiave interpretativa completa della vita dell'uomo. Se il Congresso eucaristico, a iniziare gi dalla preparazione durante quest'anno, aiutasse gli uomini e le donne delle nostre comunit a uscire dalla pi grave forma di ignoranza, quella circa il proprio destino ultimo, avrebbe ottenuto il frutto pi grande. Ri-centrare e ri-con-centrare ogni uomo e tutto l'uomo "in Cristo" ci cui mira il primo annuncio della fede e l'iniziazione cristiana, di cui l'Eucaristia il culmine,. La preparazione al Congresso eucaristico l'occasione propizia per meditare su tutto questo.

15. Ma l'espressione paolina indica anche un secondo orientamento per la nostra riflessione: la fondazione e la radicazione della nostra persona "in Cristo" rigenera l'uomo che diventa una nuova creatura.
La nuova creazione il perdono dei peccati, il rifacimento della nostra persona trasferita dal potere delle tenebre al regno del Figlio:24 ridiventiamo conformi a Cristo nel quale e secondo il quale siamo stati pensati e voluti.
Questa prospettiva di una potenza immensa perch in un certo senso definisce la missione stessa della Chiesa come ho lungamente spiegato nella mia prima Nota pastorale e nel primo capitolo di questa. Essa mandata all'uomo che vive la sua umana esperienza, ma come Chiesa formata dall'Eucaristia, che non perde mai la consapevolezza di aver celebrato l'Eucaristia.

L'uomo, ogni uomo, una libert da liberare perch possa realizzarsi nel vero bene della sua umanit. Questa realizzazione, come dicevo nel numero precedente, da collocare sempre nell'ultimo orizzonte di quella verit che ne svela il senso e la direzione; essa sola in grado di salvaguardare la consistenza propria delle realt create. La Chiesa conosce, incontra e vive questo "ultimo orizzonte di verit" quando celebra l'Eucaristia. Certamente, non si deduce dall'Eucaristia la soluzione dei problemi economici, sociali, politici che oggi l'uomo deve affrontare. Tuttavia l'essere in Cristo che pienamente - dal punto di vista sacramentale - si realizza nell'Eucaristia, non deve rimanere estraneo al modo con cui il cristiano pensa, giudica e opera dentro i fondamentali ambiti della vita umana: "se uno in Cristo una nuova creatura".
Il documento dottrinale-pastorale che sar messo nelle vostre mani vi aiuter ad approfondire queste grandi verit della vita cristiana, cos come il lavoro delle commissioni preparatorie.

16. Se queste saranno le due grandi linee lungo le quali dovr muoversi la nostra preparazione al congresso, vorrei ora dirvi con quali attitudini spirituali dobbiamo compiere questo percorso. Esse sono quattro: contemplare il mistero eucaristico, celebrare il mistero eucaristico, adorare il mistero eucaristico, vivere il mistero eucaristico. Una breve riflessione su ciascuna di esse.

17. Contemplare il mistero eucaristico significa lasciarci pervadere dalla sua realt. Adeguare la nostra persona alla sua verit. impossibile questo sguardo se non generato dall'udito. Come scrive stupendamente s. Tommaso, "se mi lascio guidare da ci che vedo o tocco o gusto, io cado nell'inganno. Posso soltanto udire: ma basta a dare sicurezza alla mia fede".
davvero necessario che recuperiamo interamente il senso del mistero eucaristico non riducendolo alle nostre misure, ma al contrario, estendendo noi alla misura dell'Eucaristia. "Chi ha misurato con il cavo della mano le acque del mare e ha calcolato l'estensione dei cieli con il palmo? Chi ha misurato con il moggio la polvere della terra, ha pesato colla stadera le montagne e i colli colla bilancia?".25
Quando guardiamo l'Eucaristia viviamo veramente questa esperienza di sproporzione fra chi deve misurare col cavo della mano le acque del mare e calcolare col palmo l'estensione dei cieli? possibile questa sproporzione perch il cuore umano pu essere riempito solo da un amore infinito.
come se dicessimo: "la mia misura non sono pi io stesso, ma sei tu. Imparo da te come sono io; quella la mia verit e il mio bene".

18. Celebrare il mistero eucaristico: possibile contemplare perch celebriamo. L'Eucaristia la si vede perch fatta, cio celebrata. Tuttavia lo stile della celebrazione nasce dal modo con cui contempliamo il mistero.
La celebrazione l'atto pi grande che la Chiesa possa compiere. Celebrazione dell'Eucaristia e martirio [cui in un certo senso assimilabile la professione monastica] sono i due atti pi grandi che accadono in questo mondo.
Ma la celebrazione - lo sappiamo bene - esposta continuamente alla banalizzazione, fin dall'inizio. Il primo testo eucaristico prende occasione precisamente da un fatto di banalizzazione. Paolo deve richiamare al senso della seriet dell'Eucaristia e lo fa semplicemente, richiamando il fatto che essa la cena del Signore, non confrontabile n confondibile con gesti umani di accoglienza, convivenza, convivialit.26 un gesto ricevuto in obbedienza, come si dice in tutte le preghiere eucaristiche.
"Accettare che il rito dell'Eucaristia ci porti fuori dal nostro mangiare e bere, in un momento di concentrazione di senso, quale l'avvenimento assoluto, definitivo della Pasqua del Signore pu rappresentare, questo significa rispettare che l'Eucaristia sia cena del Signore".27
La Commissione preparatoria al Congresso e la Commissione diocesana per la liturgia e la catechesi ci aiuteranno perch il nostro sia sempre pi un celebrare la cena del Signore. La nostra Chiesa ha una grande tradizione liturgico-eucaristica, vivificata dall'indimenticabile card. Giacomo Lercaro. Non solo dobbiamo conservarla, ma dobbiamo anche promuoverla e arricchirla.

19. Adorare il mistero eucaristico. L'adorazione del mistero eucaristico, o visita al Ss. Sacramento, la continuazione della celebrazione. Se cos non fosse, non sarebbe conforme alla grande tradizione liturgica e teologica della Chiesa.
In che senso l'adorazione la continuazione della celebrazione? Nel senso che quanto accade durante la celebrazione di una tale grandezza e profondit, che il credente sente come il bisogno di riprendere, di personalizzare maggiormente quanto nella celebrazione ha vissuto come concentrato in un troppo breve spazio di tempo. L'Eucaristia che adoriamo infatti non un'Eucaristia diversa da quella celebrata.
Chiedo alla suddetta commissione di aiutare le nostre comunit a cogliere questo intrinseco rimando dell'adorazione alla celebrazione.

20. Vivere il mistero eucaristico. Dopo quanto ho detto all'inizio di questo capitolo, non mi dilungo ulteriormente.
la forma di Cristo che mediante l'Eucaristia si imprime nella nostra persona. "Fate questo", ci ordina il Signore. In senso pieno non solo un ordine rituale, ma una forza di auto-realizzazione diversa: il dono del comandamento nuovo.


Capitolo quarto
VERSO IL CONVEGNO ECCLESIALE DI VERONA

21. L'anno pastorale che iniziamo ha anche la caratteristica di preparazione al Convegno ecclesiale che vedr riunita a Verona la Chiesa di Dio in Italia dal 16 al 20 ottobre 2006. Anche la nostra Chiesa deve sentirsi coinvolta in questa preparazione, evitando due insidie che possono rendere poco significativa questa esperienza evacuandola in vani discorsi.
La prima costituita dal distacco o dalla separazione fra la vita quotidiana di fede delle nostre comunit e dei singoli fedeli e la preparazione-celebrazione del Convegno ecclesiale. una grave insidia, questa. Essa infatti ridurrebbe la celebrazione del Convegno a un "atto accademico" nel senso deteriore del termine, e la preparazione a esso a un ulteriore impegno da svolgere, aggiunto ad altri. Ma soprattutto il mio pensiero va all'immensa grandezza della vita quotidiana dei nostri fedeli pi semplici: coloro che ogni giorno cercano di seguire il Signore, la cui fede nota solo al Signore. Come rendere veramente significativo il Convegno ecclesiale per questi che sono l'umile gregge del Signore?
La seconda insidia da evitare nella preparazione connessa a quella precedente, e riguarda pi direttamente la nostra comunit cristiana. Il Convegno di Verona, la sua preparazione e celebrazione, va inserito profondamente dentro a quel cammino di rigenerazione della persona in Cristo, che costituisce l'orientamento fondamentale della missione della Chiesa di Dio in Bologna, fino a che Cristo sia formato in ogni uomo. La preparazione al Convegno non deve essere pensata come un impegno che si aggiunge ad altri impegni, da eseguire o da tralasciare a seconda delle circostanze. La "prospettiva del Convegno ecclesiale" costituisce piuttosto una dimensione essenziale del nostro cammino nel presente anno pastorale.
Questo ultimo capitolo della presente Nota pastorale vuole essere un aiuto per divenire pi consapevoli di quella dimensione, cos che anche quei momenti di preparazione al Convegno, che pure dovremo vivere, diventino sommamente significativi per la nostra quotidiana sequela di Cristo e per l'annuncio della fede, unica cosa veramente necessaria se voglio vivere una vita eterna.

22. L'uomo in cui Cristo deve formarsi, l'uomo concreto che vive i suoi quotidiani problemi piccoli e grandi, molte delle persone che costituiscono anche la nostra comunit bolognese come "marchiata" oggi da una duplice cifra: lo sradicamento e la paura. diventato un uomo senza passato e privato di futuro: senza memoria e senza speranza.
Il s. padre Giovanni Paolo II nella sua esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa scrive: "Molti europei danno l'impressione di vivere senza retroterra spirituale e come degli eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia. Non meravigliano pi di tanto, perci, i tentativi di dare un volto all'Europa escludendone l'eredit religiosa e, in particolare, la profonda anima cristiana, fondando i diritti dei popoli che la compongono senza innestarli nel tronco irrorato dalla linfa vitale del cristianesimo" [ 7,2]. Tentativo - come sappiamo - messo in atto, ma pubblicamente rifiutato dal popolo francese e olandese.
Ma non c' solo questo sradicamento, diciamo, pubblico. Esiste uno sradicamento che insidia quotidianamente il singolo, perch sono continuamente a rischio le relazioni originarie, quelle che radicano la persona dentro al terreno dell'humanitas. Penso alla relazione uomo-donna e alla tragica fragilit del vincolo coniugale; alla relazione figlio-genitori e alla drammatica difficolt odierna di educare; alla relazione sociale sia civile sia politica e alla metastasi di un individualismo che sta distruggendo il tessuto connettivo dei rapporti sociali.
Allo sradicamento si accompagna - n pu essere diversamente - la paura del futuro. Scrive ancora Giovanni Paolo II nella gi citata esortazione apostolica: "L'immagine del domani coltivata risulta spesso sbiadita e incerta. Del futuro si ha pi paura che desiderio. Ne sono segni preoccupanti, tra gli altri, il vuoto interiore che attanaglia tante persone, e la perdita del significato della vita. Tra le espressioni e i frutti di questa angoscia esistenziale vanno annoverati, in particolare, la drammatica diminuzione della natalit, il calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, la fatica, se non il rifiuto, di operare scelte definitive di vita anche nel matrimonio" [ 8,1].
Non posso ora dilungarmi ulteriormente come il tema meriterebbe in analisi accurate. Mi limito a una sola constatazione, cui sono giunto anche e soprattutto in conseguenza degli incontri non fugaci coi giovani.
Che cosa alla fine questa paura del futuro? la paura e al contempo il rifiuto di una libert ridotta a indifferenza, a neutralit assoluta. Ogni scelta e il suo contrario non ha mai in se stessa un valore positivo o negativo, poich non esiste alcuna verit eterna circa il bene e il male. "Come dire" - come stato scritto molto bene - "che in qualunque momento noi possiamo compiere qualunque azione. Naturalmente questo mette angoscia, da un'idea di libert cos ci ritraiamo perch presuppone un essere distaccati da tutto, presuppone che l'uomo sia originariamente e completamente solo".28

23. Questa condizione spirituale mi richiama fortemente alla memoria la vicenda del profeta Elia, dopo che costretto a fuggire dal monte Carmelo.29
Egli ormai si sente completamente solo, privo di qualsiasi prospettiva di futuro che non sia la morte: "desideroso di morire, disse; ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perch io non sono migliore dei miei padri". Come esce da questa condizione? Ritornando all'origine: Elia si dirige verso il Monte Oreb [= Sinai]. Egli si radica nell'evento fondatore dell'esistenza, dell'identit, della libert di Israele: l'alleanza del Signore col suo popolo. In questo ritorno riscopre le ragioni del vivere; in questa memoria ridona consistenza alla vita.
Ma questo ritorno e questa memoria non inchioda il profeta in un conservatorismo tradizionalista e fondamentalista. Al contrario.
Elia ora dall'Oreb-Sinai, dove stato ricostituito nella sua identit dalla teofania del principio, deve ritornare al deserto di Damasco per preparare il futuro del popolo di Dio.30 N egli deve pi sentirsi solo perch il Signore si gi riservato ben settemila fedeli che non si sono inginocchiati a Baal n lo hanno baciato colla bocca.
Alla luce incomparabile della figura e dell'esperienza di Elia, troviamo la risposta alla condizione spirituale dell'uomo, che ho brevemente schizzato nel paragrafo precedente. E nello stesso tempo vediamo in unit profonda quanto abbiamo detto nei due capitoli precedenti circa il primo annuncio e la preparazione al Congresso eucaristico, e la preparazione al Convegno di Verona.

24. La persona umana diventa capace di sperare se essa torna all'avvenimento fondatore di ogni speranza: la morte e la risurrezione del Signore. Pertanto, come gi dissi nel capitolo secondo di questa Nota, la predicazione della e nella nostra Chiesa, in tutte le sue forme, "deve essere sempre pi incentrata sulla persona di Ges e deve sempre pi orientare a lui. Occorre vigilare perch egli sia presentato nella sua integralit non solo come modello etico, ma innanzi tutto come il Figlio di Dio, l'unico e necessario salvatore di tutti, che vive e opera nella sua Chiesa" [Ecclesia in Europa 48,1].
la fede in Cristo che genera la speranza: e il modo migliore di prepararci al Convegno ecclesiale, se non vogliamo ridurlo a parole e a discorsi privi di potenza, l'impegno indefesso nel comunicare il primo annuncio e l'evangelo della salvezza. Solo uomini che hanno incontrato Cristo sono capaci di sperare.

25. Il "luogo" eminente dell'incontro con Cristo l'Eucaristia. Nella prossima solennit di s. Petronio consegner, come gi dissi, il documento preparatorio al nostro Congresso eucaristico. Da esso saremo guidati a riscoprire pi profondamente il mistero eucaristico mediante il quale la persona diventa in Cristo una nuova creatura.
Nella Traccia di riflessione in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona si dice: "La fase di preparazione al Convegno ecclesiale dovr essere vissuta come un'occasione per aiutare le comunit cristiane e i credenti a riacquistare la capacit di riflettere sulle tematiche del vissuto umano e delle istituzioni in modo costruttivo Spesso riconosciamo che i luoghi della vita quotidiana sembrano usciti dall'agenda pastorale e che pertanto i cristiani trovano difficolt a collegare fede e vita, non soltanto sul piano della coerenza personale ma soprattutto sul piano della correlazione sostanziale. Diventa perci importante affrontare la questione del vissuto" [Traccia , Allegato: Il cammino di preparazione, a)].
La riflessione preparatoria al Congresso eucaristico intende precisamente aiutarci ad affrontare le questioni dei "vissuti umani" pi importanti alla luce di quella novit che rigenera in Cristo la persona umana. una novit di tale potenza che dona all'uomo la capacit di "rendere imperituro ci che perituro" [Goethe]; costruttori di un futuro senza demolire il passato, poich la nostra "speranza piena di immortalit".31
26. Nella Traccia , si dice: "Obiettivo del Convegno ecclesiale chiamare i cattolici italiani a testimoniare, con uno stile credibile di vita, Cristo risorto come la novit capace di rispondere alle attese e alle speranze pi profonde degli uomini di oggi" [ 1, cpv 5].
Quali attese? Quali speranze? Non sono diverse quelle che sono nel cuore dell'uomo di oggi da quelle che spinsero per esempio Dante a scrivere la Divina commedia, Miguel de Cervantes a scrivere il Don Quijote: l'attesa e la speranza di una beatitudine vera, cio piena ed eterna. l'intima sicurezza di essere salvati in speranza che d all'uomo la certezza di poter amare per sempre una donna vincolandosi definitivamente a essa; che il bene che ogni genitore vuole al proprio figlio sia capace di rendere la sua (del figlio) vita buona e vera; che dona all'ammalato terminale la certezza che la sua vita degna di essere vissuta.
Molte sono le domande che non ricevono risposta; molte le attese che restano deluse, ma l'ultimo orizzonte della vita un orizzonte di senso perch ogni cosa, tutto ci che esiste in Cristo. Al fondo dell'essere sta il dono che il Padre ha fatto del suo Unigenito. L'ultimo atto dell'uomo non una domanda, un'immensa domanda senza risposta, poich l'ultimo orizzonte che racchiude tutto l'amore di Dio in Cristo Ges. E questo amore ci stato dimostrato in un fatto realmente accaduto: la morte e la risurrezione del Signore.
Il prossimo Convegno di Verona vuole aiutare i credenti a essere testimoni di una speranza che non delude. Come si genera questa testimonianza? [cf. Traccia II, 6-9].
Voglio servirmi di due immagini, come due icone, che nel loro contrasto ci aiutano a trovare la risposta.

27. Critici competenti ritengono che uno dei racconti pi belli scritti nel Novecento sia il racconto di Hemingway, Colline come elefanti bianchi. Un uomo e una donna fermi in stazione stanno parlando di un'operazione che la donna deve subire. Si capisce che l'aborto deliberato. L'uomo le dice: " davvero un'operazione semplicissima, Jig so che non ci faresti neanche caso, Jig. una cosa da nulla, veramente. Serve solo a far passare l'aria Fanno solo entrare l'aria e poi tutto perfettamente naturale".32 Credo che sia una delle pagine pi tragiche di tutta la modernit: la soppressione dell'uomo ridotta all'apertura di un pertugio da cui far entrare e passare un po' d'aria.
L'altra immagine la pagina "incredibile" in cui Francesco spiega a Leone in che cosa consista la vera, anzi la perfetta letizia. Che cosa che fa stare un uomo in mezzo a una bufera di neve respinto e bastonato dai suoi amici e dire: "questa la vera, perfetta gioia"? Che cosa al contrario che fa vedere a un uomo la soppressione di un altro uomo come il passaggio di un po' di aria?
Francesco ha la prospettiva del dono che Cristo, si pone in lui e da questo punto di vista vede e giudica tutta la realt. L'uomo della stazione lo schiavo della menzogna fondamentale della modernit, secondo la quale la realt, anche la realt dell'altro, non quello che , ma quello che appare all'uomo.
L'uno e l'altro sono consapevoli della drammaticit dell'esistenza. Anche Francesco, come ogni vero credente, sa che perfino la convivenza dei fratelli pu finire in un'espulsione dalla propria casa, perch sperare non significa affatto essere certi che a questo mondo alla fine tutto si aggiuster per il meglio.
Poich il dramma dell'uno finisce in "perfetta letizia", e dell'altro in una tragica farsa?
L'impegno nel primo annuncio, la preparazione al Congresso eucaristico diocesano e al Convegno ecclesiale di Verona il cammino che ci porta alla risposta vera: "e la speranza non delude perch l'amore di Dio stato effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo", poich "chi in Cristo una nuova creatura".

28. Nei momenti opportuni, poi, in ogni parrocchia, movimento e associazione, a giudizio dei parroci e responsabili dei movimenti e associazioni, si rifletter sulla Traccia in stretta connessione col Documento dottrinale-pastorale per la preparazione del Congresso eucaristico diocesano e colla presente Nota pastorale.


Conclusione
"COLLABORATORI DELLA VOSTRA GIOIA"
(2Cor 1,24)

29. La Chiesa, come vi dicevo all'inizio di questa Nota pastorale, sta attraversando un grande momento di grazia e nello stesso tempo si trova ad affrontare sfide culturali inedite.
dentro a questo contesto che nel prossimo anno inizier la visita pastorale a tutte le parrocchie, ai movimenti e associazioni ecclesiali.
Vengo per edificare ed essere edificato, poich lo scopo della visita pastorale la rigenerazione dei fedeli in Cristo, l'approfondimento della loro amicizia con Ges divenendo capaci di condividere i bisogni di tutti i nostri fratelli uomini. Fin da ora chiedo preghiere perch la visita sia un avvenimento di grazia e il vescovo diventi in essa veramente un "collaboratore della vostra gioia": la gioia di essere discepoli di Cristo.



NOTE:
1 Cf. Fil 4,13.12
2 Cf. 1Cor 3,6
3 Ibid. 9a
4 Cf. Gv 21,15-19
5 Cf. 1Pt 2,21
6 Cf. Gv 15,18-19
7 Cf. Gv 1,10-42
8 Cf. 2Cor 1,24
9 Cf. Rm 12,2 e 2Cor 3,18
10 GREGORIO DI NISSA, Sui titoli dei Salmi, SCh 466, p. 505
11 A. ROSMINI, Dell'educazione cristiana, in Opere, 31, Citt Nuova, Roma 1994, 226
12 Ibid., 236
13 TERESA DI GES BAMBINO, Storia di un'anima, Ancora, Milano 1997, 258
14 G. BERNANOS, Diario di un curato di campagna, Mondadori, Milano 1993, 244
15 GIOVANNI PAOLO II, es. ap. Reconciliatio et penitentia 17 : EV 9/1123
16 Cf. Fil 4,10-14
17 Cf. At 16,14
18 Cf. AAS 95(2003), 678
19 Cf. Ef 2,13
20 2Cor 5,17
21 BENEDETTO XVI, Al clero della Valle d'Aosta, 25 luglio 2005
22 Cf. CARLO CAFFARRA, "Se uno non rinasce dall'alto, non pu vedere il regno di Dio" (Gv 3,3), EDB, Bologna 2004, cap. IV, 35-38
23 TOMMASO, Qq. De Veritate q. 1, a. 2c
24 Cf. Col 1,13
25 Is 40,12
26 Cf. 1Cor 11,20-34
27 G. MOIOLI, Il mistero dell'Eucarestia, Glossa, Milano 2002, 25
28 L. DONINELLI, in Riconoscere la speranza, Marietti 1829, Genova-Milano 2003, 64
29 Cf. 1Re 19,1-4
30 Cf. 1Re 15,15-16
31 Sap 3,4
32 E. HEMINGWAY, "Colline come elefanti bianchi", in Tutti i racconti, Mondadori, Milano 1993, 308



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