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Giuseppe Fanin martire in tempo di pace

di Odoardo Reggiani
Tratto da L'opinione della domenica on-line

Le cronache politiche di questi giorni ci hanno rituffati indietro di oltre mezzo secolo portandoci a una conclusione che non sarà così raffinata come potrebbero esternare un Gianni Vattimo filosofo o un GianEnrico Rusconi tuttologo, ma è l’unica alla nostra portata. La conclusione è questa: i comunisti possono cambiare ragione sociale, alleanze, simboli finché vogliono, ma restano sempre gli stessi dei tempi del Migliore. Facevamo questa riflessione rileggendo sul quotidiano cattolico dell’epoca L’Avvenire d’Italia (oggi Avvenire) la vicenda dell’assassinio di Giuseppe Fanin, giovane attivista democristiano fondatore dei sindacati liberi di San Giovanni in Persiceto, paesone agricolo della bassa bolognese, delitto avvenuto il 4 novembre 1948 ad opera di tre sicari rossi su mandato del segretario locale del partito comunista. Se provate a chiedere ai vostri figli o nipoti chi sia stato Giuseppe Fanin, vi sentirete rispondere nella quasi totalità dei casi: mai sentito nominare. Se andate a cercare il suo nome nei libri di storia delle scuole medie, dei licei e delle università, non ne troverete traccia. Eppure quel nome e quel crimine, orrendo per il movente squisitamente politico e le barbare modalità di esecuzione, hanno un grande significato per la nostra storia recente. Giuseppe Fanin è stato infatti un martire della libertà e della democrazia. Il suo assassinio, avvenuto sette mesi dopo che gli italiani avevano democraticamente e sonoramente sconfitto il fronte della sinistra dominato dai comunisti, aprendo al nostro Paese quella lunga prospettiva di pace di cui ancora godiamo, è paradigmatico dei terribili rischi che la nostra libertà e la nostra democrazia hanno corso negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra. E allora perché di Giuseppe Fanin e del suo tempo non si parla nei libri di testo? Perché non sono mai stati realizzati film sulla sua vita, né commemorazioni ufficiali, fatta qualche eccezione locale, almeno finora?

La risposta a questa domanda rientra nel più complesso discorso dell’egemonia esercitata dai comunisti sulla cultura del nostro Paese per una sorta di tacito “trattato di Yalta” in base al quale alla Dc veniva lasciato campo libero nell’economia (banche, partecipazioni statali, enti pubblici, eccetera) e ai comunisti quello che il ministro Scelba definì sprezzantemente “il culturame”, ovvero le università, le case editrici, il cinema, le arti, eccetera. Ma non si accontentarono di questo, i compagni. La permanenza di Togliatti nei governi ciellenisti come ministro della Giustizia gli suggerì di preparare sistematicamente ai concorsi per entrare in magistratura dei giovani laureati di sicura fede infiltrando così propri uomini all’interno di quel delicato e strategico potere dello Stato. La cosa avvenne gradualmente ma senza sosta ed i primi effetti cominciarono a vedersi con la proliferazione dei cosiddetti “pretori d’assalto” negli anni Settanta e, secondo molti critici attuali dell’uso politico della magistratura, raggiunse l’apice con l’operazione “mani pulite” che ha sbaragliato i cinque partiti che per decenni avevano governato l’Italia e le molteplici inchieste giudiziarie sugli affari di Silvio Berlusconi.

Che i comunisti abbiano egemonizzato la storiografia contemporanea divulgando dei fatti solo la versione che a loro giova, indipendentemente dalla verità, come ebbe chiaramente a dire Giancarlo Pajetta: “Fra la verità e la rivoluzione scelgo la rivoluzione”, è un fatto inoppugnabile. Non solo gli storici più prudenti o se preferite opportunisti, terzisti o bipartisan che dir si voglia, l’ammettono ormai apertamente, ma anche studiosi fino a ieri allineati e coperti come Aurelio Lepre riconoscono “nel dopoguerra noi progressisti ci siamo troppo politicizzati e abbiamo considerato i nostri studi come un modo di fare politica” (Corriere della Sera, 2 novembre, pag. 13). Meglio tardi che mai.

Ernesto Galli Della Loggia è entrato in argomento con un articolo in prima pagina sempre sul Corriere della Sera intitolato “I padroni della memoria” con questo significativo occhiello “La storia scritta (e riscritta) sempre a sinistra”. Sulle uccisioni indiscriminate nel cosiddetto “triangolo della morte” in Emilia commesse dai partigiani comunisti a guerra finita in vista dell’assalto finale per la presa del potere, Galli Della Loggia scrive: “È valsa fino ad oggi la regola che bisognava negare che quelle uccisioni fossero avvenute, che per lo meno fossero avvenute su larga scala e assai spesso con efferatezza e gratuità spaventevoli”. C’è dunque voluto un giornalista di sinistra come Giampaolo Pansa per infrangere quel tabù, quella cortina di silenzio e spesso di omertà, anche se il suo libro, “Il sangue dei vinti”, giunto alla quarta edizione in poche settimane, non contiene niente che già non si sapesse. Ma quei fatti, essendo stati riferiti in passato da fonti “non autorizzate” attraverso un’editoria marginale, quasi clandestina, non avrebbero mai trovato posto nella storiografia ufficiale. Non sarebbero mai stati sdoganati dal ghetto dell’indicibile. La stessa denominazione di quel periodo, guerra civile, era stata per decenni negata dagli storici di sinistra: “Bisognava dire che quella che c’era stata era la resistenza, non la guerra civile. Di guerra civile parlavano e scrivevano allora solo i reduci di Salò e qualche coraggioso giornalista come Indro Montanelli” scrive ancora Galli Della Loggia nel suo articolo e aggiunge “Le cose andarono in questo modo a lungo finché, all’inizio degli anni Novanta, come si sa, uno storico di sinistra, Claudio Pavone, scrisse un libro sul periodo 1943-45 che si intitolava precisamente ‘Una guerra civile’. Solamente allora tutti abbiamo potuto usare senza problemi questa espressione”.

Come si vede, amici lettori, sono i comunisti a stabilire quello che si può raccontare o si deve tacere e questa egemonia, seppure finalmente scricchiolante, perdura ancora oggi. Che le brigate rosse non siano “sedicenti” ma siano proprio rosse, comuniste, come del resto si definiscono loro stesse e come la loro biografia dimostra, è un’affermazione che possono permettersi solo i compagni. Lo fece Rossana Rossanda a suo tempo col famoso articolo sull’album di famiglia e lo ha fatto recentemente un altro comunista, Gabriele Polo, sul Manifesto con un articolo intitolato “A viso aperto” uscito il 26 ottobre quando furono arrestati alcuni appartenenti alle nuove BR accusati degli omicidi di Sergio D’Antona e Marco Biagi. Scrive il compagno Polo: “Il nuovo album di famiglia di una sinistra radicale in cui i terroristi si muovono come pesci nell’acqua (…). Ma quell’acqua è la nostra; non possiamo ignorarlo”. Se le stesse affermazioni le avesse fatte il senatore Schifani sarebbe scoppiato il finimondo. Loro non sono antiamericani né antisreaeliani, non hanno niente a che vedere con i no-global, i loro giornali sono moderati come le dame di san Vincenzo; guardate l’Unità. Come osate affermare che il nostro è l’acquario dove nuotano i pesciolini rossi che vanno in giro ad ammazzare i riformisti del lavoro? Così direbbero lorsignori se il senatore Schifani dicesse le cose che hanno detto e scritto Rossana Rossanda e Gabriele Polo. Ma torniamo a Giuseppe Fanin assassinato il 4 novembre 1948 dai comunisti di San Giovanni in Persiceto e ignorato dalla memoria storica dominante. Chi era Giuseppe Fanin e quale fu il movente del delitto?

Giuseppe Fanin era un giovane di ventiquattro anni, maggiore di nove fratelli di famiglia contadina. Pur lavorando nei campi, si era laureato in agraria e, cattolico fervente, era attivo nell’associazionismo cristiano: la Fuci, le Acli e dopo l’uscita dei cattolici dalla Cgil avvenuta nel luglio 1948 fu tra i fondatori del sindacato libero della zona. Era un moderato, un sincero democratico, sempre alla ricerca del dialogo con tutti gli avversari, anche i più estremisti, ma era attivo, convincente e rappresentava da sempre un esempio per molti concittadini con quella faccia giovane e pulita, con quella proprietà di linguaggio e pacatezza così rare da quelle parti. Questo non poteva essere accettato dai comunisti locali che avviarono una violenta campagna di intimidazioni e aggressioni, di stampa e manifesti dove si indicavano esplicitamente i nemici del popolo, i servi degli agrari che vogliono dividere i lavoratori per meglio sfruttarli e affamarli e via di seguito con tutto il repertorio stalinista d’ordinanza in quei tempi. Il segretario della sezione del Pci di San Giovanni in Persiceto, Gino Bonfiglioli, decise che era ora di finirla con quel provocatore e programmò di impartirgli una bella “ammorbidita”. La manovalanza per questi compiti abbondava e scelse tre iscritti particolarmente adatti alla bisogna: Gian Enrico Lanzarini, Indro Morisi e Renato Evangelisti. “Massaggiatelo per bene” raccomandò il capo e “dovete farlo prima della riunione dei sindacalisti del 5 novembre”, riunione alla quale Fanin avrebbe partecipato nel locale canapificio per sostenere l’assunzione di braccianti appartenenti a tutti i sindacati e non solo alla Cgil. L’agguato, organizzato nei minimi particolari dal Bonfiglioli, avvenne la sera del 4 novembre. Fanin rientrava a casa in bicicletta verso le dieci, dopo essere stato dalla fidanzata per i preparativi del loro matrimonio. Una fitta nebbia inghiottiva i filari di pioppi e la siepe che orlavano la strada terrosa. Ad attenderlo erano i tre sicari armati di bastoni e sbarre di ferro che, dopo averlo chiamato per nome, lo aggredirono spezzandogli le ossa e il cranio. Il povero Fanin restò rantolante e coperto di sangue su un cumulo di ghiaia. Credevano fosse già morto, ma il decesso avvenne poco dopo all’ospedale quando un passante diede l’allarme. Quante analogie con l’agguato e l’assassinio di don Giovanni Minzoni, avvenuto nel 1923 in provincia di Ferrara ad opera dei fascisti! La notizia dell’assassinio di Fanin si sparse rapidamente e i comunisti misero subito le mani avanti chiamando un pezzo da novanta del partito, Giancarlo Pajetta, che tenne un violento discorso contro il governo De Gasperi, il ministro Scelba, i preti e i carabinieri che a suo dire sosterrebbero le classi padronali per la restaurazione del fascismo. Gli assassini del giovane sindacalista cattolico, secondo Pajetta, erano provocatori pagati dalla reazione e accusò la Dc di vile speculazione contro la classe operaia. Il 25 novembre gli esecutori e il mandante di quell’infame delitto furono tutti arrestati e confessarono. Condannati all’ergastolo in primo grado videro la pena ridotta a 23 anni in appello. Uscirono tutti dopo quindici anni. Il Bonfiglioli ottenne una pensione nella quale furono conteggiati ai fini dell’anzianità anche gli anni trascorsi in galera.

La conoscevate questa storia, amici lettori? Forse no. Adesso aspettiamo che un compagno ce la racconti, così potranno conoscerla anche i giovani e gli studenti. Coraggio, professori Tranfaglia, Lepre, Canfora, Sabbatucci, De Luna, Agosti. Scrivetelo magari insieme, questo racconto. Ne uscirebbe certamente un successo editoriale, il che non guasta.



P.S.: Per saperne di più, vedere l’ottimo libro di Alessandro Albertazzi “Per Giuseppe Fanin” edito da Cappelli (Bologna).



Potete leggere il pezzo originale QUI




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