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*Da ‘servo degli agrari” a servo di Dio. La morte e la gloria di Giuseppe Fanin

I due processi per la giustizia terrena e per l’esaltazione sugli Altari • Il clima storico della scissione sindacale • Come avvenne l’agguato a colpi di spranga di ferro • Uno sprone ed un esempio
di Claudio Santini

Tratto da PORTICI (bimestrale della Provincia di Bologna) n. 5-2004

Giuseppe Fanin Da odiato "servo degli agrari" a venerato servo di Dio. La metamorfosi di Giuseppe Fanin - sindacalista cattolico martire -passa per due processi. Il primo, giudiziario, è stato sostanzialmente definito dalla Corte dell'Aquila, il 22 novembre 1949, con le condanne ai quattro assassini; il secondo, canonico, ha chiuso la fase diocesana il 4 novembre 2003 nella Cattedrale di Bologna. Le istruttorie sono state diverse per procedure e finalità. Comuni però alcuni documenti e testimonianze. Identico il punto di partenza posto il 4 novembre 1948 sulla strada che congiunge San Giovanni in Persiceto a Borgo di Piano, nella Bassa bolognese.

È tarda sera e la nebbia rende spettrali le ultime ore della giornata di festa per il trentennale della Vittoria. Sono circa le 22 e un uomo torna a casa in bicicletta lungo la Via Biancolina. Ha lasciato a due chilometri e mezzo l'ultimo lampione dell'illuminazione pubblica e ora fora a stento, col fanale, il buio e la bruma. La strada è fiancheggiata da fossati oltre i quali ci sono due siepi. A sinistra, prima della laterale Accatà, si intravede un cumulo di grossa ghiaia che serve per affondare la canapa in un vicino macero. Sul mucchio di pietrisco giace un uomo bocconi, le mani protese in avanti, i pugni chiusi. Indossa un impermeabile e il cappello gli è caduto a terra. Ad alcuni metri, una bici rovesciata.

"È un ubriaco…". "Ma rantola…sanguina…ha la testa fracassata".

Fra le 22, 30 e le 22, 45 è trasportato al Pronto soccorso dell'Ospedale di Persiceto un "paziente in coma". Nessuno - nemmeno il dottore di turno che pure è suo amico - lo riconosce tanto è sfigurato dalle percosse al volto. Poi lo sgomento alla lettura dei suoi documenti: è Giuseppe Fanin, 24 anni, terzo dei dieci figli di Virgilio e Stella che hanno il podere in Tassinara. È segretario provinciale dell'Associazione cristiana dei lavoratori a Bologna, fra gli iniziatori della sezione Dc di San Giovanni in Persiceto. Muore, senza aver ripreso conoscenza, fra l'1, 20 e l'1, 45 di venerdì 5 novembre.

Il Giornale dell'Emilia annuncia: «Ancora una vittima dell'odio di parte -Selvaggiamente trucidato a furia di percosse/ un giovane dirigente dei sindacati liberi».

L'occhiello e il titolo, allora immediatamente esplicativi, richiedono, oggi, un supporto rievocativo. Il 18 ottobre 1948, gli onorevoli Bersani, Casoni, Mancini e Salizzoni avevano presentato un'interpellanza al Ministro degli Interni «per denunciare (con il supporto di un lungo elenco di aggressioni ndr ) la grave situazione determinatasi in provincia di Bologna per la violenta azione persecutoria esercitata dai social-comunisti e dalle Camere del lavoro per impedire la libera costituzione dei nuovi organismi sindacali democratici».

Dopo l'attentato a Togliatti, il 14 luglio 1948, lo sciopero politico della Cgil aveva visto la componente cattolica (sorretta dal risultato elettorale pro Dc del 18 aprile) prendere progressivamente le distanze dai social-comunisti nella struttura unica di rappresentanza dei lavoratori, nata il 3 giugno 1944 col Patto di Roma dopo la caduta del fascismo. Era stata così costituita una nuova organizzazione che si opponeva a quella "storica" e con questa si confrontava aspramente soprattutto nella provincia di Bologna dove, secondo il leader sindacale comunista Di Vittorio, era in corso una «attività faziosa e antisindacale di alcuni agrari ex fascisti. A San Giovanni in Persiceto -area di forte connotazione bracciantile rossa -l'opposizione che avanza ha un nome: Giuseppe Fanin, scontratosi con un picchetto di lavoratori proprio il giorno dello sciopero-Togliatti, segretario dell'AcliTerra, sostenitore della "compartecipazione" da illustrare al congresso di Molinella il 7 novembre alla presenza del Sottosegretario all'Agricoltura. È stato esplicitamente indicato -in un manifestino del 26 ottobre - fra i "servi sciocchi" che aiutavano i padroni a "dividere i lavoratori", ad istituire la compartecipazione "contro l'interesse dei braccianti", a "rompere il collocamento unitario che ripartisce equamente il pane fra i lavoratori". Questa forte denuncia -intestata Camera del Lavoro e Lega Braccianti, vista dal locale Pci, autorizzata dal Sindaco -è il punto di partenza dell'inchiesta giudiziaria che porta ad una serie di fermi, nella sinistra, proprio il giorno dei funerali del sindacalista. Il primo cittadino è invece destituito d'ufficio per "incitamento alla lotta di classe".

La "provocazione" causa uno sciopero, mentre l'Unità dell'8 accenna ad un ex repubblichino come "probabile esecutore". Il Ministro dell'Interno è chiamato a rispondere sugli "arbitrari arresti" e il 24 novembre il dirigente e parlamentare comunista Gian Carlo Pajetta tiene un comizio al Teatro di Persiceto per "deplorare vivamente" l'assassinio ma anche per respingere "ogni tentativo di speculazione politica" e per ironizzare sul "triangolo rosso". Poche ore dopo la Legione Carabinieri di Bologna diffonde un comunicato che annuncia la soluzione dell'inchiesta. Ecco il riassunto. Il 4 novembre il segretario della locale sezione del Pci ha dato incarico ad un "individuo di notevole prestanza fisica" di "dare una lezione" a Fanin prima di "un'importante riunione di sindacalisti…" Il prescelto si è fatto aiutare da altri tre - "pure iscritti al Pci"- e insieme hanno teso l'agguato alla vittima che, di sera, tornava a casa in bicicletta. I colpi di spranga in testa sono stati devastanti.

L'istruttoria processuale dura meno di un anno e approda alla Corte dell'Aquila per "legittimo sospetto" su Bologna. Le difese sostengono che la morte è conseguenza di circostanze andate "oltre le intenzioni", ma la sentenza del 2 novembre 1949 dichiara l'omicidio volontario, premeditato e ulteriormente aggravato.

La natura politica del delitto «è evidente» -scrive nella motivazione il consigliere Mario Sangiorgi - e va cercata nel «contrasto di idee» in campo sindacale. Fanin è stato indicato « al disprezzo dei lavoratori» perché progettava la compartecipazione «antagonista alla lotta di classe» e credeva in un nuovo sistema di assunzioni (chiamata diretta) che «esautorava le commissioni interne». La sua attività è stata vista come «deleteria» e «necessaria di una lezione»e «se andava a finire all'ospedale o moriva era lo stesso». Tuttavia le pene da infliggere agli imputati possono essere contenute (23 anni al mandante e all'esecutore materiale, 21 ai complici) per effetto delle attenuanti generiche da concedere a giovani, poco più che ventenni, "vittime, a loro volta, delle idee propagandate dalla loro corrente politico- sindacale". La condanna più severa è dunque per l'uso "politico" della violenza che ha una rappresentazione fisica nella sbarra di ferro usata per percuotere Fanin. È mostrata alla Corte nella terza udienza del 17 novembre 1949: è lunga centimetri 52, 50, pesa grammi 760, originariamente usata per gli argani dei carri agricoli, ed è stata rinvenuta, sporca di sangue, a venti passi dalla vittima, sotto un alberello di quercia. Gli ultimi del settore fra il pubblico in aula, scrive il cronista del Giornale dell'Emilia : «si alzano sulle punte dei piedi per osservarla» mentre il presidente la mostra «con un gesto di autentico, malcelato ribrezzo ». È finita al Museo Criminale del Ministero di Grazia e Giustizia per disposizione della sentenza.

Fra i reperti processuali c'è però anche un foglio macchiato di sangue, rinvenuto, la notte dell'omicidio, in una tasca dell'abito di Fanin e mostrato dalla parte civile nella quarta udienza, del 18 novembre, a testimonianza della "nobiltà d'animo dell'ucciso". Registra: "i pensieri e i propositi maturati nella mia anima e nel mio cuore" durante gli Esercizi spirituali tenuti dal 2 al 5 aprile 1947 a Villa San Giuseppe ai piedi di San Luca a Bologna. Il sindacalista - educato nel cristianesimo, un anno in Seminario, partecipe delle organizzazioni della Chiesa - si propone il raggiungimento del terzo grado di perfezione spirituale secondo il pensiero di S. Ignazio: l'imitazione di Cristo, fino alla Croce. È questo il documento che rappresenta il tratto d'unione fra la Causa per la giustizia terrena e quella per la gloria degli Altari.

All'inizio, dopo l'omicidio -ha detto il cardinale Giacomo Biffi - la figura di Fanin fu collocata eminentemente nel contesto di "passioni e di odi". Poi si è capito che non era solo "vittima di un atto barbarico" perché la sua vita e la sua morte, la sua ricerca della coerenza cristiana erano anche «un dono, offerto dal Padre celeste alle nuove generazioni di credenti… un esempio alto e prezioso di testimonianza evangelica».

Così il primo novembre 1998, alla Collegiata di San Giovanni in Persiceto, si è aperto il processo canonico per la beatificazione del Servo di Dio Giuseppe Fanin. Postulatore, in questa fase, il sacerdote bolognese don Filippo Gasparrini. Gli atti sono segreti, ma il testo pubblico - "di chiusura" - ci suggerisce una deduzione attraverso la frase che fa riferimento all'"apostolato innocente e disarmato". È noto - ed emerge dagli atti processuali - che un amico avesse consigliato al sindacalista, molto esposto, di girare con la pistola per rispondere ad una possibile aggressione. «Credo in Dio - aveva replicato - e preferisco che si dica che sono stato ucciso piuttosto che ho ammazzato ». E così fu: con le mani nude a difendersi dai colpi della sbarra di ferro.

Quella morte dunque si è opposta - nella coscienza cattolica, ma anche laica - alla selvaggia violenza che l'ha provocata. «Fanin - ha scritto il postulatore in un suo recentissimo libro - non ha escluso la morte come eventualità connessa al suo impegno sociale… da lui concepito come parte integrante della stessa Fede per la quale caddero tutti i martiri della Chiesa». Ma oltre il sacrificio - che ha "degnamente coronato" l'esistenza terrena - è sempre don Gasparrini nel suo libro - c'è l'intera sua vita "fatta di coerenza, di altruismo, di purezza". Insomma, come ha sostenuto l'ausiliare Claudio Stagni in un convegno a San Giovanni in Persiceto: "Fanin ha vissuto le virtù della fede, speranza e carità, e le virtù della prudenza, giustizia, fortezza e temperanza in tutte le loro attuazioni della vita vissuta, in grado eroico, cioè oltre la misura ordinaria del cristiano". Per questo doppio significato di martirio, la fase diocesana del "secondo processo" ( il primo si era chiuso, per esplicita richiesta della parte civile, col risarcimento materiale di una sola lira simbolica) ha coinciso con l'apertura, il 4 novembre 2003, del XVII centenario dei protomartiri bolognesi Vitale e Agricola. «La verità, richiamata e testimoniata dai martiri è questa - ha detto il cardinale Biffi nell'omelia in San Pietro a Bologna - Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna (Giovanni 12, 25)»

Il "fascicolo Fanin" è ora a Roma per il giudizio di merito in Sede Apostolica. Gli assassini del Servo di Dio sono usciti di prigione dopo quindici anni di reclusione per buona condotta e per il perdono concesso dalla famiglia della vittima. Uno, il mandante, è ancora in vita, gli altri hanno parenti che chiedono il diritto all'oblio: ecco perché in questa cronaca abbiamo volontariamente omesso i nomi dei condannati, del resto non strettamente necessari.

L'esecutore materiale, intervistato dal Carlino nel novembre 1973, ha detto: «Sono cresciuto in un clima di violenze… ho pagato e oggi sono convinto che con la violenza non si risolve niente». L'ex segretario comunista di Persiceto, sentito recentemente da Repubblica, ha invece dichiarato: «È stato un errore. Non doveva andare così. Ho pagato più del dovuto…Nelle lotte sindacali c'è sempre chi paga per tutti».

Fra i più vicini a Fanin c'è sempre stato Giovanni Bersani, primo ad accoglierlo come collaboratore nell'ambito della struttura sindacale cattolica, poi custode della sua idealità, sempre promotore instancabile della sua memoria. Ci dice: «Tutti, allora, partivano dalla constatazione comune delle misere condizioni dei lavoratori. Diversi però i metodi e gli obbiettivi per renderle 'migliori'.
Chi credeva di doverle raggiungere con la violenza, seguiva una linea ideologica ben precisa che non certo poteva essere solo 'persicetana'.
È presumibile dunque che qualche altro, oltre ai condannati, sapesse… ».

«Spero che la morte di Peppe sia almeno servita a qualcosa… » ci ha detto l'allora fidanzata di Fanin, presente al recente raduno del Movimento cristiano Lavoratori a Bologna. Sia come sia, per lei, e per tutti, continua ad avere significato - e valore - il messaggio allora espresso da un biglietto di condoglianze inviatole da un "libero lavoratore": «… il dottor Giuseppe Fanin non è morto, ma esso vive più di prima ed è uno sprone ed un esempio per tantissimi altri lavoratori… I nemici non sanno che il sangue di un innocente semina e raccoglie frutti copiosi mentre i criminali lavorano così per la propria distruzione ».




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