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''Ho pagato per un errore ma rimpiango quel ragazzo''

"Io, condannato per Fanin ora rimpiango quel ragazzo"
Parla Gino Bonfiglioli, unico vivente dei quattro condannati per l'omicidio di Fanin
di Michele Smargiassi

Tratto da La Repubblica del 5 novembre 2003

"Povero ragazzo". Sarebbero coetanei oggi, sulle soglie degli 80 anni, ma per Giuseppe Fanin la vita si fermò a 24, il 4 novembre del 1948. Gino Bonfiglioli è l'unico vivente dei quattro militanti del Pci che confessarono il delitto e vennero condannati: per lui furono 23 anni di carcere, ma ne scontò 15 grazie alla buona condotta e al perdono della famiglia Fanin. Mentre in Duomo il cardinale Biffi porta il futuro beato sull'altare, Bonfiglioli si cucina qualcosa nella sua casa di Bologna. "Un errore", ripete a bassa voce, "è stato tutto un errore. Cosa vuole andare a rivangare. Non doveva andare così, e basta. Povero ragazzo. Non ho nient'altro da dirle".

Perché? Sono passati 55 anni. Lei è a posto. Ha vissuto una vita intera, dopo aver pagato i suoi debiti.
"Ho pagato tutto, anche più del dovuto. Sono a posto, con la mia coscienza e col resto. Ho pagato sì, eccome. Non va sempre così la storia? Nelle lotte operaie c'è sempre qualcuno che paga per tutti".

Vuol dire che ha pagato colpe di altri?
"Io non ero in un'organizzazione a delinquere. Ero nel Pci che difendeva i lavoratori. Eravamo ragazzi, facevamo le lotte e qualcuno le dirigeva, ma ci vuole una grande capacità per dirigere le lotte, ci vuole coscienza, metodo. A vedere com'è andata a finire, dopo i sacrifici della Resistenza, vien da pensare...".

Che non ne valeva la pena?
"Che forse siamo stati ingannati, buttati allo sbaraglio".

Come andò quella notte?
"Ma io non ci sono neanche stato laggiù quella notte".

Però fu condannalo come mandante, aveva detto "dategli una lezione".
"Sì, questo è ciò che confessai".

Non era cosi? Perché avrebbe dovuto accusarsi, altrimenti?
"Io andai di mia volontà dai carabinieri per prendermi da solo la colpa di tutto. Non volevo coinvolgere altri. Purtroppo non fu possibile".

Vennero fuori gli altri nomi e lei non riuscì o non volle tirarsene fuori: andò così?
"Cosa importa? Quello che è accaduto non si può più cambiare. Ci hanno dato l'omicidio premeditato, ma non era così, lo sanno tutti, però ora basta, non ne voglio parlare ancora".

Ha mai parlato coi familiari di Fanin? Ha mai detto loro queste cose?
"Ho incontrato un fratello di Fanin, quando venni fuori, nel '63. Io non dissi nulla, parlarono solo gli altri tre, eravamo insieme. Furono loro a dirgli che io non c'entravo. Lui ascoltò tutto, alla fine mi strinse la mano, senza parlare. Per me s'è chiuso tutto quel giorno. Da quel giorno sono in pace con la mia coscienza".

Com'è stata la sua vita, dopo?
"Ho fatto mille mestieri, l'operaio alla Corticella, il falegname... Ho cercato di campare, come tutti, di farmi una vita. A San Giovanni non ci sono più tornato, però".

Riprese la tessera del Pci?
"È così importante questo? La tessera non me l'hanno tolta mai. Fu una decisione della commissione centrale di controllo".

Lei odiava Fanin?
"Odiare Fanin? Ma ci incontravamo sempre, povero ragazzo, ci conoscevamo di persona, aveva solo un anno più di me, eravamo tutti e due sindacalisti. Si parlava, si discuteva, ci eravamo visti da poco, alla consegna delle chiavi delle case popolari... Era un bravo ragazzo".

Come ripensa a lui, oggi?
"Era uno che aveva delle idee. Sull'agricoltura pensava delle cose che pensavo anch'io. Se fosse vissuto, magari adesso era uno dell'Ulivo".

Invece forse sarà beato, magari un giorno santo. Tutto per via di quella notte. Cosa ne pensa?
"Io questo non so, non sono affari miei. Santo... Aveva anche la fidanzata, era un ragazzo come noi. Un ragazzo libero, come me. Aveva fatto le sue scelte, non erano mica tutte scelte così sante, s'era arruolato nella Rsi...".

Ma senza mai sparare un colpo...
"Anch'io coi partigiani ho combattuto poco, ma sono orgoglioso di aver scelto la Resistenza".

Comunque eravate su sponde opposte.
"Ma lei sa che periodo era quello? L'attentato a Togliatti tre mesi prima, le mondine disoccupate, la lotta alla Zoni con 250 operai che rischiavano la miseria, la storia del collocamento che lo volevano togliere alla Camera del lavoro e i braccianti avevano paura di rimanere senza lavoro. C'era Scelba. Un anno dopo a San Giovanni spararono a Loredano Bizzarri, bracciante, ma chi lo ricorda Bizzarri? Bisogna ricordarli tutti interi quegli anni, non a pezzi".

E questi anni come sono? Ci sono ancora persone che ammazzano i loro nemici politici.
"Quelli delle Brigate rosse sono solo dei delinquenti, se li conoscessi li denuncerei, non c'è ideologia, c'è solo che l'uomo è fatto così, è fatto male, e non cambia. Siamo ancora come quando avevamo la coda".




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