Editoriale, tratto da Altrepagine n°26;
di Paola Marani, Sindaco di San Giovanni in Persiceto

Mentre la Chiesa bolognese ha completato la prima fase del processo di beatificazione di Giuseppe Fanin, la società civile e le istituzioni ne hanno celebrato la memoria nel convegno svoltosi a San Giovanni il 3 novembre scorso nel teatro che porta il suo nome. Promosso da cinque associazioni sindacali e produttive di ispirazione cattolica alla vigilia del 55° anniversario della morte, il convegno è stato patrocinato dal Comune e concluso da un importante inter vento del presidente della Camera PierFerdinando Casini.
Fanin e il delitto di cui fu vittima sono ben noti ai persicetani di una certa età, ma gioverà ricordare, per gli altri, che la sera del 4 novembre 1948, mentre tornava a ca sa in bicicletta. Giuseppe Fanin fu aggredito sulla via Biancolina e colpito con una spranga così violentemente da causarne la morte poco dopo all'ospedale. I responsabili dell'aggressione, tre braccianti su mandalo del segretario di una locale sezione del partito comunista, furono presto individuati, processati e condannati.
Giuseppe Fanin aveva appena 24 anni quando fu ucciso; era nato e cresciuto nella numerosa famiglia di coltivatori diretti proveniente dal vicentino che fìn dal 1910 si era stabilita in Tassinara, una famiglia generosa che seppe perdonare. Si era da poco laureato in agraria e, convinto delle sue idee e pronto a sostenerne l'attuabilità, aveva iniziato il suo impegno nell'attività sindacale nel momento in cui era in atto la scissione della componente cristiana dal sindacato unitario, e si venivano contrapponendo due diverse visioni dei rapporti economici nelle campagne.
In quei mesi l'attività politica e sindacale si svolgeva nel clima di discordia prodotto dall'inizio della guerra fredda e dalle profonde divisioni ideologiche e che attraversavano l'intera società; e altri giovani, tra i lavoratori, persero allora la vita.
Ma quei tragici episodi, pur così significativi, non rappresentano in pieno la realtà di quel periodo. Fortunatamente il ricorso alla eliminazione fisica dell'avversario non fu pratica quotidiana negli scontri politici né nelle azioni del le forze di polizia contro il movimento dei lavoratori.
E oggi, dopo tanti anni, caduti i rigidi steccati ideologici del passato, credo che sì debba guardare a quegli anni sapendo apprezzare come le forze politiche e sociali che ricostruirono l'Italia seppero andare oltre le divisioni, comprendere che per il bene di tutti bisognava non mettere mai in discussione la reciproca legittimazione, e come, dopo avere trovato assieme il modo di uscire dalle tragiche eredità della guerra e del fascismo e di dotarsi di una Costituzione che recepiva le aspirazioni e gli ideali di tutte le componenti della realtà italiana, riuscirono a porre le basi per quello sviluppo economico che, pur fra tante difficoltà, diede soluzioni ai grandi problemi sociali in cui maturò l'assassinio dì Fanin.
Credo che si debbano dunque condividere le parole del presidente della Camera che ha definito il convegno "un incontro di verità e di riconciliazione", sottolineando come "oggi più che mai non serve rivangare antichi rancori ma lavorare per la pacificazione e lottare insieme contro la violenza e per la difesa della democrazia". La memoria di Fanin oggi dovrebbe appartenere a tutti, quale segno di riconciliazione e nuova solidarietà. Ed è con questo spirito che questa amministrazione comunale ha patrocinato il convegno di celebrazione e tre anni fa ha intitolato a Giuseppe Fanin la strada che collega la via Cento alla trasversale di pianura: con l'intento di onorarne la memoria e allo stesso tempo costituire un monito contro l'uso della violenza e per la libera espressione del pluralismo democratico nell'attività politica e sindacale.
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